ARTURO GRAF.
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MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI DEL MEDIO EVO.
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Parte 1.
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1892. Ermanno Loescher Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano onlus
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       ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", Associazione "Liber Liber" - www.liberliber.it
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Indice di questa parte.
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AVVERTENZA.
IL MITO DEL PARADISO TERRESTRE.
INTRODUZIONE.
CAPITOLO 1. Situazione del Paradiso Terrestre.
CAPITOLO 2. Natura, condizioni e meraviglie del Paradiso Terrestre.
CAPITOLO 3. Gli abitatori del Paradiso Terrestre.
CAPITOLO 4. I viaggi al Paradiso Terrestre.
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APPENDICI.
APPENDICE 1. Testi varii contenenti descrizioni del Paradiso Terrestre.
APPENDICE 2. L'andata di Seth al Paradiso Terrestre.
APPENDICE 3. Il paese della cuccagna e i paradisi artificiali.
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FINE Indice.
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Dedica:
AD ANGELO MESSEDAGLIA IN SEGNO DI GRATITUDINE ANTICA D'INCANCELLABILE AFFETTO.
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"Thou hast deserved of me
Far, far beyond whatever I can pay"
ROBERT BLAIR.
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AVVERTENZA.
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Dei tre scritti che compongono il presente volume il primo pu dirsi affatto nuovo, dacch quello chi io pubblicai, sono ora quattordici anni, col titolo La leggenda del Paradiso terrestre, altro non fu, a paragon di questo, che un embrione, o uno schizzo; il secondo riappare con nuovo titolo e qualche piccolo accrescimento; il terzo corredato di noie, onde prima fu privo.
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Sarei lieto se tutti tutti e tre potessero parere ajuto non inutile a quel libero studio della mitologia cristiana che, quanto  meritevole di favore, tanto  lontano ancora dal compimento.
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SCRITTO Numero 1.
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IL MITO DEL PARADISO TERRESTRE.
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INTRODUZIONE.
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 ormai notissimo a tutti che la immaginazione di uno stato di felicit e d'innocenza di cui gli uomini avrebbero goduto nell'inizio dei tempi, e dal quale sarebbero poi decaduti, immaginazione che porge argomento ad uno degli antichi racconti tradizionali che vennero a raccorsi e collegarsi nella Bibbia, e forma come il luogo d'origine di tutta la rimanente storia che ad essa consegue; non  una immaginazione particolare; non appartiene in proprio a quel libro; ma  generalissima e diffusissima, e appare, con forme varie e mutabili, nei libri e nelle tradizioni di molte religioni diverse, ed  parte vivace e saldissima della comune e spontanea credenza umana, tanto che questa rimanga impenetrata alla scienza e riottosa alla critica. Noi la troviamo su tutta la faccia della terra, dovunque son uomini; essa era gi nata quando non era ancor nata la storia; essa vive presentemente; essa vivr per lungo tempo ancora in avvenire, bench premuta da ogni banda e incalzata da nuovo pensiero e da nuova cultura. Gl'Indi, gli Egizii, gl'Irani, i Cinesi, le varie famiglie dei Semiti, i Greci, i Latini, i Celti, i Germani conobbero il mito: se, lasciato il vecchio mondo, attraversiamo i mari, noi ritroviamo il mito in America, in Oceania, nelle ultime plaghe di terra abitata che cingono il polo.
E in tutti i tempi, e fra tutte le genti, sotto sembianze quando simili in tutto, quando leggermente disformi, il mito serba la stessa sostanza di concetto e la stessa significazione, e secondoch pi direttamente e pi strettamente si leghi all'idea di tempo, o all'idea di luogo, esso riesce, sia alla immaginazione di un'et beata ed aurea, sia a quella di un luogo paradisiaco ed arcano, primo ed unico albergo della umana felicit.
I libri sacri dell'India e il Mahbrata celebrano l'aureo monte Meru da cui sgorgano quattro fiumi, che si spandono poi verso le quattro plaghe del cielo, e sulle cui giogaje eccelse olezza e risplende, incomparabile paradiso, l'Uttara-Kuru, dimora degli dei, prima patria degli uomini, sacra ai seguaci del Budda non meno che agli antichi adoratori di Brama. Gli Egizii, a cui forse appartenne in origine la immaginazione degli Orti delle Esperidi, serbavano lungo ricordo di una et felicissima, vissuta dagli uomini sotto la mite dominazione di R, l'antichissimo dio solare. L'Airyna vaegih, che sorgeva sull'Hara-berezaiti degl'Irani, fu un vero Paradiso terrestre, innanzi che il fallo dei primi parenti e la malvagit d'Angr-Mainyus l'avessero trasformato in un bujo e gelido deserto; e nell'Iran, e nell'India, come in Egitto, durava il ricordo di una prima et felicissima. I Cinesi coronarono il Kuen-lun di un paradiso, ove sono parecchi alberi meravigliosi e d'onde sgorgano parecchi fiumi. Nelle tradizioni religiose degli Assiri e dei Caldei il mito appare con sembianze che non si possono non riconoscere come simili affatto a quelle del mito biblico. Greci e Latini favoleggiarono dell'et dell'oro, dei regni felici di Crono e di Saturno, e di pi terre beate. Non giova moltiplicar questi cenni: in tutte cos fatte immaginazioni noi troviamo elementi comuni che si compongono insieme o si suppliscono a vicenda, alberi e frutti datori di vita e di scienza, fontane d'immortalit o di giovinezza, fiumi che si spargono intorno a fecondare la terra, mitezza e giocondit di cielo, riso perpetuo di natura, un divieto, una trasgressione, una caduta; - una breve felicit originale a cui sussegue lunga e crescente miseria.
La credenza che il monoteismo giudaico fosse religion primigenia, indivisa, tutta omogenea e tutta coerente, e credenza sfatata da tempo, e non v' pi modo di dubitare che il racconto biblico della caduta dell'uomo non provenga d'altronde e non si leghi ad un mito molto pi generale e pi remoto. Basterebbe a darne prova il fatto della poca coesione sua con l'altro racconto, detto eloista, al quale esso si congiunge nella Genesi. Il Lenormant, giudice non sospetto in cos fatta materia, e che, pur dichiarando di voler rimanere cristiano, accetta le conclusioni della critica biblica moderna, scrive queste testuali parole: "Ce que nous lisons dans les premiers chapitres de la Gense, ce n'est pas un rcit dict par Dieu lui-mme et dont la possession ait t le privilge du peuple choisi. C'est une tradition dont l'origine se perd dans la nuit des ges les plus reculs, et que tous les grands peuples de l'Asie antrieure possdaient en commun avec quelques variantes. La forme que lui donne la Bible est mme si troitement apparente avec celle que nous retrouvons aujourd'hui  Babylone et dans la Chalde, elle en suit si exactement la marche, que je ne crois plus possible de douter qu'elle ne sorte du mme fond" (1).
E con ci rimane annullata l'altra credenza che l'unica verit della Bibbia voleva rifratta e dispersa nelle tradizioni e nei miti delle varie genti pagane, a quel modo che, passando pel prisma, si rifrange e disperde, colorandosi variamente, la luce bianca del sole. Questa fu la credenza dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e questa era ancora la credenza di Dante, quando a Matelda, l, nel Paradiso terrestre, faceva dire:

Quelli che anticamente poetaro
L'et dell'oro e suo stato felice
Forse in Parnaso esto loco sognaro.

I moderni scrutatori dei linguaggi, delle tradizioni e dei miti posero in sodo che il mito, da alcuni per brevit chiamato edenico,  uno dei pi antichi di cui l'umanit serbi memoria. Le indagini loro hanno disvelato una lontana convergenza, ed una, almeno parziale, sovrapposizione geografica delle tradizioni paradisiache sparse fra le genti della doppia famiglia ario-semitica; e una opinione s' accreditata e fatta ormai generale fra essi, che quelle tradizioni, per quanto spetta ai grandi popoli storici, mettan capo a un'era antichissima, quando la gente aria viveva ancora congiunta nell'altipiano del Tibet, o in regione a quello adiacente, e sieno, in parte, lontane e diversificate reminiscenze di una patria comune. Il mito, quale appare nelle tradizioni assiro-caldaiche e fenice, e quale cel porge il racconto biblico,  esso stesso, secondo ogni probabilit, di origine indo-germanica. Il cherubino, che nel racconto della Genesi sta a custodia del Paradiso, non appartiene, n pel nome, n per la condizione e l'officio, al mondo semitico, ma rimanda, secondo congettura il Renan, a una radice gribh, o grabh, occorrente in tutte quasi le lingue ariane, e ricorda in singolar modo, secondo avverte il Lenormant, i Garudi dell'India. Da altra banda un vasto complesso d'indizii mostra che l'Eden biblico deve rintracciarsi in quei medesimi luoghi ove i libri sacri dell'India e dell'Iran pongono il Meru e l'Hara-berezaiti. A me basta di avere accennato rapidamente tutto ci, non essendo mio compito addentrarmi nell'esame dei fatti e delle opinioni, n richiedendosi ch'io ne faccia una esposizione particolareggiata e compiuta (2).
Ma come nacque, e di che ragioni, il mito meraviglioso? e quali sono i collegamenti suoi con la realt geografica, con la vita storica primitiva, e con quello che, in mancanza di pi acconcia espressione, chiamer il contenuto della coscienza? Non  cosa agevole rispondere a cos fatte domande.
Che il mito abbia una radice storica; che contenga dentro di s, oscurato pi o meno, il ricordo di una antichissima sede, di una prisca patria, alla quale tornano col pensiero e col desiderio, fantasticamente abbellendola, le razze che ne migrarono; e che immedesimandosi quel ricordo via via, come porta la fortuna di migrazioni consecutive, con ricordi d'altre sedi mutate e rimutate, serbi pur sempre alcun che dell'originale esser suo,  cosa che si deve senz'altro ammetter per vera, e che tale  provata da pi altri esempii di miti affini.
Che, inoltre, nel mito, si riverberi il ricordo annebbiato di una primitiva condizione sociale, anteriore allo stabilimento della propriet fondiaria, e agli ordinamenti che ne furono la necessaria conseguenza, pu credersi; ma che il mito stesso abbia significato essenzialmente economico, ch'esso sia un grido di dolore del proletariato e la propria leggenda del socialismo, come dissero il Laveleye, il Malon, e ultimamente con dottrina copiosissima e lucidissima esposizione, il Cognetti De Martiis (3), non parmi opinione che regga, quando si considerino le condizioni tutte d'organamento e di vita sociale con le quali si concilia, sia l'apparizione, sia la perduranza del mito, e quando si ponga mente agli elementi molteplici ond'esso mito  composto.
Innanzi tutto, come spiegare il fatto che il mito, sia pure in forma rudimentale, appare tra schiatte d'uomini le quali durano nella medesima, primitiva condizione di vita sociale ed economica di cui quello dovrebb'essere, per lo appunto, un ricordo? Inoltre, se il mito  leggenda di proletarii, perch mai le teocrazie e le aristocrazie tutte lo raccolsero esse cos amorosamente, e cos gelosamente lo custodirono? Pi lo scruto e lo sviscero, e pi mi sembra che il mito, s', per qualche picciola parte un ricordo, sia per la massima parte una visione ideale, nasca dalla projezione di un fantasma interiore nel tempo e nello spazio. Vero  che giova, a questo proposito, fare alquanto maggiore la separazione tra il mito dell'et dell'oro e il mito del Paradiso terrestre, e riconoscere che pi copiosi in quello sono gli elementi storici, sociali, economici, pi copiosi in questo gli elementi ideali, mitici ed etici.
Che nel mito paradisiaco ario-semitico, e in altri affini, si trovin tracce di un antichissimo culto della natura; non credo si possa negare. L'albero della vita  l'albero che porge il nutrimento; l'albero della scienza  l'albero che d responsi: entrambi appajono in numerose mitologie, fatti spesso compagni dell'albero generatore da cui procedono gli uomini. Indipendentemente da qualsiasi storica reminiscenza, l'uomo  tratto, per virt spontanea di fantasia, a immaginare uno stato di vita assai pi felice di quello toccatogli in sorte, e a porre quella felicit assai remota da s, o nello spazio, o nel tempo. Se nel tempo, egli deve necessariamente respingerla nel passato o nel futuro. A respingerla nel passato egli sar sollecitato da quella medesima illusione che forza i vecchi a lodare i giorni e le cose che furono, da quella stessa mitica fantasia che lega insieme la felicit, l'apparir del sole, il cominciamento dell'anno, la primavera, la nascita di tutte le cose. Altre cagioni e ragioni potranno sollecitarlo ad allontanar nel futuro quel sogno di felicit, come interviene a noi, cui la scienza vieta ormai di colorirlo nel passato. Disse lo Schopenhauer: "La felicit  sempre, o nel futuro, o nel passato, e il presente  da rassomigliare a una piccola nube oscura, cacciata dal vento sul piano soleggiato: innanzi ad essa e dietro di essa tutto  chiaro, essa sola getta sempre un'ombra sul piano" (4). E Vittore Hugo, nell'Anne terrible:

Les philosophes, pleins de crainte ou d'esprance,
Songent et n'ont entre eux pas d'autre diffrence,
En rvlant l'Eden, et mme en le prouvant
Que le voir en arrire ou le voir en avant.

A noi non  pi concesso figurare il sogno nello spazio, almeno in quel tanto spazio che la superficie del nostro pianeta comprende; ma tutta l'antichit credette all'esistenza di popoli remoti, i quali, governati dal senno e dalla virt, beneficati da terra feconda e da clementissimo cielo, vivevano felicissimi, esenti dai morbi, non asserviti al lavoro, fruenti di rigogliosa longevit.
Quando la coscienza morale si desta, nuove ragioni concorrono a figurare il mito e fermarne il significato. Gli uomini primitivi non considerano e non intendono la morte come un fatto naturale: per essi la morte  effetto di un errore, di un malefizio, di un castigo. In molti miti di popolazioni selvagge si afferma che gli uomini dovevano essere immortali, ma che per un error di messaggio, o per malizia di certo messaggere, o per altra cagione s fatta, avvenne poscia il contrario. Allargandosi e chiarendosi sempre pi la coscienza morale, si venne a considerare la morte, e i mali stessi ond' ripiena la vita, quale conseguenza di un peccato commesso e di un meritato castigo. Questa interpretazione non si ebbe se non quando furono ben definiti i concetti di colpa e di pena, ed  frutto di un ragionamento, non giusto certo, ma naturale in menti incolte: la pena  dolore; ma dolore sono e la vita e la morte: dunque la vita e la morte son pena. Allora il sogno di primitiva felicit diventa anche sogno di primitiva innocenza, e l'intero sogno pu benissimo intrecciarsi con ricordi storici o semistorici, sia di una patria remota, sia di una perduta condizione di vita sociale.
Dopo quanto son venuto dicendo non credo di dover giustificare con altre ragioni l'uso da me preferito di dire mito del Paradiso terrestre anzich leggenda del Paradiso terrestre, tanto pi che io prendo a considerare la tradizione quando  gi staccata da quelle radici storiche e reali che possa avere. Da altra banda occorre appena avvertire che il mito, volgendosi, a guisa di largo fiume, attraverso i secoli, e in mezzo a disparatissime genti, accoglie nel suo corso, insieme con altri e svariati miti, leggende in gran numero.
Il mito del Paradiso terrestre doveva acquistare nuovo valore e nuova, maggiore celebrit col diffondersi del cristianesimo, che tutto poggia sulla dottrina della caduta e della redenzione. I profeti appena fanno ricordo della beata dimora; i Padri e i Dottori cristiani son pieni delle sue lodi, e spogliano i poeti pagani per far pi vaghe le descrizioni che vanno di essa intessendo. Non senza giusta ragione. Di contro all'opera misteriosa e solenne della redenzione compiuta da un Dio fatto uomo, il fallo dei primi genitori doveva apparire pi che mai mostruoso ed enorme, e per necessario effetto di contrasto, a paragon di quel fallo doveva parere incommensurabile il primo benefizio di Dio, doveva la patria dell'uomo innocente rifulgere di un pi intenso lume di cielo, e quello stato di prisca felicit dipingersi alle menti con colori tanto pi vaghi ed accesi, quanto maggiore era la miseria de' tempi, quanto pi vivo il sentimento della fragilit ereditaria, quanto pi angoscioso il pensiero degli ostacoli innumerabili che impedivano il conseguimento della salute, quanto pi grave e pi insistente il terrore degli atroci castighi minacciati a coloro che fossero per lasciar perdere il frutto della redenzione. Invano si tent da alcuni dare al racconto biblico un significato puramente allegorico: i pi lo presero alla lettera, e i poeti della nuova legge si voltarono desiosamente a quelle prime origini a cui pareva dovesse ripiegare il corso della storia, mentre una opinione gi teneva gli spiriti, che la beata dimora dei padri colpevoli, riaperta ai figli redenti, dovesse accogliere, per misurato spazio di tempo, sino al giorno dell'Universale Giudizio, le anime degli eletti, destinate ad ascendere poi alle glorie incomparate e senza fine della Gerusalemme celeste. I Chiliasti sognavano un nuovo Eden, sotto il regno millenario di Cristo, e il sogno loro non era ancor spento nel secolo IX, quando si levava a dannarlo Pascasio Radberto. I tempi, volgenti pi e pi al peggio, favorivano quella disposizion degli spiriti. Si sfasciava l'impero di Roma, irrompevano i barbari da ogni banda: una et di ferro, quale non avevano immaginata le mitopee dell'antichit, pesava sul mondo, che, nel corso di una storia calamitosa ed oscura, pareva divenir sempre pi il regno incontrastato di Satana. Qual meraviglia se poeti de' primi secoli, Tertulliano, Proba Faltonia, Draconzio, Claudio Mario Vittore, Alcimo Avito; se poeti e romanzatori, e narratori di leggende, e scrittori d'opere ascetiche de' secoli successivi, raccolgono quante reminiscenze dell'arte classica durano in loro, stemperano i colori pi accesi delle lor fantasie, impregnano di mistici ardori il sentimento e la frase, per ripresentare agli animi una viva immagine di quel primo soggiorno di beatitudine? Quanto pi rude e turbolenta e malvagia si faceva la vita, tanto pi intenso doveva crescere negli spiriti contemplativi il desiderio di ritrarsi con la fantasia in quella solitudine beata e sacra.

Oi! paradis, tant bel maner!
Vergier de gloire, tant vus fet bel veer!

sospirava un trovero del dodicesimo secolo. E un poeta latino, forse anteriore:

Eden digne pingere vanum est conari,
Stillas paucas extraho de tam magno mari.

Di quel desiderio, come fiori da pianta vigorosa e feconda, nacquero, nel corso dei secoli, numerose leggende e infinite altre immaginazioni, nelle quali si vedono riapparire, con meraviglia di chi le consideri, venuteci non si sa come, n per qual via, molte particolarit del mito pi generale, trascurate nel racconto biblico. Se ne vedranno le prove qua e l, nella trattazione che segue. Quelle finzioni sono, come ho detto, assai numerose, e dovevano essere, dato il luogo che nella memoria di tante generazioni di credenti aveva a tenere quella prima patria degli uomini, dove s'erano scontrati tutti in un punto i pugnanti fattori della storia, l'amor del piacere, l'amor del sapere, il desiderio di potest, la legge e la ribellione, la virt e la colpa, la vita e la morte. Molte di esse sono anche belle e fantasiose, accese de' pi vivi colori di una poesia fervorosa ed ingenua, e trasportan la mente in un cielo di sogni meravigliosi, il cui ricordo faceva esclamare al Leopardi:

Oh Fortunata
Di colpe ignara e di lugubri eventi,
Erma terrena sede!

E di quelle finzioni principalmente io intendo fare discorso non toccando, se non di volo, qua e l, delle dispute teologiche arruffatissime che si legano e si frammezzano a quelle, e sono, il pi delle volte, altrettanto vane e fastidiose, quanto sono quelle dilettevoli ed istruttive (5).
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CAPITOLO 1.
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SITUAZIONE DEL PARADISO TERRESTRE.
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Dice la Genesi che Dio piant il mirabil giardino nella parte orientale di una regione chiamata Eden (6); e questo cenno fece prevaler la credenza ch'esso fosse stato, e fosse tuttavia, nella parte orientale della terra, o, a dirittura, nell'estremo Oriente. Tale fu, come pu rilevarsi da Giuseppe Flavio, la comune credenza degli Ebrei (7); e tale fu pure la credenza pi accetta, nei primi secoli, ai Padri della Chiesa, e poi nel medio evo, e oltre il medio evo, a teologi, a viaggiatori, a romanzatori, a cosmografi. San Basilio Magno dice che i cristiani pregano volti ad Oriente, quasi cercando la patria perduta (8); e Jesujabo, vescovo nestoriano di Nisibi nel secolo dodicesimo, reca, come argomento della superiorit dell'Oriente sull'Occidente, il fatto che il Paradiso terrestre  appunto in Oriente (9).
A confermare tale credenza cooperava del resto una ragione alla quale  forse da far risalire, in qualche parte, la stessa indicazione biblica. Basta ripensare un istante ai caratteri e agli officii proprii del sole in tutte le mitologie, e in ispecie del sole nascente, per tosto avvedersi che l'Oriente, cio quella plaga della terra onde si leva l'astro datore di vita e dispensator di letizia, doveva, in virt di un'associazion di concetti non meno naturale che inevitabile, parer la pi acconcia a porvi la culla dell'uman genere, il giocondo ricetto della prisca felicit e della vita immortale. Che se pi tardi noi troviamo il Paradiso trasposto in altre regioni, o, a dirittura, nell'ultimo Occidente, ci avviene, come vedremo, per ragioni particolari e avventizie, le quali, posteriori di tempo, nulla detraggono a quella ragion generale e primitiva. N prova nulla in contrario il fatto che l'Elisio, le cui descrizioni, come di stanza di beati, concordano in molte parti con quelle del Paradiso terrestre, ponevasi dagli antichi nell'ultimo Occidente, nella regione cio ove si occulta il sole, e muore il giorno; perch l'Elisio era stanza, non di vivi ma di morti, e perci immediatamente prossima all'Hades. L'opinione pertanto pi antica, ed anche, data l'indole del pensiero mitico, pi razionale, era quella che situava il Paradiso terrestre in Oriente, e ad essa si legava naturalmente, per le stesse ragioni, l'altra che faceva volta ad Oriente la porta (quando si parlava d'una e non di pi porte) del Paradiso medesimo. Da altra banda, il non trovarsi pi vestigio di esso nelle regioni prima cognite dell'Asia, e poi nelle regioni che furono conosciute pi tardi; e quella natural tendenza che induce gli uomini a immaginare come lontanissimi da loro, dalle loro consuete dimore, i luoghi di sognate meraviglie e di sognata felicit, dovevano esser ragioni atte a far trasporre il Paradiso terrestre in un Oriente sempre pi remoto ed arcano. Nell'apocrifo etiopico, d'incerta et, intitolato Combattimento d'Adamo ed Eva, si dice che Dio piant il giardino paradisiaco il terzo giorno, ai confini orientali del mondo, di l dai quali non v' pi se non l'acqua che circonda la terra e attinge il cielo (10). Perci la credenza che il Paradiso fosse in Mesopotamia, credenza suggerita dallo stesso racconto biblico l dove nomina il Tigri e l'Eufrate, se trov in ogni tempo, e anche ai d nostri, chi l'accolse e difese, non per si pu dire che sia stata la pi diffusa, e, anzi, nelle leggende di cui avr a parlare pi oltre, non compare nemmeno.
Fare una enumerazione di tutti gli scrittori sacri e profani, antichi e del medio evo, i quali si contentarono di dire che il Paradiso terrestre  in Oriente, senz'aggiungere altra pi precisa indicazione, sarebbe fatica non meno incresciosa che vana: essi sono, starei per dire, innumerabili. A noi importano ora le notizie, o le affermazioni, le quali, riferendosi pur sempre all'Oriente, sieno in qualche modo pi specificate e pi precise.
Molte mappe del medio evo pongono il Paradiso terrestre in terra ferma, nell'India, o di l dall'India, in una regione incognita, all'estremo limite della terra bagnata dall'oceano che tutto circonda (11); e di l dall'India lo posero l'Anonimo Ravennate e la pi parte dei trattatisti, espositori e commentatori ch'ebbero a parlarne (12). Non aveva gi detto Erodoto che quanto  di pi bello al mondo si trova agli estremi confini della terra abitata? Nel secolo XV la credenza per questo rispetto non muta. Le mappe di Andrea Bianco (1436), di Giovanni Leardo (1448), del Museo Borgia, altre, seguitano a porre il Paradiso nell'India, o di l dall'India. Ma la nozione era di necessit confusa ed incerta. Nel secolo undicesimoV, Giovanni di Mandeville afferma di essere stato in India, ma di non aver veduto il Paradiso, il quale  in regione assai pi lontana (13); mentre Giordano da Svrac riferisce una credenza secondo cui il Paradiso sarebbe stato fra quella che si chiamava la terza India e l'Etiopia (14). Nel secolo XV, Fra Mauro colloca il Paradiso in Oriente, molto remoto dala habitation e cognition humana; ma non segna nella sua mappa il luogo preciso (15). Da molti il Paradiso terrestre ponevasi nel Regno del Prete Gianni, o in prossimit di quello, come vedremo pi innanzi; regno che mut pi d'una volta luogo sulla faccia della terra, secondo il bisogno della leggenda; ma che fu da prima in India, o da quelle parti.
Dice Ranulfo Higden, nel suo Polychronicon, esser falsa la opinione di coloro che credono il Paradiso disgiunto dalla terra abitata per lunga distesa di mari (16); ma bisogna pur riconoscere che tale opinione professata, fra gli altri, nel nono secolo, da Valafredo Strabone e da Remigio di Auxerre, e accennata da Rabano Mauro (17), doveva imporsi, come quella che meglio s'accordava con certi sentimenti, e appagava la fantasia, a molti spiriti. L'isola felice e la citt d'oro dei Vidydhari, di cui si racconta nel libro di novelle di Somadeva, son poste anch'esse in parte remotissima ed ignota del mondo, e molte altre immaginazioni affini si potrebbero qui recare a riscontro, delle quali sar detto pi opportunamente altrove.
Quella opinione prendeva due forme diverse, secondoch il Paradiso si faceva sorgere nell'antictone di Aristotele e di Eratostene (18), ossia nella terra opposta all'abitata, divisa da questa dall'oceano innavigabile; oppure in un'isola, remota s da ogni contrada popolata dagli uomini, ma appartenente nulladimeno al nostro emisfero.
Gi Sulpizio Severo, nel IV secolo, dice, parlando dei primi parenti, che essi furono cacciati come esuli nella terra da noi abitata, in nostram velut exules terram ejecti sunt (19); e in quello stesso secolo Efrem Siro, ne' suoi Commentarii sulla Genesi, andati perduti, colloca il Paradiso nell'antictone; ma Cosma Indicopleuste, nel VI, espone tutta una sua dottrina in proposito la quale ha strettissima relazione con antiche dottrine asiatiche, e, senza dubbio, ne dipende (20). Cosma immagina la terra oblunga, e divisa in due parti, delle quali l'una  interna e circondata dall'oceano, l'altra  esterna, cinge l'oceano e si congiunge col cielo, volto in alto e all'ingiro a modo di cupola. Il Paradiso  nella terra esterna, verso Oriente, e in quella terra rimasero gli uomini sino al Diluvio. No, con l'Arca, travers l'oceano, e approd in Persia, d'onde la sua progenitura si sparse in questa parte di mondo ch' ora abitata, mentre l'altra, che fu prima abitata, ora  deserta. I quattro fiumi dell'Eden s'inabissano laggi nella terra, passano sotto l'oceano, e riscaturiscono di qua, dalla parte nostra (21). Sia ricordato, di passata, che gl'Indiani immaginano un altro mondo (loka) di l dai Sette Mari, e che di l dall'oceano immaginano gli Arabi la montagna di Kf. Mos Bar-Cefa, nel secolo X, pose ancor egli il Paradiso nell'antictone (22); e tale opinione, avvalorata dal fatto (contraddetto, come poi vedremo, da molti sogni che pure avevansi in conto di fatti) che il Paradiso, per quanto si fossero corse le terre ed i mari, non s'era mai potuto rinvenire, ebbe non pochi seguitatori, Dante fra gli altri.
Che Dante, ponendo il Paradiso terrestre sulla cima del monte del Purgatorio, fece cosa non caduta in mente a nessuno dei Padri e Dottori della Chiesa, fu notato gi da parecchi; ma che, quanto alla situazione del Paradiso, l'opinione di lui s'accorda con quella dei Padri e Dottori che lo posero nell'antictone, non fu, ch'io sappia, fatto osservare da alcuno. Conformemente alla comun dottrina de' suoi tempi, Dante crede che la terra emersa, la Gran secca, com'egli la nomina, sia tutta nell'emisfero settentrionale, e non si stenda se non picciol tratto (circa 11 gradi secondo Tolomeo) oltre l'equatore. L'emisfero meridionale  occupato dalle acque dell'oceano, salvo che in un punto dove sorge il monte del Purgatorio, diametralmente opposto alla citt di Gerusalemme. Notisi tuttavia che de' quattro fiumi egli non dice parola (23). Quel viaggio sotterraneo, che altri faceva compiere loro, doveva destare troppe obbiezioni nella mente di chi aveva disputato la questione De acqua a terra, e aveva cos giusta cognizione della legge di gravit (24).
Molto pi diffusa fu l'altra opinione, che poneva, come ho detto, il Paradiso in un'isola del nostro emisfero, la quale quando  in Oriente e quando in Occidente, secondo le immaginazioni. Poich io parlo ora della general credenza che assegnava il Paradiso all'Oriente, dir, prima, dell'isola, o, piuttosto, dell'isole orientali, salvo a dir delle occidentali un po' pi innanzi, quando parler di un'altra credenza principale. In tanto viluppo ed intreccio d'immaginazioni, le quali spesso nascono le une dalle altre, gli  affatto impossibile di serbare, discorrendone, un ordine logico molto rigoroso.
Ma, prima di passar oltre, non sar fuor di luogo ricordare che l'idea di porre in un'isola segregata la stanza dei beati, o di attribuire ad isole remote ed incognite una felicit non concessa al resto della terra,  una idea naturale, molto antica e molto diffusa. L'Elisio fu posto in una o pi isole; e, tutti sanno quanto dagli antichi siasi favoleggiato intorno alle famose Isole Fortunate. L'isola dei Feaci, e l'isola di Ogigia, descritte da Omero, sono terre di letizia e di felicit; e l'isola di Pancaja, descritta da Diodoro Siculo, ha con l'Elisio non piccola somiglianza. L'Atlantide di Platone e la Merope di Teopompo erano immuni dagl'infiniti mali, cui vanno soggette l'altre contrade abitate dagli uomini. Oltre al monte Kf, gli Arabi avevano l'isola di Vacvac, ricordata nei viaggi di Sindbad delle Mille e una notte, e di cui tante meraviglie narrano Masdi e altri (25); e avevano le isole Saili, le quali erano di tanta vaghezza e felicit che chi vi approdava dimenticava il resto del mondo (26). Di un'isola dalle poma d'oro narrarono le meraviglie i Celti.
L'isola paradisiaca sorgeva dalle acque di quel misterioso oceano che fasciava tutto intorno la terra abitabile. L'immaginazione di quest'oceano, antichissima, dacch, prima che nei poemi di Omero e di Esiodo, trovasi in India e in Caldea, dur viva quanto il medio evo (27). Isidoro di Siviglia l'accetta, e l'accetta ancora il Boccaccio, quando il medio evo si chiude: le mappe la figurano. Notisi, a tale riguardo, che, secondo Giuseppe Flavio, il fiume il quale esce dal Paradiso, cinge tutta la terra, e che San Giovanni Damasceno fa di quel fiume e dell'oceano circondante una cosa sola (28).
E molte mappe figurano anche l'isola, posta bens in Oriente, ma non sempre, come si pu ben credere, nel medesimo luogo (29). Di solito essa non  designata con altro nome che quello di Paradiso, o Isola del Paradiso. Nel poemetto che Cinevulfo (secolo X) compose intorno alla Fenice,  detto che Dio pose l'isola santa cos lontano dai peccatori che nessuno pu giungervi, e Dante fa un'isola del monte che si leva pi dall'onda. Una compilazione francese di storia antica, che pass in traduzioni italiane, la ricorda, e dice che  una dolcie contrada, ed  assisa verso oriente, nel gran mare che tutto il mondo atornea (30). Talvolta l'isola paradisiaca prende un nome, o s'identifica con un'isola, non pi immaginaria, ma reale. Giovanni Witte di Hese (di Hees, Hesius) che negli ultimi anni del secolo 14esimo compi con la fantasia, senza muoversi da Utrecht, ov'era prete, un meraviglioso viaggio in Oriente, e ne scrisse, in latino, un racconto che fu messo a stampa sino dal 1489, dice che egli e i compagni suoi, lasciate le terre del Prete Gianni, giunsero, dopo dieci giorni di navigazione, a un'isola deliziosa, detta Radice del Paradiso, e dopo dodici altri giorni, al monte Edom, il quale si leva erto e diritto di mezzo il mare, come un'altissima torre, sicch da nessuna parte vi si pu salire, e in cima ad esso si vuole che sia il Paradiso: "e circa l'ora del vespero" quando il sole declina "si vede il muro del Paradiso splendere di gran chiarit, e vaghissimamente a mo' di stella" (31). Di questo monte e isola di Edom, il cui nome , con tanta disinvoltura, tolto alla Palestina, non so che sia fatta menzione altrove.
Giovanni de' Marignolli, vescovo di Bisignano, che, insieme con altri, fu da Benedetto dodicesimo (1334-1342) mandato in missione al Gran Cane dei Tartari, afferma, nel suo Chronicon, che il Paradiso  a quaranta miglia italiane dall'isola di Ceilan, d'onde si ode il fragore e lo scroscio delle sue acque cadenti. Egli si vanta d'avere superato la gloria del massimo Alessandro il quale, pervenuto all'ultimo termine della sua peregrinazione, eresse, a perpetua memoria, una colonna, e di avere, nel cono del mondo, in cono mundi, alzata di contro al Paradiso, una lapide, e sparsovi sopra dell'olio (32). Ricorda la opinione di alcuni, i quali asserivano in Ceilan stessa essere stato il Paradiso; opinion ch'ei rifiuta, parendogli contraddetta dal nome (33). Sta a ogni modo il fatto che alcuni ponevano il Paradiso in Ceilan, e vedremo, in altro luogo, parecchie ragioni di cos fatta credenza.
Che il Paradiso dovesse essere nella zona torrida, sotto il tropico del Cancro, o a dirittura sotto l'equatore, fu opinione antica bench non molto diffusa. Tertulliano credeva che per il flammeum gladium della Genesi s'avesse appunto a intendere la zona di massima caldura, e fu in tale sua credenza seguito da Filostorgio, da San Tommaso d'Aquino, da San Bonaventura, e da parecchi altri (34). Ma a tale opinione contraddicevano molti, cui sembrava non la si potesse accordare con quanto sapevasi del temperatissimo clima del Paradiso, e della copia delle sue acque; al che rispondevano quei primi con dire che la troppa caldura poteva essere mitigata dall'altitudine e da altre condizioni. Al punto d'intersezione dell'equatore e del gran meridiano, gli Arabi posero il Castello d'Arin, di malagevole accesso e il trono d'Ibls.
Efrem Siro fu di opinione che il Paradiso, di l dall'oceano, circuisse tutta la terra (35); al qual proposito  da ricordare che anche dell'Hara-berezaiti dei Persiani fu da taluno creduto altrettanto, e che Plutarco parla di un continente che cinge tutto intorno la terra (e?a?? ?pe????) contrapposto al continente abitato (? ?????????). Altri andaron pi oltre, e sostennero che il Paradiso si dovette stendere sopra tutta la superficie della terra, senza di che non avrebbe potuto contenere l'intero genere umano, che vi doveva avere sua dimora, durando in istato d'innocenza (36). Tale opinione profess ancora in pien secolo 16esimo, Gioacchino di Watt (Vadianus Sangallensis) nel suo Trium terrae partium epitome.
Ma altre opinioni correvano, affatto a queste contrarie. Sin da' tempi di San Teofilo di Antiochia (m. c. 181) c'era chi dubitava se il Paradiso fosse mai stato in terra, dubbio ch'egli combatte (37): e San Gerolamo ricorda una tradizione ebraica, secondo la quale il Paradiso sarebbe stato creato avanti il mondo, e per fuori de' suoi confini (38). I Valentiniani lo posero sopra il terzo cielo; e i musulmani credono ch'esso fosse nei cieli, e che Adamo, cacciato, cadesse nell'isola di Serendib (Ceilan), e che quivi morisse dopo aver fatto un pellegrinaggio al luogo dove poi doveva sorgere la Mecca. In un manoscritto del Museo Britannico si legge che il Paradiso  meravigliosamente sospeso fra il cielo e la terra, quaranta cubiti sopra il pi alto livello raggiunto dalle acque del Diluvio, che, com' noto, superarono di quaranta cubiti le cime delle pi alte montagne (39). Altri pensarono che il Paradiso fosse bens stato in terra, ma che Iddio, corrucciato, l'avesse distrutto il giorno stesso del peccato, o avesse pi tardi permesso che lo distruggesse il Diluvio. E qui  da dir qualche cosa della opinion di coloro i quali credevano che il Paradiso fosse stato in Gerusalemme. Tale opinione  gi impugnata, nel IV secolo, da Sant'Atanasio, arcivescovo di Alessandria (40); ma bisogna riconoscere ch'essa non era sorta senza qualche plausibile ragione, e che pareva formata a bella posta per secondare certe tendenze della coscienza religiosa e per appagare certi sentimenti dei fedeli. Dice Ezechiele in un luogo delle sue profezie (V, 5): Ista est Jerusalem: in medio gentium posui eam et in circuitu ejuis terras. Questo luogo, malamente interpretato, fece nascere la credenza, serbata poi lungamente, che Gerusalemme fosse collocata nel centro del continente abitato. Ora,  noto quanto la fantasia cristiana sia stata vaga nei primi secoli, e poi nei secoli di mezzo, di collegar fra loro, col sussidio di varie immaginazioni, pi che non avvenisse nel puro concetto dottrinale, i fatti vani della caduta e della redenzione del genere umano, e di conferir loro, oltre alla continuit e unit morale, anche una certa continuit e unit materiale. Si credeva dai pi che Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, fossero poi vissuti in luogo prossimo a quello; si credeva che Adamo fosse stato sepolto sul Calvario; che la croce, fatta del legno dell'albero fatale, che aveva dato esca al peccato, fosse sorta su quella tomba, e che il sangue del redentore avesse bagnate le ossa del primo peccatore. Come non credere allora che l'opera stessa della redenzione si fosse compiuta nel proprio luogo ov'era stato commesso il peccato, e che in quel luogo appunto fosse sorta la citt santa e predestinata? Dante pose il Paradiso terrestre agli antipodi di Gerusalemme; ma parecchi dopo di lui, sin oltre il secolo 16esimo, seguitarono ad aver l'opinione che il Paradiso fosse stato in Giudea.
Se non che questa credenza, e la precedente, ebbero poco seguito, e incomparabilmente maggiore l'ebbe l'altra, la quale affermava, non solo che il Paradiso era stato veramente in terra, ma ancora ch'esso ci si trovava tuttavia, serbato incolume, nella sua condizion primitiva. Di ci vedremo in seguito molte prove.
L'Elisio di Omero, le Isole dei beati di Esiodo, gli Orti delle Esperidi, mutarono pi volte luogo sulla faccia della terra col mutare dei tempi, e altrettanto pu dirsi del Meru indiano, dell'Hara-berezaiti iranico, del monte su cui, dopo il Diluvio, si ferm l'Arca ecc. Allo stesso modo mut luogo il Paradiso terrestre, salvo che il mutar suo non fu, di regola, come in altri casi avvenne, effetto di migrazioni; ma fu pi spesso effetto di speculazioni e interpretazioni discordi, e talvolta di alcuno accrescimento del sapere, o di alcuna scoperta geografica; e, pi frequentemente ancora, della irrequietezza stessa della fantasia, della mobilit della leggenda. E al mutar suo, almeno in un caso molto importante, non fu estraneo l'influsso di certi miti dell'antichit, e non furono estranee le speciali condizioni di vita e di pensiero di alcuni popoli che non entrarono se non tardi a far parte della grande famiglia cristiana.
La credenza pi antica e pi diffusa era, come abbiam veduto, quella che poneva il Paradiso in Oriente; ma di contro ad essa vediam sorgere una opinione, contraria, che pone il Paradiso in Occidente, quando pi a settentrione, quando pi a mezzod. Gi sin dal primo secolo dell'era volgare, gli Esseni, cedendo, senza dubbio, all'influsso di miti pagani, ponevano di l dall'Oceano Atlantico il soggiorno dei beati (41). I Celti non avevano diversa credenza. Secondo la dottrina loro, "gli uomini hanno per primo progenitore il dio della morte, e questo dio abita una regione lontana, di l dall'Oceano; egli ha sua dimora in quell'isole estreme, d'onde, secondo l'insegnamento dei druidi, era venuta direttamente una parte degli abitanti della Gallia". - "Secondo le credenze dei Celti, i morti vanno ad abitare di l dall'oceano, verso Mezzod, l dove si corica il sole la pi parte dell'anno, in una regione meravigliosa, che vince di gran lunga, per gioje e seduzioni, questo mondo di qua. Da quel paese misterioso traggono origine gli uomini. (42)" Queste credenze hanno, come si vede, molta somiglianza con quelle dei Greci e dei Romani, ed  anzi probabile che abbiano esercitato sopra di esse un influsso non lieve, concorrendo a fare spostare, specialmente verso il Settentrione, l'isola di Saturno, e il regno dei morti. Da altra banda, le immaginazioni dei Greci e dei Romani non potevano non esercitare alla lor volta un notabile influsso su quelle dei Celti. Mutata la fede religiosa, molte delle antiche credenze naturalmente sopravvivevano, accordandosi, fondendosi con le nuove, e in pi varii modi alterandone il concetto e la natura. Gaeli e Cimri favoleggiavano di un meraviglioso paese, il quale sorgeva in mezzo all'oceano profondo, e i cui abitatori, bevendo le acque dolcissime della fontana di giovent, non conoscevano n la vecchiezza, n i morbi. Un tal paese, nelle menti dei convertiti, doveva necessariamente identificarsi col Paradiso terrestre; ed  per questo che San Brandano muove, come vedremo, alla ricerca del Paradiso navigando per l'Oceano occidentale. Tale credenza aveva dunque un fondamento pagano, e perci non  senza ragione che Isidoro di Siviglia nota di paganit la opinion di coloro che ponevano il Paradiso nelle Isole Fortunate (43).
Per ragioni medesime furono talvolta situati in isole remote dell'Oceano Atlantico il Purgatorio e l'Inferno. Gi fra gli antichi era nata una opinione che poneva in Gallia, o in Brettagna, il regno dei monti. Plutarco ne fa ricordo, attingendo da un ignoto e pi antico scrittore. Claudiano, narrando certa navigazione oceanica di Ulisse, gi prima narrata da Solino, dice che l'eroe visit un popolo di ombre su quella estrema parte della Gallia che si protende nell'Oceano, n lascia intendere se alluda propriamente all'ultimo lembo occidentale dell'Armorica, o alla Cornovaglia insulare (Cornu Galliae.) Procopio d, in forma pi compiuta, il racconto di Plutarco, e narra di una popolazione di marinai, sulle coste settentrionali della Gallia, officio de' quali era di tragittare di notte tempo le anime de' morti in Brettagna. Di questa credenza  pur cenno negli scolii di Tzetzes all'Alessandra o Cassandra di Licofrone, e nel medio evo essa non era ancora del tutto perduta, perch se ne trova un curioso ricordo in un racconto tedesco del secolo tredicesimo (44).
Ho detto che la latitudine del Paradiso occidentale variava, quando pi verso Settentrione, quando pi verso Mezzod. Che le fantasie lo venissero respingendo talvolta nelle regioni pi inospitali del globo, verso i ghiacci e le nebbie del polo, non deve far troppa meraviglia, se si pensa che gi gli antichi ebbero alcune immaginazioni consimili; che gl'Iperborei, i quali menavano vita felicissima, furono da essi cacciati nell'estremo settentrione, di l dai monti Rifei (45); che nell'isola Prodesia, vicina a Tule, fu posto l'Elisio; e che tra gl'Iperborei furono collocati da taluno gli Orti delle Esperidi (46). Ed  curioso vedere come nella seconda met del secolo undicesimo, Adamo Bremense tramuti sulle rive del Baltico le Amazzoni, i Cinocefali, i Macrobii, gl'Imantopodi, altri popoli strani e mostri varii, tolti la pi parte all'Asia leggendaria, e i Ciclopi per giunta (47). Incoraggito da s fatti esempii, nel sec. 16esimo, il famoso Guglielmo Postel, che, fra molt'altre cose, pretendeva d'essere ringiovanito e risuscitato, asser nel suo Compendium cosmographicum che il Paradiso terrestre era sotto il polo artico.
Ma, di solito, si preferiscono latitudini alquanto pi basse. A dispetto d'Isidoro di Siviglia, alcuni seguitarono a credere che il Paradiso fosse in quelle Isole Fortunate di cui tanto aveva favoleggiato l'antichit, e dove pure erano stati messi gli Elisii. E a questo proposito  da ricordare che i geografi arabici chiamarono le isole che si trovano a occidente dell'Africa con due nomi diversi, Isole Eterne e Isole della Felicit, e che queste Isole della Felicit pare fossero le Canarie (48), che poi dovrebbero essere le Fortunate. E dico dovrebbero, perch nel medio evo ci fu grandissima confusione a questo riguardo. Cos, per citare qualche esempio, una delle carte di Marin Sanudo (1306) pone a occidente dell'Irlanda nientemeno che 358 isole beate e fortunate, e sulla mappa di Fra Mauro (1457-9) si trovano le insule de Hibernia dite Fortunate. Verso la fine del secolo XV (147l) Grazioso Benincasa segna ancora due gruppi d'isole Fortunate, l'uno a ponente dell'Africa, l'altro a ponente dell'Irlanda (49). Nel primo gruppo sembra che ponesse il Paradiso terrestre Cristina di Pisan, la quale visse sino all'anno 1431 (50).
La vicinanza delle Isole Fortunate all'Africa doveva, o prima o poi, suggerire l'idea che il Paradiso fosse appunto nel continente africano, tanto pi che si credeva da molti, come vedremo, essere il Nilo uno dei quattro fiumi ricordati dalla Bibbia. Abbiam gi veduto che Giovanni de' Marignolli situava il Paradiso fra la terza India e l'Etiopia: Lodovico Ariosto, pi risoluto, lo pone senz'altro sul monte onde nasce il Nilo, vicino al paese del Senapo, o Prete Gianni, mutato ancor esso di luogo, e Giovanni Milton ne segue l'esempio (51). Pi d'uno udr con meraviglia che il celebre Livingstone cercava ancora il Paradiso nel cuore dell'Africa, nella regione dei grandi laghi equatoriali.
Cristoforo Colombo ricorda la opinione di coloro che ponevano in Africa il Paradiso, ma non vi si acconcia; anzi vuole ch'esso sia nelle nuove terre da lui scoperte, non molto lungi dall'isola di Trinit e dalla foce dell'Orenoco (52). E con lui il Paradiso terrestre, dopo aver fatto in certo modo il giro del mondo, ritorna in Oriente, giacch, com' noto, il sommo navigatore mor senza sapere d'aver scoperto un nuovo continente, anzi credendo d'aver raggiunto, navigando a occidente, le isole e la costa orientale dell'Asia; la qual credenza gli facea dire che la terra non  cos grande come dai pi si crede. Si dovr, per la stessa ragione, riportare in Oriente il paradiso dei Gaeli? Ebbero veramente costoro cognizione della rotondit della terra, come fu da taluno asserito, e scoprirono essi, insieme con gli Scandinavi, l'America, pi secoli prima che il Colombo nascesse? e in che misura la scoprirono? Non bisogna esser troppo corrivi n ad affermare n a negare in cos fatta materia. Se avessero proprio avuta quella cognizione, e fatta quella scoperta, l'estremo Occidente, ov'essi tante meraviglie ponevano, ridiventava, in certo modo, l'estremo Oriente dei Padri e della pi comune credenza. Ma sia di ci come si voglia, non  da dimenticare il fatto che parecchie mitologie, oltre alla greca e alla romana, posero in Occidente paesi di delizie e di beatitudine. In Occidente sorgeva, secondo gl'Indiani, Kanaka-puri, la Citt d'oro; in Occidente immaginano gli abitatori della Polinesia un'isola paradisiaca detta Bulotu (53).
Chiudiamo questa ormai lunga rassegna con dire che non vi fu parte della terra dove non si ponesse il Paradiso, Giorgio Federico Daumer, nato nel 1800, lo pose in Australia, dove cresce l'albero del pane; il celebre Giacomo Casanova lo cacci insieme coi Megamicri, non degeneri discendenti di Adamo, nell'interno del pianeta (54). In leggende popolari tuttora vive, il Paradiso  in luogo prossimo a chi le va rinarrando, nelle Alpi, per esempio, o nel Fichtelgebirge.
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CAPITOLO 2.
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NATURA, CONDIZIONI E MERAVIGLIE DEL PARADISO TERRESTRE.
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Nella Genesi non si dice che il Paradiso fosse un monte, o sopra un monte; ma i quattro fiumi che ne scaturivano lasciano congetturare quale sia stata a tale riguardo la immaginazione primitiva. Essa non era certamente disforme da quella che si trova in altri miti affini: il Meru indiano, l'Alburz iranico, l'Asgard germanico, il Kf arabico, sono tutti monti; n  questo il luogo d'andar ricercando le ragioni di cos fatta immaginazione. Ezechiele pone il giardino dell'Eden sopra un monte tutto scintillante di gemme (55). Tale riman poi la credenza nei primi secoli del cristianesimo e durante tutto il medio evo. Molti identificarono il monte del Paradiso col monte su cui si ferm l'Arca di No quando cominciarono a scemare le acque del Diluvio; per Dante il Paradiso  sulla cima del monte del Purgatorio.
Qui ci si offre una particolarit costante nella finzione. Il monte paradisiaco s'immagina altissimo sopra tutti gli altri monti della terra; al qual proposito non  da dimenticare che molti popoli, fra' quali gli Ebrei, attribuirono ai monti pi alti un certo carattere di santit. Il Meru, meravigliosamente descritto nel Mahbhrata e nei Purni, si leva tanto sopra le nubi che nemmeno il pensiero vi pu salire. L'Alburz, l'Asgard, sono ancor essi di smisurata altezza. Del Caucaso dissero gli antichi che attingesse col vertice le stelle, e dell'Atlante che sorreggesse il cielo. Il Sinai e l'Olimpo si levavano sopra la regione dei venti (56).
Le opinioni circa l'altitudine del Paradiso sono tutte concordi in questo, che fanno veramente smisurata la elevatezza del monte, sebbene poi discordino nei ragguagli. La credenza di alcuni, che il giardino dell'Eden fosse stato distrutto dalle acque del Diluvio (57), era contraddetta dalla credenza degl'innumerevoli, i quali pensavano che le acque punitrici avessero bens superato tutte l'altre cime della terra, ma non quella, sopra tutte l'altre innalzata, del monte sacro. Nel gi citato Combattimento di Adamo si legge che le acque del Diluvio sollevarono l'Arca, sino appi del giardino, e che quivi si umiliarono gli elementi sconvolti ed infuriati (58). Efrem Siro, ed altri assai, dicono che il Paradiso non fu sommerso dal Diluvio; Merlino, insieme con altri nove bardi, and in traccia dell'isola verde che il Diluvio non aveva potuto sommergere (59).
Nel l. VII delle Istorie apostoliche, attribuite ad Abdia, supposto vescovo di Babilonia, San Matteo, predicando al popolo, afferma il Paradiso terrestre salir tant'alto da esser vicino al cielo; e Alberto Magno dice aver trovato in antichissimi libri che Matteo Apostolo fu il primo a metter fuori la opinione secondo cui il Paradiso attingerebbe il cerchio della luna (60). Tale opinione ebbe seguaci parecchi, fra' quali Rabano Mauro, Valafredo Strabone e Pietro Lombardo; ma fu combattuta dai pi (61). Mos Bar-Cefa si content di dare al monte del Paradiso una grande altezza, allegando che senza di ci non avrebbero potuto i quattro fiumi passar sotto il mare e scaturir di bel nuovo nelle nostre regioni (62); e San Giovanni Damasceno di dire ch'esso  pi sublime di ogni altro luogo che sia in terra (63). E' pare che Dante ponesse ben alto il suo Paradiso, se s'ha a giudicare da ci che nel c. XXVII del Purgatorio dice delle stelle, le quali sembravangli pi chiare e maggiori; ma vuolsi notare tuttavia che in fatto di astronomia stellare le nozioni erano molto imperfette a suoi tempi, e che appena dei corpi del sistema solare si calcolava, assai falsamente, la distanza. Al monaco Alberico il Paradiso era parso prossimo al cielo (64): in una leggenda italiana di tre monaci che andarono al Paradiso terrestre, leggenda della quale dovr parlare a suo luogo, il monte  alto cento miglia. Il gi ricordato Giovanni de' Marignolli dice che il monte di Ceilan  forse, dopo quello del Paradiso, il pi alto che sia in terra.
Le opinioni circa l'estensione del Paradiso furono molto discordi, e alcune di esse inconciliabili con la credenza che il Paradiso stesso formasse la cima di un monte, o uno spianato altissimo. Come abbiam veduto, credettero alcuni che il Paradiso coprisse in origine tutta la faccia della terra, o la cingesse tutto intorno; altri pensarono ch'esso chiudesse ne' suoi confini pi regioni assai vaste, in modo da potere accogliere tutto il genere umano, qualora Adamo non avesse peccato. Nella leggenda di San Brandano, si dice che costui, e i compagni suoi, camminarono quaranta giorni nell'isola del Paradiso senza poterne trovare la fine. I rabbini disputarono molto intorno a questo punto, e alcuni di essi fecero l'Eden parecchie centinaja di volte pi spazioso della terra. Rabbi Giosu (Jehosha), che ci fu e lo descrisse, vi trov, fra l'altro, sette case, ciascuna delle quali era lunga 120000 miglia e larga altrettanto (65). Per contro afferm il Tostato che il Paradiso ebbe non pi di tre o quattro leghe di diametro, e circa dodici di circonferenza.
La credenza pi comune fece il Paradiso non troppo esteso, e permise di cingerlo di un muro, il quale  talvolta di solida materia, e talaltra di fiamma viva. Il muro solido , secondo i casi, di cristallo, di diamante, o d'altra gemma, di bronzo, d'argento, d'oro. Il muro di fiamma, che probabilmente trae la origine dalla spada fiammeggiante del cherubino, ricordata nella Genesi, s'incontra assai pi spesso. Gi Tertulliano, e poi Lattanzio e San Giovanni Crisostomo, ne fanno menzione (66); ma chi ne ribad la credenza nel medio evo fu Isidoro di Siviglia, il quale dice che quell'incendio quasi s'alza sino al cielo; e da esso attinsero, direttamente o indirettamente, Rabano Mauro, Onorio Augustodunense, Giacomo da Vitry, Rodolfo da Ems, e altri assai (67). Nella gi ricordata mappa dei tempi di Carlo V di Francia il muro di fiamme  assai chiaramente indicato, e in pieno secolo 16esimo lo descriveva ancora Davide Lindsay nel suo poema intitolato The dream. Tale immaginazione non , del resto, senza riscontri. Il castello in cui, secondo la saga raccolta nell'Edda, dorme per decreto di Odino la valkiria Sigurdrifa,  circonvallato di fiamme; a detta del Mandeville, l'Arca di No, tuttavia esistente sul monte Ararat,  circondata da un fuoco celeste che non permette altrui di avvicinarsele.
Molto sovente il Paradiso fu immaginato, nel medio evo, non pi come un giardino propriamente, ma come una citt chiusa, o come un castello, cinto di buone mura, fornito di torri e provveduto di porte; e cos si vede rappresentato in molti manoscritti e in parecchie carte (68). Tale fantasia si lega, senza dubbio, come vedremo pi oltre, alla descrizione che della Gerusalemme celeste si legge nell'Apocalissi (69), descrizione che diede pi di un elemento alle nostre finzioni. Del resto il Vara, o Paradiso dell'iranico Yima, era anch'esso cinto di muro e conteneva molti e varii edifizii.
Ma prima di spingerci attraverso quel formidabile muro di fuoco, o di varcare la soglia di quelle porte, per vedere le meraviglie molteplici che in s racchiude il divino luogo, bisogna che noi scorriamo alquanto il paese dattorno (isole o terra ferma) e vediamo di qual natura esso sia. Ora,  da notare che queste vicinanze si presentano nella finzione con caratteri alle volte affatto opposti, quando dilettose e felici, quando spaventose ed orrende.
L'idea di far precedere al Paradiso una regione che mostrasse in s alcuna delle condizioni di quello, e ne ricevesse, in certo qual modo, il benefico influsso, era un'idea cos naturale che non poteva non sorgere negli spiriti e non riversarsi nella leggenda, sebbene dovesse contrariarla il racconto dei patimenti a cui erano andati soggetti Adamo ed Eva dopo la cacciata, durante il loro soggiorno in luoghi affatto prossimi al giardino di beatitudine. In certo libro di Juniore Filosofo, libro composto, secondo ebbe ad opinare il Mai, ai tempi dell'imperatore Costanzo, e conservato in un manoscritto del secolo X, si parla di un popolo il quale abita nel paese d'Eden, prossimo al Paradiso, in una condizione di felicit e d'innocenza. Vivono quegli uomini di pane che piove loro dal cielo, non conoscono le infermit e campan cent'anni (70). In parecchie delle leggende che dovr riferire pi innanzi, coloro che muovono in cerca del Paradiso sono avvertiti della sua prossimit dalla mitezza dell'aria, dallo splendore del cielo, dall'amenit dei campi, dal sorriso dell'intera natura. Il paese del Prete Gianni, situato a poca distanza dal Paradiso,  una specie di paradiso esso stesso, dove  dolcissimo il clima, e gli animali sono pieni di mansuetudine, e abbondano piante di gran virt e di soavissimi frutti, ed  grandissima copia di oro e di gemme, e scaturiscono acque le quali serbano l'uomo sempre sano e sempre giovane, e scorrono persino fiumi di miele e di latte (71).
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Quivi il balsamo nasce; e poca parte
N'ebbe appo questi mai Gerusalemme.
Il muschio ch'a noi vien quindi si parte;
Quindi vien t'ambra, e cerca altre maremme;
vengon le cose in somma da quel canto
Che nei paesi nostri vaglion tanto (72).
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Giovanni di Hese, del quale feci ricordo nel precedente capitolo, parla di un'isola deliziosa, ove non  mai notte, e che si chiama Radice del Paradiso: nel romanzo di Ugo d'Alvernia, la terra prossima al Paradiso  detta Terra di promissione. Terre beate si stendono appi del Meru e dell'Hara-berezaiti.
Non di rado l'immaginazione  tutt'altra: appi del Paradiso si stende una regione selvaggia, tenebrosa ed orrenda, asserragliata da monti inaccessibili, piena di serpenti spaventosi e di altri animali terribili, Giacomo da Vitry afferma che tra la dimora dei primi parenti e questo nostro esilio  un gran caos, una gran distesa di terre, popolata da serpenti innumerevoli (73). Giordano da Svrac narra che nella Terza India, ov' il Paradiso, "sono dragoni in grandissima quantit, i quali recano sul capo pietre lucenti, dette carbonchi. Questi animali giacciono sopra arene d'oro, e crescono assai, e mandan fuori un fiato puzzolente ed infetto, simile a densissimo fumo, quando si leva dal fuoco. A certi tempi si accolgono insieme e mettono le ali, e cominciano ad alzarsi per l'aria; ma allora, per voler di Dio, cadono, essendo di s gran peso, in un fiume ch'esce dal Paradiso, e quivi muojono (74)". Di una regione popolata di serpenti  spesso fatto ricordo in racconti orientali, come, per citarne uno in quello dei viaggi di Sindbab, che si legge nelle Mille e una notte (75) ; e del Meru  detto che serpenti orribili ne guardano l'accesso. Il Mandeville e altri parlano della regione inospitale ed asprissima che si frappone tra il Paradiso e le terre abitate; una regione tenebrosa trovasi gi descritta nelle storie favolose di Alessandro Magno.
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Nelle Visioni il Paradiso terrestre , non di rado, posto in regione assai prossima all'inferno o al Purgatorio, di guisa che l'anima peregrina passa subitamente dai luoghi di tormento al luogo di beatitudine. Cos nella leggenda del Pozzo di San Patrizio, nella Visione di Thurcill, in quella di Frate Alberico, ecc. Il Mandeville pone una specie d'antinferno in vicinanza del fiume Fison, e l'Ariosto apre una bocca dell'inferno alle radici del monte su cui  il Paradiso (76). Dante fa che il Paradiso coroni il monte del Purgatorio, e in una specie di prologo che precede una delle redazioni del noto poema La vengeance de Jsus-Christ, contenuto in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Torino, il Purgatorio  nel fosso da cui il Paradiso  cinto tutto all'intorno (77). Cos l'Elisio fu, dagli antichi, immaginato contiguo al Tartaro: Ulisse, Enea, passano direttamente da questo a quello.
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E ora varchiamo il fosso e il muro e penetriamo nel luogo sacro, il quale, stando a una ragionevole opinione di Marcione, il noto eresiarca del secondo secolo, fu formato con la pi pura parte della terra, e, secondo Filosseno vescovo di Bagdad (secolo nono) e Mos Bar-Cefa (secolo decimo), di una materia pi tenue e pi pura, che teneva dello spirituale. Regna nel beato giardino una perpetua primavera, non mai turbata da venti e da procelle. Il cielo, che spande sopr'esso un lume sette volte pi chiaro che non sia quello del nostro giorno, ma scompagnato da ogni fastidiosa caldura, non vi patisce nube alcuna, e mai non lo ingombra la notte. N mai per l'aria dolcissima si riversa grandine o pioggia, n mai vi s'ode il pauroso fragore del tuono e l'orrendo schianto della folgore. Tiene il luogo un'altissima quiete, una pace serena e sacra, ignote affatto a chi vive quaggi. Padri e Dottori della Chiesa, e poeti cristiani dei primi secoli, vanno a gara in descrivere tanta letizia, e le lor voci raccoglie Dante, quando nel canto ventesimottavo del Purgatorio descrive

La divina foresta spessa e viva,

e ricorda l'aura dolce, senza mutamento, che ne sommoveva le fronde, e la perpetua primavera (78). Anche qui i riscontri abbondano. Il Meru e l'Hara-berezaiti non conoscono i rigori del verno, n le tenebre, n le nubi, n intemperie di nessuna sorte. Di tutti gli altri luoghi di beatitudine fu necessariamente immaginato altrettanto. Veggasi ci che Omero ed Esiodo e Platone e Virgilio e tanti altri antichi dicono del soggiorno dei giusti, o della condizione della terra durante l'et dell'oro, o del paese degl'Iperborei, o di altri cos fatti:

Hic aeterna quies, nulla hic jura procellis (79).

L'isola di Avalon, di cui tanto favoleggiarono nel medio evo i poeti e i romanzatori del ciclo arturiano, e dove Art, mortalmente ferito in battaglia, era, per forza di miracolo, serbato in vita, l'isola di Avalon godeva gli stessi benefizii del Paradiso terrestre (80).
Che quella stanza del Paradiso dovesse poi essere saluberrima; che i morbi non vi potessero penetrare, n vi potesse penetrare la morte, s'intende di leggieri ed  cosa in tutto conforme al concetto del mito biblico. Ma non si creda che essa fosse sola a fruire di cos notabili prerogative. Dell'isola di Pafo fu creduto anticamente che nessuna infermit vi potesse aver luogo. Nell'isola de' Macrobii, posta nel mare dell'India, e visitata da Alessandro Magno, l'aria era cos pura, e cos sano il clima, che gli uomini vi solevano vivere circa un secolo e mezzo. Plutarco, rimaneggiando finzioni antichissime, narra di due isole a ponente della Brettagna, abitate, l'una da uomini di santa vita, immuni da ogni umana infermit, l'altra da Crono, immerso in letargo e servito da demonii (81). Nel l. VIII delle sue Istorie Filippiche, delle quali non sono rimasti se non pochi frammenti, Teopompo raccontava, conformemente a un'antica leggenda, come il re Mida fosse riuscito ad ubbriacare Sileno e ad avvincerlo di catene. Per riacquistare la libert Sileno dovette comunicare al re la sua scienza, e tra l'altro gli narr della terra Merope, posta di l dall'oceano, e dove gli uomini vivono il doppio che altrove, e non conoscono infermit, e il suolo spontaneamente produce le messi e ogni altro frutto (82). Di consimil natura era l'isola di Jambulo, di cui d ragguaglio Teodoro Siculo. Anche di luoghi dove non si moriva ce n'era pi d'uno. Giraldo Cambrense parla di due isole, poste in un lago dell'Irlanda, nella minor delle quali nessuno poteva morire e nessuno mai era morto, e perci era detta Isola dei viventi. Chi, oppresso dai morbi, o giunto allo stremo della vecchiezza, desiderava por fine a una vita divenuta ormai troppo incresciosa, si faceva trasportare nell'altra isola, e come appena toccava terra, moriva (83). Queste isole sono spesso ricordate in leggende celtiche, e veggonsi poste pi di frequente nel mare ibernico. Si legge nel Perceforest che i principi Dardanon, Gadiffer con la moglie sua, Perceforest e Gallafar si ritrassero nell'Isola di vita, per potervi aspettare la venuta del Redentore. Invecchiano oltre modo aspettando, tanto che la vita s' fatta loro insopportabile. Avuta la nuova che il Redentore  nato, si fanno trasportare altrove e muojono in pace (84). Pietro Comestore parla di pi isole dei viventi, ove a nessuno  dato morire, e Gervasio da Tilbury ne ricorda una, visitata da Alessandro Magno, l nei mari dell'India (85). Contrastava con queste un'isola dove non si poteva nascere (86).
Il Paradiso terrestre, che Dante, acconciamente, disse

Fatto per proprio dell'umana spece (87),

era immune dalla morte e dai morbi, non solo perch il santo luogo non poteva, per sua natura, essere contaminato da nessuna delle miserie di quaggi, le quali furono il tristo retaggio della colpa; ma ancora perch accoglieva in se stesso, come ora vedremo, pi cose le quali avevano virt di combatterle e di tenerle lontane.
Degl'infiniti alberi d'ogni specie, che dovevano empiere il giardino dell'Eden, la Genesi ne nomina pi particolarmente due: l'albero della vita e l'albero della scienza del bene e del male, concesso quello, vietato questo ai due primi parenti. Il linguaggio del libro sacro  del resto un po' ambiguo, perch ora pare vi si parli di due alberi diversi, e ora di uno solo, il che  da ascrivere certamente alla imperfetta corrispondenza e alla poca fusione dei due racconti onde il libro stesso fu composto. Vi  poi anche ricordato il fico, delle cui foglie Adamo ed Eva copersero la lor nudit. Non parlo del bedolach, intorno alla cui natura fu tanto disputato.
La stretta affinit che gli alberi paradisiaci della vita e della scienza hanno con alberi meravigliosi di altre mitologie, col soma degl'Indiani, con l'haoma degl'Irani, con l'albero delle tradizioni caldeo-assire, con l'albero della immortalit, che insieme con altri alberi meravigliosi sorge nel Kuen-lun dei Cinesi, con quello che, tutto splendente di pomi d'oro, era custodito gelosamente nell'Orto delle Esperidi, fu notata da un pezzo, n io intendo di farne qui particolare discorso (88).
Molto fu immaginato e disputato circa la specie e la natura dei due alberi della vita e della scienza, e pi specialmente del secondo. Dall'uno o dall'altro si fece derivare, in una leggenda celebre di cui avr a parlare in luogo pi acconcio, il legno onde fu formata la croce; e il primo diede argomento anche a un'altra leggenda, assai strana, ove si narra che mille anni dopo il peccato dei primi parenti, Dio trapiant l'albero della vita nell'orto di Abramo; che una figliuola di Abramo ingravid respirando il profumo dei fiori dell'albero, e diede alla luce un fanciullo, il quale si chiam Fanuel; e che costui, avendo forbito sulla propria coscia il coltello con cui aveva tagliato uno dei frutti dell'albero, vide la coscia gonfiarsi e mettere al mondo a tempo debito, una bambina che fu Sant'Anna, madre della Vergine Maria (89).
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Nel Testamento d'Adamo, Seth domanda che albero fosse quello del cui frutto mangiarono i suoi genitori, e Adamo risponde che era il fico. Isidoro Pelusiota, morto circa il 450, dice che, secondo l'antica opinione, l'albero che condusse a peccare i primi parenti fu un fico, e un fico si vede talvolta rappresentato nei monumenti della primitiva arte cristiana (90). Un fico lo dissero pure alcuni rabbini; ma altri rabbini, seguti in ci dai Bogomili, pensarono che dovesse essere la vigna (la quale fu, per contro, dai Mandaiti considerata pianta di vita) oppure il grano (91). Nel Libro d'Enoch, il profeta, seguitando una sua fantasiosa peregrinazione, giunge al giardino di giustizia, e vi trova, fra altri alberi, l'albero della scienza, il quale somiglia al tamarindo, ha i frutti simili a grappoli d'uva, e spande intorno un profumo balsamico (92). Secondo una opinione molto diffusa tra i musulmani il frutto vietato era, come per alcuni rabbini, il grano (93). Felice Faber afferma che tutti gli Orientali credevano l'albero fatale essere il musa (banano, fico del Paradiso), e dice che il frutto mostra, quando  intero, la traccia di un doppio morso, e quando  tagliato a mo' del rafano, il segno della croce, con una oscura immagine del crocifisso, in ogni fetta che se ne leva (94). Felice scriveva verso la fine del secolo XV; ma molti prima di lui avevano parlato del musa, e de' suoi frutti, chiamati anche pomi del Paradiso (arbor Adae, poma Adae). Giacomo da Vitry e Giacomo di Maerlant, nel suo poema Der naturen bloeme, e Thietmar, e, in generale, tutti i peregrinatori di Terra Santa, ne fanno ricordo, notando pi di proposito la particolarit di quel morso, che pareva attestare in modo irrefragabile l'origine della pianta e la parte da essa avuta negli umani destini. Burcardo di Monte Sion descrive abbastanza minutamente la pianta e i suoi frutti, ma nulla dice n del morso, n del segno di croce (95). Giovanni de' Marignolli per contro sa che delle foglie della musa, le quali sono assai grandi, si coprirono, dopo il peccato, i primi parenti, e che tagliando per traverso il frutto si vede in ciascuna met l'immagine di un uomo crocifisso (96). Comunque sia, si credeva universalmente che il pomo vietato, e gli altri frutti del Paradiso, fossero di cos grato odore e di cos squisito sapore da vincere di gran lunga quanti ne nascono in terra. San Giovanni, Enoch ed Elia ne dnno alcuni ad Astolfo

Di tal sapor, ch'a suo giudicio, sanza
Scusa non sono i duo primi parenti,
Se per quei fr s poco ubbidienti (97).

Ma si sa che il mal desiderato frutto rest nella strozza ad Adamo, e form quello che appunto di chiama dal volgo il pomo d'Adamo, e dai dotti cartilagine tiroidea. Dio, "perci che l'uomo sapesse che tutte le schiatte doveano essere colpevoli di questo peccato, fece rimanere lo nodo che e la gola", si legge nel Libro di Sidrach (98); e pi esplicitamente nei Fioretti della Bibbia: "Et quando Adamo mangi del pome, avengnia che buono gli parve al ghusto, s gli ricord del comandamento che iddio gli avea fatto, et pusesi allora la mano alla ghola, e ristrinse la volontae e fu pentuto, et per questo si dice che gli uomeni anno uno nodo nella ghola e le femmine no" (99).
Tutti, o quasi tutti coloro che poterono penetrare nel Paradiso terrestre, videro l'albero che aveva dato materia al peccato, spoglio delle sue fronte e inaridito. Le leggende che io riferir nel capitolo IV cel proveranno. Nel Combattimento d'Adamo  detto che Dio stesso dissecc, dopo il peccato, la pianta; e disseccata prima, poi rinnovellata di novella fronda, la vide Dante:

Io sentii mormorare a tutti: Adamo!
Poi cerchiaro una pianta dispogliata
Di fiori e d'altra fronda in ciascun ramo (100)

Tale, e ingombra di spine per giunta, e con avvolta al tronco la scoglia d'un serpente, la descrive Federigo Frezzi:

Quando trovai un arbor senza fronde
Ch'era di spoglio d'un serpente avvolto,
S come un'edra che un ramo circonde.
Lo spoglio avea di forma umana il volto;
E l'arbore di spine era pien tutto
Intorno a s, siccome luogo incolto.
Ogni altro legno ivi era pien di frutto,
E di be' fiori e frondi, fresco e bello;
E questo solo era secco e distrutto;
E su non vi cantava alcun uccello (101).

Nello strano racconto francese che ho citato poc'anzi si dice che Dio aveva fatto dono dell'albero della scienza ai demonii, e che Adamo ed Eva, avendo mangiato del suo frutto, caddero in loro potest.
Nella leggenda italiana de' tre monaci, della quale ho gi fatto parola, si ricordano quattro alberi meravigliosi di cui andava lieto il Paradiso: l'albero del bene e del male, l'albero della salute, del cui legno fu fatta la croce, l'albero della vita e l'albero della grazia, o della gloria (102); ma ben pi numerose eran le piante che v'allignavano. Ezechiele ricorda nominatamente i cedri, gli abeti e i platani, e accenna a molti altri ligna voluptatis, quae erant in Paradiso Dei (103). Nelle innumerevoli descrizioni che se ne fecero la selva divina appar sempre densa di alberi, e dove non  selva,  campo sparso di minori piante, vestito d'erba e smaltato di fiori. I fiori sono, di solito, questi nostri, la rosa, il giglio, il giacinto, la viola, salvo che hanno assai pi vivi i colori e pi soavi i profumi. Gli alberi, o sono i nostri, con pi perfetta natura, come si conviene al luogo, o son di specie meravigliose, incognite a noi, e sempre in grandissima quantit. Rabbi Giosu gi ricordato, ne noverava 800,000 specie (104).
Si credeva che le piante aromatiche, le spezie, i balsami, venissero dal Paradiso terrestre, o da luoghi prossimi al Paradiso terrestre, e fatti, in certa misura, partecipi della sua condizione. Gi Tertulliano ricorda, a tale proposito, la cannella e l'amomo, e Alcimo Avito descrive piante che stillano balsami. Arnaldo di Bonneval (m. dopo il 1156) dice, in una sua entusiastica descrizione, che dalle piante del Paradiso stillavano resine odorose e balsami d'ogni specie (105); e il Mandeville fa venir gi dal Paradiso, con la corrente del Nilo (che divent, come s' gi notato, uno dei quattro fiumi), l'aloe: e il Joinville, oltre l'alo, ne fa venir la cannella, lo zenzevero o gengiovo, il rabarbaro, i garofani e altre spezie (106). Ma sino dal IV secolo, Sant'Atanasio, arcivescovo di Alessandria, aveva detto che gli aromati vengono dall'oriente, perch il Paradiso terrestre, che appunto  in Oriente, impregna de' suoi olezzi le piante delle regioni circostanti (107); opinione seguta poi dall'Anonimo Ravennate. A quei fiati del Paradiso accenna Gualtiero di Chtillon, quando, descrivendo l'Asia, dice:

instat ab arcto
Caucasus, irriguo Paradisus spirat ab ortu. (108)

Secondo una leggenda musulmana, gli aromati nacquero dalle lacrime di Adamo, espulso dal Paradiso e caduto nell'isola di Ceilan, mentre dalle lacrime di Eva nascevano le perle.
Nel Paradiso era pure ogni specie di piante medicinali. Tertulliano, dopo aver descritte molt'altre cose mirabili che ci si trovavano, dice:

Et pulcre redolet munus medicabile Cretae. (109)

alludendo al dittamo, o a pi erbe medicinali, per cui and famosa un tempo l'isola di Creta. Nel trattato Abodath Hakkodesh del Talmud  detto che nel Paradiso terrestre sono tutte le piante medicinali (110); e Gotofredo da Viterbo fa menzione di certi frutti ch'eran buoni, sembra, contro tutti i mali:

Optima per fluvium currentia poma tenentur;
Infirmis oblata viris medicina tenentur;
Solus odorats sanat odore caput. (111)

Piante medicinali coprivano i fianchi del Meru: nell'isola d'Avalon, qual  descritta nella Bataille Loquifer, le pietre della citt guarivano tutti i mali del corpo e dell'anima.
Il Petrarca paragona il suo lauro simbolico agli alberi del Paradiso:

In un boschetto novo i rami santi
Fiorian d'un lauro giovenetto e schietto
Ch'un degli arbor parea di paradiso (112)

ma gli  certo che nel Paradiso ci erano alberi i quali vincevano di molto in pregio e in virt quel suo lauro. Onorio d'Autun ne ricorda di proposito tre, oltre a quello della vita. Chi, a tempo opportuno, avesse gustato dei frutti del primo, non avrebbe mai pi avuto fame; e chi avesse gustato dei frutti del secondo, sarebbe stato liberato in perpetuo dalla sete; e chi di quei del terzo, non avrebbe pi conosciuto stanchezza (113). Vedremo pi oltre che nel Paradiso c'erano pure alberi con le fronde d'oro e d'argento. In un luogo del Mondo creato Torquato Tasso accenna a canuta e sacra fama appo gli Ebrei, secondo la quale le piante del Paradiso avrebbero avuto senno e favella. Da altra banda, nel Libro d'Enoch,  ricordato un albero sempre verde, sempre fiorito, che spande un soavissimo odore, e a cui non pu agguagliarsi nessuno di quelli dell'Eden. I frutti suoi sono serbati agli eletti dopo il Giudizio (114). Le piante del Paradiso non abbisognavano di nessuna coltura; e bench mai non le bagnasse la pioggia, serbavansi sempre verdi e fresche, e recavano sullo stesso ramo il fiore appena sbocciato e il frutto gi maturo. Tutti i poeti concordemente lo affermano (115).
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Sia ricordato ancora che il paradiso di Maometto  tutto pieno di alberi, tra' quali primeggia lo smisuratissimo Thuba, grave sempre di ogni specie di frutti; che un nuovo albero vi si pianta ogni volta che un credente dice Lode a Dio! e che secondo una opinione del Profeta, o a lui attribuita, deriva dal Paradiso il succo del popone, il quale perci guarisce settanta specie di mali, e ha tal virt che un boccone che se ne mangi equivale a dieci buone opere e cancella dieci peccati (116). Alberi erano pure nel Vara, o paradiso dell'iranico Yima.
Nel racconto biblico  fatta parola della fonte che irrigava il Paradiso, e da cui nascevano i quattro fiumi; ma non  detto che essa avesse virt di perpetuare la vita, o di restituire la giovinezza perduta. Ci nondimeno, l'idea di porre accanto all'albero della vita anche una fontana di vita e di giovent era un'idea cos naturale, tanto consentanea ad una delle fantasie mitiche pi diffuse e pi costanti, che non poteva, o prima o poi, non sorgere nello spirito di qualcuno.
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A farla sorgere sarebbero bastati i parecchi accenni che ad una fonte di vita si trovano nelle Sacre Scritture (117); sarebbe bastato l'esempio dell'autore dell'Apocalissi, che nella celeste Gerusalemme fa scorrere presso l'albero della vita il fiume della vita (118); ma, anche senza di ci, la fonte meravigliosa sarebbe scaturita nel luogo di tutte le delizie, e perch la natura stessa del luogo pareva richiederla, e perch essa esisteva gi e non c'era bisogno d'inventarla. Nel paradiso indiano sgorga la fonte Ganga, da cui nasce il Gange; nell'iranico sgorga la fonte di vita Ardv-sra; nel cinese  un fonte giallo dell'immortalit, il quale si spartisce in quattro fiumi, o un fiume giallo, che ritorna, alla sua fonte, ed ha la stessa virt; negli Orti delle Esperidi, o nell'Elisio, sono i fonti dell'ambrosia, cio del sacro liquore che procaccia la immortalit (119). Una fonte di giovinezza si trova nel paradiso messicano, e nel gaelico (120), e in quello degli abitanti dell'arcipelago di Hawai, e in altri. Di uno stagno, le cui acque hanno virt di ringiovanire, si parla nel Satapatha Brhmana (121). La immaginazione riappar frequente in tradizioni di pi sorta e in novelline popolari, alcune delle quali sono senza dubbio assai antiche. Di una spedizione di Alessandro Magno alla ricerca della miracolosa fontana si narra nello Pseudo-Callistene, nei poemi di Firdusi e di Nizmi (122), in quello di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay, ecc. Tra le fiabe tedesche pubblicate dai fratelli Grimm ve n' una intitolata Das Wasser des Lebens, nella quale si narra di tre giovani principi, che per ridare la sanit al padre ammalato muovono in cerca dell'acqua della vita: solo il minore dei tre riesce a trovarla (123). Questa novella fu narrata anche in latino, ed ebbe corso nel medio evo (124); fiabe consimili si trovano nelle letture popolari di tutta Europa (125). Nei racconti orientali la fontana di vita, o di giovent,  spesso ricordata (126), e i pi dei geografi arabici la pongono in Oriente (127), e in Oriente la lasciano, di solito, i racconti occidentali. Il desiderio di Fausto fu desiderio di tutti i tempi e di tutte le genti.
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La fontana di vita e di giovinezza doveva dunque scaturire dal suolo benedetto del giardino di felicit. Nel Combattimento d'Adamo, l'acqua di che si formano i quattro fiumi sgorga dalle radici dell'albero della vita (128). Sant'Agostino racconta nel suo trattato De origine animae come a Santa Perpetua fosse conceduto di vedere il proprio fratello, morto di lebbra, "aggirarsi pieno di salute e di bellezza in una splendente dimora, bevendo acque miracolose entro una coppa d'oro" (129). Non dice che acque fossero; ma s'indovina ch'erano attinte a una fontana di vita: quanto alla dimora splendente, essa , senza dubbio, come vedremo pi oltre, il Paradiso terrestre. Nelle leggende medievali concernenti il Paradiso si parla risolutamente di una vera e propria fontana (130).
In altre leggende questa fontana appar di bel nuovo fuori del Paradiso, con cui pu serbare o non serbar relazione: nel secondo caso nulla vieta di credere che si ammettessero pi fonti diverse; nel primo la fonte deriva in qualche modo dal Paradiso, o  piuttosto un'acqua derivata dalla fonte del Paradiso. Di una fonte cos derivata si parla nell'Huon de Bordeaux:

Ens ou vregiet l'amiral est entr;
Dix ne fist arbre qui pust fruit porter 
Que il n'ust ens el vregiet plant.
Une fontaine i cort par son canel;
De paradis vient li rius sans fauser.
Il n'est nus hom qui de mere soit ns,
Qui tant soit vieus ne quenus ne mells,
Que se il puet el ruis ses mains laver
Que lues ne soit meschins et bacelers (131).

Nel gi citato Romans d'Alixandre di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay la fontana ha la medesima origine, sebbene non troppo se ne intenda il modo:

Li fontaine sordait de l' flun de paradis,
De Taighe de Deufrate qui dpart de Tigris (132).

Nel Trojanischer Krieg di Corrado da Wurzburg, Medea usa di un'acqua venuta dal Paradiso terrestre per far ringiovanire il padre di Giasone (133); e dal Paradiso deriva la fonte che guarisce tutti i mali, della quale si parla nel Titurel di Albrecht (134). Nell'Arzigogolo del Lasca  ricordata cert'acqua che ha virt di far ringiovanire e che un tale and a cercare nel Paradiso terrestre, sul Caucaso, consumando nel viaggio gran parte della vita (135).
Ma della fonte si parla pure, come ho detto, indipendentemente dal Paradiso terrestre. Stefano di Borbone (m. c. 1262) narra, per averlo udito narrare da altri, il caso di un vecchio, il quale avendo, l nelle terre d'oltremare, bevuto, senza intenzione, dell'acqua di certa fonte, torn subito giovane, ma dopo non pot ritrovar mai pi il luogo ov'essa scaturiva (136). Il Mandeville, che tante cose vide, vide anche questa. Egli dice che la fontana miracolosa sgorga alle falde di un monte; vicino alla citt di Polambe; che ha odore e sapore di tutte spezie, e muta l'uno e l'altro a ciascun'ora del giorno. Chi, a digiuno, beve tre volte di quell'acqua guarisce d'ogni male; e gli abitanti di quelle terre vicine, i quali spesso ne usano, vanno esenti da malattie e pajon sempre giovani. Il viaggiatore volle berne ancor egli e credette di sentirsi tutto ringargliardito (137). Nel Phisiologus di Teobaldo (sec. undicesimo), nei Bestiarii di Filippo di Thaun (sec. dodicesimo) e dei chierico Guglielmo (sec. tredicesimo), e altrove,  riferita una credenza secondo la quale l'aquila, quando  vecchia, sale verso il sole, e ne' suoi raggi quasi s'abbrucia, poi va in Oriente, s'immerge nell'acqua di certa fontana, e insieme con la giovinezza riacquista il vigore perduto (138). Questa fontana benedetta fu anche fatta sgorgare nel Paese di Cuccagna e nel paese del Prete Gianni. Nella lettera a Emanuele, imperatore d'Oriente, lettera che and soggetta a tante interpolazioni, il Prete Gianni dice che in un suo palazzo, il quale vince di magnificenza tutti gli altri palazzi del mondo, "scaturisce un fonte che non ha l'eguale per fragranza e per sapore, e che non esce da quelle mura, ma corre da uno a un altro angolo dei palazzo, e scende sotterra, e correndo quivi in contraria direzione, ritorna l d'onde  nata, a quella guisa che torna il sole da Oriente ad Occidente. L'acqua ha il sapore di quella cosa che colui che la gusta pu desiderare di mangiare o di bere, ed empie di tanta fragranza il palazzo come se ci si manipolassero tutte le sorta di balsami, di aromi e di unguenti". Chi la beve con certo modo e regola campa pi di trecent'anni, serbandosi sempre in et giovanissima (139).
In pieno secolo 16esimo la fontana di vita o di giovinezza (140) faceva ancora sognare pi d'uno. Luca Cranach si contentava di torla a soggetto di un suo dipinto, e Giovanni Sachs di una poetica fantasia; ma Ponce de Leon, lo scopritore della Florida (1512), mosse appositamente con due navi per cercarla nell'isola di Bimini, dove credeva ch'essa scaturisse (141). Altri pure ebbe s fatti sogni, e trov, sembra, chi lo mise in canzone (142).
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La fantasia degli uomini dei medio evo non si appag dei resto della fontana di vita o di giovinezza, ma pi altre cose venne immaginando provvedute di quelle stesse virt. In molti racconti si parla di un'erba che rid la vita (143). Nella continuazione dell'Huon de Bordeaux si parla di pomi del Paradiso terrestre che fanno ringiovanire; e Ugone ne d a mangiare anche al sultano di Tauride (144). Gervasio da Tilbury dice che i frutti degli Alberi della Luna e del Sole, alberi che diedero responso ad Alessandro Magno, facevano vivere quei sacerdoti quattrocent'anni (145); e Uggieri il Danese ebbe a mangiarne. Del Santo Graal fu detto che avesse, tra le altre virt, anche quella di ringiovanire i vecchi e risuscitare la Fenice (146); e del pastorale di San Patrizio la leggenda narra che conservava la giovent e la bellezza. Virt consimili furono attribuite a molte altre cose. L'anello che Morgana d ad Uggieri il Danese lo restituisce e lo serba in et di trent'anni, sebbene egli ne abbia pi di cento; il cavallo bianco del re Thiermana-Oge, nel paese di giovent, ha, secondo la leggenda irlandese, tal qualit, che chi vi monta su racquista immediatamente la pi florida giovinezza, ma, come ne smonta, subito la perde (147).
La fontana, di cui ho parlato, mi conduce ora, naturalmente, a dire dei fiumi. La Scrittura ne ricorda quattro, tanti quanti ne venivan dal Meru. La fonte da cui traggono l'origine, sia essa, o non sia, la fonte di vita o di giovinezza,  spesso descritta come ridondante di acque, dalle quali i quattro fiumi prendono nascimento (148). A far immaginare tanta copia di acque nel Paradiso deve aver contribuito, oltre i precedenti mitici normali, la scarsit di cui se ne pativa in Palestina, e che doveva di molto accrescerne il pregio agli occhi degli Ebrei: in fatti sono frequenti nei profeti le lodi dell'acqua fresca (149); e anche nel paradiso di Maometto sono acque in gran copia. Il Mandeville dice che a cagione delle grandi acque le quali vengono dal Paradiso tutta l'India  come spartita in isole. Precipitando dal monte altissimo, su cui fiorisce il giardino, nella sottostante pianura, le acque levano un cos terribil fragore che le genti di quelle terre vicine son fatte sorde, anzi nascono sorde (150).
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Gi dentro al Paradiso, oppur fuori di esso, da un lago che il fonte formava, nascevano i quattro fiumi, Fison, Gihon, Tigri (Hiddekel) ed Eufrate (151), i quali ridussero alla disperazione quanti cercarono di conciliare ci che se ne dice nella Genesi con una realt geografica qualsiasi. Circa gli ultimi due non vi fu dubbio, generalmente parlando; ma circa i due primi le opinioni furono infinite, e chi volesse raccogliere tutte quelle che si trovano sparse negli scrittori ecclesiastici e non ecclesiastici potrebbe formarne un volume che riuscirebbe di mole non picciola e di assai maggiore fastidio (152). Basti dire che non vi fu fiume di qualche importanza il quale non siasi fatto venire dal Paradiso. L'antica, diffusa e comoda dottrina del corso sotterraneo, e anche sottomarino dei fiumi, permetteva, a tale riguardo, e rendeva inconfutabile qualsiasi pi arrischiata e pi strana opinione (153); e la confusione, solita a farsi, dell'India con l'Etiopia agevolava le pi chimeriche fantasie. Ne ricorder solo qualcuna.
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Che uno dei quattro fiumi, e propriamente il Gihon, fosse il Nilo,  credenza antica. Gi Giuseppe Flavio, certamente non primo, asseriva che il Gange, l'Eufrate, il Tigri e il Nilo derivano dal fiume paradisiaco che cinge tutto intorno la terra (154). Nel medio evo quella credenza fu molto comune e sarebbe lungo ed ozioso recarne le testimonianze: la confusione, pur ora notata, fra l'India e l'Etiopia doveva favorirla e la favor nel fatto (155). Secondo gli autori del Bundehesh e dell'Avesta, risalendo l'Indo e il Nilo si giungeva all'Hara-berezaiti. Altri, per ragioni facili a intendere, fece venire dal Paradiso il Giordano (156); e altri, non si sa perch, il Danubio (157). Federigo Frezzi, per non far torto a nessuno, fa venire dal Paradiso, oltre i quattro fiumi biblici, anche il Danubio, il Po, il Reno, il Tanai (158).
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Ma al Paradiso i soli fiumi d'acqua non potevano bastare, e Tertulliano vi fa scorrere i rivi di latte. Pi di un rabbino parla di fiumi di latte, d'olio, di vino, di balsamo (159); e Maometto se ne ricorda descrivendo il luogo di beatitudine serbato a' suoi seguaci (160). Cosa ben pi strana, vi scorreva anche un fiume di pietre preziose. Veramente, da prima, si parla di uno o pi fiumi che, venendo dal Paradiso, trascinano con s grande quantit d'oro, d'argento e di gemme. Nel gi citato libro di Juniore Filosofo  detto che quelle genti, le quali abitano in prossimit del Paradiso terrestre, raccolgono con reti le gemme che seco mena un fiume (161). Per Brunetto Latini questo fiume  l'Eufrate (162); ma secondo Giordano da Svrac le gemme abbondano in tutti e quattro i fiumi (163). I fiumi del paradiso di Maometto hanno le rive d'oro, il letto pieno di rubini e di perle, scorrono fra montagne di muschio; e nella paradisiaca dimora di Quetzalcoatl, quale la immaginarono gli Aztechi, sono in copia, fra molte altre cose meravigliose, le gemme e i metalli preziosi. Nella ricordata lettera del Prete Gianni all'imperatore Emanuele si discorre di un fiume, chiamato Idono, il quale venendo dal Paradiso, mena con s gran quantit di smeraldi, di zaffiri, di carbonchi, di topazii, di crisoliti e di altre pietre preziose (164); e si discorre di un altro fiume, il quale passa sotterra, menando similmente con s grandissima copia di gemme. Di questo secondo fiume, che d occasione a una delle avventure di Sindbad il Navigatore nelle Mille e una Notte, non  detto che venga dal Paradiso (165). Un piccolo sforzo ancora e si avr il fiume di sole gemme immaginato da Giovanni d'Outremeuse (secolo 14esimo), fiume che sbocca nel mar dell'arena (166); n quello era uno sforzo difficile a fare, giacch di un fiume di sassi e di un mare d'arena, che si vedevano in Asia, parecchi avevan narrato le meraviglie (167).
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Era naturale che nel Paradiso terrestre si ponessero tutte le ricchezze e tutti gli splendori: l'oro, l'argento e le gemme vi dovevano essere in abbondanza. Un passo di Ezechiele mostra s fatta tendenza in modo assai spiccato (168); il monte Meru, secondo una delle molte immaginazioni cui porse argomento, aveva quattro lati, l'uno d'oro, l'altro di cristallo, il terzo d'argento e il quarto di zaffiro. Nell'Elisio descritto da Platone gli alberi recano gemme, come nel paradiso di Maometto; e nella Gerusalemme celeste descritta dall'autore dell'Apocalissi, abbondano le pietre e i metalli preziosi. Delle molte gemme che sono nel Paradiso terrestre Tertulliano ricorda il prasio, il carbonchio, lo smeraldo, e Alcimo Avito afferma che quelle che noi chiamiamo gemme sono i sassi di col. Sebbene il Mandeville dica che non si pu sapere di che cosa sia formato il muro del Paradiso, tanto lo velano agli altrui sguardi il musco e l'edera, pure molti sapevano ch'esso era di materia preziosissima e tutto tempestato di gemme (169). Secondo qualche rabbino, tutto il Paradiso era selciato di pietre preziose e di perle. Si sapeva inoltre che Adamo, uscendo dal giardino, aveva potuto recar con s l'oro, l'incenso e la mirra che dovevano poi, dai Re Magi, essere offerti al bambino redentore, e deporli, insieme con altre ricchezze, in una caverna, detta, per ci appunto, la Caverna dei Tesori (170). Se si pensa alle virt meravigliose, che gi nell'antichit, e poi, durante tutto il medio evo, si attribuirono alle gemme, virt di cui si discorre largamente nei Lapidarii, e al significato simbolico che si soleva dar loro, non parr strano che di gemme si volessero pieni il Paradiso e le sue acque (171).
Il Meru, quale  descritto nel Mahbhrata,  coperto d'oro, e aureo  detto nei Purni. Aureo meriterebbe d'essere chiamato anche il Paradiso terrestre. Il muro che lo serra , talvolta, tutto d'oro, e d'oro sono i palazzi e le chiese ch'esso contiene. Un soldato di cui San Gregorio narra la visione, passa un fetido fiume, e giunge a prati fioriti, dove si stan costruendo di mattoni d'oro, mirabili case (172). Note sono le relazioni mitiche dell'oro con la luce, col sole, con la felicit. Una citt d'oro, stanza di beatitudine, sognarono gl'Indiani; la Gerusalemme celeste sfolgora d'oro; i palazzi del paradiso di Maometto sono costruiti d'oro, di perle, di smeraldi e di rubini. El Dorado chiamarono gli Spagnuoli la nuova terra di promissione (173).
Con tali condizioni di luogo e di clima quali abbiamo vedute, con tanto rigoglio di vegetazione soprammirabile, con tanto splendore di metalli preziosi e di gemme, il Paradiso terrestre doveva essere di tale bellezza e magnificenza da vincere ogni pi ardita e fervida fantasia. Ma ci appunto doveva stimolare e far vie pi intenso il desiderio di rappresentarselo e colorirselo nella mente, di descriverlo con parole. Chi sa quante anime innamorate di solitarii e di reclusi lo sognarono nelle ore di estatica contemplazione, credettero d'intravvederne gl'immortali splendori nello spettacolo d'un tramonto pomposo! I primi poeti cristiani, che presero a sparger di fiori la nuda terra del Golgota e a lumeggiare l'austera speranza sorta novamente negli animi, andarono a gara in narrarne le divine delizie. Bisognava che gli uomini conoscessero ci che avevano perduto per poter meglio intendere il pregio di ci che il sangue di Cristo aveva loro ridato. Tertulliano, Proba Falconia, Prudenzio, Draconzio, Mario Vittore, Alcimo Avito, ci lasciarono tutti descrizioni calde di entusiasmo e non prive di merito, le quali hanno questo carattere comune, che tutte traggono elementi, colori ed immagini dalle descrizioni che i poeti gentili avevan fatte degli Elisii (174). N questo poteva sembrare ai poeti cristiani un procedimento illegittimo, giacch essi credevano che il mito degli Elisii altro non fosse se non una ricordanza e come dire un riflesso alterato del racconto biblico (175). E fu appunto la gran somiglianza di s fatte descrizioni quella che permise di attribuire a Lattanzio il noto poemetto De Phoenice, il quale, non solo non  di lui, ma non , forse, nemmeno di autore cristiano, e in cui si descrive, non gi, come fu creduto, il Paradiso terrestre, ma il Bosco del Sole (176). Proba Falconia formava la descrizione sua, e tutto il compendio del Vecchio e del Nuovo Testamento di cui quella descrizione  parte, con versi tolti a Virgilio. Mario Vittore chiamava il Paradiso col nome di Tempe, e sebbene in certa Epistola de perversis suae aetatis moribus ad Salmonem abbatem rimproverasse, pi specialmente alle donne, di posporre Salomone a Paolo e Virgilio, ad Ovidio, ad Orazio, a Terenzio, i suoi versi sono tutti pieni di reminiscenze classiche. L'autore di un metrum in Genesim (forse Ilario d'Arles, ancor egli, come Mario Vittore, del V secolo), prendeva a modello il primo libro delle Metamorfosi (177), e Sidonio Apollinare, cristiano, descriveva gli Orti del Sole con quelle parole medesime che si usavano a descrivere il Paradiso terrestre (178).
Le descrizioni del Paradiso terrestre si possono dire innumerevoli, e vanno moltiplicando dai primi tempi del cristianesimo, attraverso il medio evo, sino ai giorni nostri, e sono in verso e in prosa, e sono in tutte le lingue. Compajono, com' naturale, nei Commentarii alla Genesi, negli Hexaemera, nelle Bibbie versificate e istoriate, in molti trattati teologici; compajono in trattati scientifici, varii di natura e di forma; compajono in cronache, in Visioni, in leggende; compajono in poemi d'ogni sorta (179). I rabbini gareggiano in cos fatte descrizioni coi dottori e coi poeti cristiani, e di gran lunga li vincono quanto a stranezza e audacia d'immaginazioni (180); e tra' cristiani v' chi non si contenta delle descrizioni fatte da uomini, ma altre ne pone in bocca a Dio stesso e agli stessi demonii (181).
Molte di quelle descrizioni sono documenti assai notabili del carattere che venne assumendo nei primi secoli del cristianesimo e nel medio evo il sentimento della natura (182). La natura vi  idealizzata conformemente a una immaginazione di bellezza e di giocondit sovrammondana, che il Frezzi rese non infelicemente in tre versi:

Rallegra tutto il cor quel paradiso:
Ivi ogni cosa intorno m'assembrava
Un'allegrezza di giocondo riso.

Il Paradiso terrestre diventa un prototipo di bellezza, suscitava altre immaginazioni affini, e di esso si ricordavano quanti poeti prendevano a descrivere luoghi di delizie e di felicit. Isole e giardini d'incantevol bellezza abbondano nei poemi cavallereschi, nei romanzi di avventura, e hanno col Paradiso terrestre anche questa somiglianza, che rinchiudono un principio malvagio, una causa di scadimento e di perversione, come i giardini di Alcina e di Armida (183). Il paese delle fate, o pays de farie, o semplicemente Farie, spesso descritto nei romanzi francesi, ha col Paradiso terrestre moltissima somiglianza, e cos l'hanno il regno sotterraneo di Venere nella leggenda tedesca, e quello della Sibilla nella leggenda italiana (184).
E a somiglianza del Paradiso terrestre fu immaginato il Paradiso celeste, come gi prova la Gerusalemme celeste dell'Apocalisse, e come si pu vedere negli scritti di parecchi Padri. Tale somiglianza  spiccatissima in un Rhythmus de gloria et gaudiis Paradisi, falsamente attribuito a Sant'Agostino, ma certamente assai antico (185). San Pier Damiano pone nel Paradiso celeste prati fioriti, odori soavi, musiche meravigliose (186). Leggendo certa poesia latina pubblicata dal Bhmer, non s'intende di qual Paradiso il poeta voglia parlare, fino a che, a togliere il dubbio, non appajono il trono dell'Eterno, e i cori dei santi e degli angeli che gli stanno d'intorno (187). Talvolta il Paradiso terrestre e il celeste sono fusi insieme e ne formano un solo (188).
Tali, quali abbiamo vedute, erano le bellezze e le meraviglie di quello che gl'Italiani chiamarono dolcemente il Paradiso deliziano (189): vediamo ora quali ne fossero, o ne fossero stati, gli abitatori.
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CAPITOLO 3.
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GLI ABITATORI DEL PARADISO TERRESTRE.
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Il primo uomo, e il primo abitatore umano del Paradiso terrestre fu, secondo la Genesi, Adamo. Il mito ampliato e variato de' tempi posteriori s'attenne scrupolosamente, per questo rispetto, alla parola biblica, e la invenzione dei preadamiti, che prima di Adamo avrebbero dovuto popolare la terra,  una invenzione assai tarda, ignota ai cristiani dei primi secoli, ignota a quelli dei tempi di mezzo (190). Eva fu la compagna di Adamo nel beato soggiorno.
Il racconto biblico  assai sobrio di notizie intorno ai due primi parenti; ma una tal sobriet non poteva appagare la fantasia dei credenti, memori dell'antico peccato e consci della infelicit ond'esso era loro stato cagione. Il bisogno di conoscerne meglio gli autori, le condizione, le conseguenze, nacque spontaneo negli spiriti; e da quel bisogno ebbe origine una moltitudine d'immaginazioni, le quali ripeterono fantasticamente tutta la storia dei due protoplasti, dalla creazione alla morte, e pi oltre ancora, sino alle vicende della pi prossima loro discendenza. In grazia di quelle immaginazioni, il succinto e arido racconto biblico si muta in un lungo romanzo pieno di meraviglie e di stravaganze, le cui parti non sono tutte insieme congiunte; anzi si pu dire che formino come tanti romanzi separati, aventi il soggetto medesimo, e informati, generalmente parlando, dal medesimo spirito. Esse appartengono, quando in comune, quando in particolare, alle tre grandi famiglie religiose che nei libri dell'Antico Testamento cercano il verbo primo, se non anche l'ultimo, delle loro credenze: ebrei, cristiani, maomettani.
Prima di passare a vedere un buon numero di quelle immaginazioni, non sar fuor di luogo dare una rapida indicazione delle fonti da cui esse derivano, o, per parlar pi giusto, giacch ben poco si conosce circa le loro origini prime, delle scritture in cui ebbero a raccogliersi. Le principali sono: 1, Alcuni trattati del Talmud; 2, La Piccola Genesi, o Libro dei Giubilei, opere di autore ebraico, anteriore a Ges Cristo (191); 3, Il Combattimento di Adamo ed Eva, tradotto dall'ebraico in etiopico, e malamente attribuito a Sant'Epifanio, vescovo di Cipro (192); 4, La Caverna dei Tesori, gi ricordata; 5, Il Testamento d'Adamo, il quale , assai probabilmente, tutt'uno con l'Apocalissi d'Adamo di cui fa parola Sant'Epifanio, e con la Penitenza d'Adamo registrata nel decreto di papa Gelasio (193); 6, Il Libro d'Adamo dei Mandaiti (194); 7, Una Vita greca (195); 8, Una Vita latina (196); 9, Il Corano, e non poche storie, e non pochi trattati geografici degli Arabi (197).
Le prime favole di cui noi dobbiamo ora prendere notizia sono quelle concernenti la creazione di Adamo e di Eva. Anzitutto  da ricordare che i cabalisti conobbero un tipo celeste dell'Adamo terrestre, e lo chiamarono col nome di Adam Kadmon, e che un Adamo celeste si mostra pure nelle dottrine dei primi gnostici (198). La Bibbia si contenta di dire che il Signore plasm il corpo di Adamo della polvere della terra; ma tale linguaggio parve poi ai credenti troppo generico. Secondo una finzione dei rabbini, la polvere con cui Dio plasm quel corpo fu raccolta da tutta la faccia della terra; secondo una finzione analoga dei musulmani, la terra necessaria fu dai quattro angeli maggiori recata dai quattro punti cardinali: solo il cuore ed il capo furon fatti di terra tolta nei campi dove sorsero poi la Mecca e Medina, la santa Kaaba e il sepolcro del profeta (199). Ebrei e cristiani vollero far notare, che Adamo era stato creato di terra vergine, di terra, cio, non ancora bagnata e polluta dalla pioggia e dal sudore e dal sangue, n seminata, n arata (200); e Sant'Agostino, per tal ragione, poneva il nascimento del primo uomo a riscontro del nascimento di Cristo, figliuol d'una vergine (201). La terra non parve pi materia sufficiente a tant'opera, e si disse che Adamo fu formato di otto parti diverse, e che la terra fu una delle otto, assegnando le altre, con pi varie enumerazioni, a elementi diversi, o sostanze, o corpi; per esempio: mare, sole, nuvole, vento, pietre, spirito santo, chiarit del mondo (202). La credenza del resto che l'uomo fosse formato di otto parti, si vede gi ricordata da Plutarco, il quale l'attribuisce agli stoici (203). Stando a un'opinione assai diffusa, Adamo fu creato nell'agro damasceno; ma parecchi affermarono ch'ei fu creato in Ebron, presso Gerusalemme, e ci per ragioni che vedremo tra poco (204).
I musulmani, i quali narrano pi cose mirabili del modo con cui l'anima immortale fu introdotta da Dio nel corpo appena plasmato, e del diffondersi di quella per le varie membra e pei sensi, in guisa che ciascuno ne ricevesse la vita, i musulmani asseriscono che il primo uomo fu creato un venerd, nell'ora in cui i credenti sogliono recitare la terza preghiera, a egual distanza dal mezzod e dal tramonto del sole; e s'accordano cos, quanto al giorno, con ebrei e con cristiani. Dice Sant'Ireneo che Adamo fu creato un venerd, e di venerd pecc, nel qual giorno poi ebbe a morire il Redentore per ricomprar quel peccato (205). Altri scrittori ecclesiastici notarono che come Adamo fu creato il sesto giorno, cos Cristo nacque nel sesto millenario. Vedremo in seguito altri riscontri e collegamenti simili, immaginati per coordinare sempre pi fra loro i due fatti del peccato e della redenzione, dei quali l'uno era causa e l'altro effetto; ma giover notare sin da ora che nel racconto biblico quel benedetto giorno non  molto sicuramente indicato, perch mentre in una parte l'uomo appar creato nel sesto, subito dopo i bruti, in un'altra appar creato prima dei bruti e prima delle piante; altro segno della poca cura con cui furono congiunte insieme le due tradizioni. Nel Bundehesh si legge che Ahura Mazda spese settantacinque giorni in formar l'uomo: non so che nulla di simile siasi detto dal creatore di Adamo.
Ma non da tutti si credette che di una cos vile e malvagia creatura come subito ebbe a mostrarsi l'uomo potesse essere fattore Iddio. Gli gnostici, che tanto travaglio diedero alla Chiesa primitiva, e per oltre due secoli ne minacciarono le dottrine e l'esistenza; gli gnostici, per cui la materia era la corporalit stessa del male, affermarono che tutta la creazione, e per anche l'uomo, fosse fattura, non gi di Dio, ma del Demiurgo, il quale, nella loro concezione dualistica, s'immedesima sempre pi col principio del male, e contro cui  tutta rivolta l'opera salutare di Cristo. Pei Marcioniti il Demiurgo creatore  bens il Dio degli Ebrei, ma , in pari tempo, un principio malvagio, contrapposto al Dio superiore, il quale  tutto amore e bont. Il Demiurgo cre l'uomo e gl'infuse il suo spirito. Fra i Manichei il Demiurgo assume talvolta il nome di Satana. Nel Libro d'Adamo dei Mandaiti, libro tutto penetrato di dottrine gnostiche, si dice che il corpo del primo parente fu creato da genii malefici. Nel medio evo i Concorezensi, i Bogomili e i Catari pensarono che i primi parenti fossero spiriti angelici rinchiusi in corpi plasmati da Satana, e che fosse un'illusione e un inganno dello stesso Satana il Paradiso terrestre (206).
Che Eva fosse stata creata con una costa d'Adamo fu generalmente ammesso dalle varie famiglie di credenti che si attennero al racconto biblico; e alcuni rabbini seppero dire perch il Signore avesse scelta quella parte del corpo anzich un'altra, e provarono pure che, togliendola ad Adamo, Dio non era stato un ladro. Ci nondimeno una opinione diversa ebbe pure a sorgere, che suggerita da un'altra ambiguit di quel racconto medesimo, trov numerosi seguaci fra i rabbini, e qualcuno anche tra i cristiani; la opinione cio che Adamo fosse creato primariamente androgino, o con due corpi di sesso diverso, congiunti insieme e poi separati da Dio (207). La celebre visionaria Antonietta Bourignon (1616-1680), la quale giunse a veder l'Anticristo, vide pure il primo padre Adamo, quale fu nella sua gloria, e lo vide androgino; ma a modo suo. In luogo di membro virile egli aveva un naso, simile in tutto a quello che adorna il volto, e provveduto delle medesime facolt; e nel suo ventre avveniva cos la produzione come la fecondazione degli ovuli da cui nascevano altri uomini (208).
Naturalmente si volle che, prima del peccato, Adamo avesse avuto un corpo molto pi perfetto che non ebbero poi, e che non sia questo nostro; e si disse che, mentre dur nello stato d'innocenza, egli fu tutto luminoso. Altrettanto si narr di quel Yami della mitologia indiana, il quale ha con l'Adamo biblico pi di una somiglianza. Nell'Evangelo di San Matteo  detto che i giusti risplenderanno come il sole nel regno del padre loro, e di una parziale lucidit miracolosa apparsa nel corpo di un santo uomo parla Cesario uno de' suoi racconti (209). Alcuni rabbini pensarono che Dio avesse creato Adamo con la coda, ma che poi gliela togliesse per amor di bellezza (210); e qualcuno pur ve ne fu che di quella coda disse formata Eva (211). Ad ogni modo, Adamo fu la pi bella delle creature, superiore in bellezza agli angeli ingelositi, inferiore solamente a Dio (212); ed Eva fu la sua degna compagna; e se poteva importare, per altri rispetti, che essi avessero, o non avessero avuto ombelico, per la bellezza non importava gran fatto (213).
Ebbero bens statura acconcia alle altre loro perfezioni. Secondo i rabbini, Adamo toccava col capo il cielo, si stendeva da una a un'altra estremit della terra. Gli angeli ne furono sgomenti, e allora Dio lo rimpicciol sino a mille cubiti; oppure, dopo il peccato, gli grav una mano sul capo e lo ridusse di 1000, 900, 300 o 200 cubiti. Anche pei musulmani Adamo toccava col capo il primo de' sette cieli, e opinioni consimili corsero tra' cristiani. Mos Bar-Cefa riferisce, in relazione con l'opinione che poneva il Paradiso terrestre nell'antictone, una credenza, secondo la quale Adamo ed Eva, essendo di smisurata statura, avrebbero attraversato l'oceano a guado per venirsene nella terra di qua (214). Non mancarono valentuomini che sulla vera ed esalta statura dei primi parenti istituirono lunghe e faticose indagini (215).
Il nome stesso di Adamo diede argomento a parecchie strane immaginazioni, perch non pareva possibile che il nome imposto al primo padre da Dio medesimo, non fosse formato in qualche maniera speciale, non contenesse alcuna significazione occulta. Giuseppe Flavio si contenta di dire che Adamo vuol dire Il Rosso, e che il primo uomo fu cos denominato perch formato di terra rossa; ma in un opuscolo De montibus Sina et Sion, falsamente attribuito a San Cipriano, si mostra come il nome di Adam sia formato delle quattro lettere con cui principiano, in greco, i nomi dei quattro punti cardinali; e ivi stesso si svela che nel nome di Adamo era indicato il tempo della passione di Cristo e il numero d'anni speso da Salomone in costruire il Tempio. Sant'Agostino dice che quella composizione del nome di Adamo sta a mostrare, sia che la discendenza di Adamo si sparger per le quattro plaghe della terra, sia che dalle quattro plaghe saranno raccolti gli eletti (216). Per quella ragione Adamo fu detto tetragrammatos e microcosmo (217). Tralascio di parlar di coloro che nei nomi di Adamo e di Eva trovarono, o credettero di trovare, le prove del solito mito solare (218).
La creazione del primo uomo, se fu incominciamento d'iniquit e di sciagura sopra la terra, fu pure cagione di discordia e di ruina nel cielo. Narrano i rabbini, che come appena si sparse colass la nuova che l'Eterno voleva creare Adamo, si affollarono intorno al trono di lui gli angeli e i genii, de' quali, parte lo esortavano a crearlo, e parte ne lo dissuadevano. Gli angeli della Misericordia, della Pace, della Giustizia e della Verit, espressero vani sentimenti e diedero opposti pareri. Quest'ultimo grid piangendo: "Padre del vero, tu crei sulla terra il padre della menzogna". Ma l'Eterno rassicur le schiere degli spiriti, dicendo che la verit avrebbe legato la terra col cielo; e Adamo fu creato (219). Nel Corano il contrasto si aggrava, e produce effetti disastrosi. Dio, dopo che ebbe creato Adamo, chiam le schiere degli angeli suoi perch onorassero la nuova creatura Tutti si piegarono volentieri al divino comando, salvo Ibls, l'angelo superbo, il quale ricus d'inchinarsi alla creta, e fu per tale disobbendienza cacciato dal cielo; di che poi si vendic, trascinando l'uomo e la donna al peccato (220). Fantasie simili ebbero anche i cristiani, e si pu tener sicuro che Maometto, il quale da cristiani e da ebrei toglieva ci che gli tornava utile, ne conobbe qualcuna. Nella Vita latina ricordata di sopra, Satana stesso narra ad Adamo la cagione della sua caduta (221). Creato l'uomo, Dio ordin a tutti gli angeli di adorare quella sua immagine. Primo obbed Michele, il quale poi fece obbedire gli altri; ma Satana, tenendosi troppo da pi di Adamo, ricus di adorarlo, e alle minacce di Michele rispose che porrebbe la sua sede sopra gli astri del cielo, e si farebbe simile all'Altissimo. L'ira dell'Altissimo piomb su di lui. Egli fu espulso, insieme coi suoi seguaci, dal cielo, e per vendicarsi trascin alla colpa chi fu involontaria cagione della sua caduta. Qualche accenno a s fatto mito si trova gi, come fu notato da altri, in Tertulliano, in Sant'Ireneo, in Sant'Agostino. Questi lo ricusa, e sostien la opinione che Satana cadde per superbia nell'inizio dei tempi (222).
Il primo uomo aveva, del resto, qualit e pregi quasi divini, tali, insomma, da meritargli l'ammirazione e la reverenza degli angeli. In pi luoghi si trova detto che egli vinceva in perfezione tutti gli spiriti celesti: stando a una delle tante fantasie rabbiniche, gli angeli, vedutolo, credettero ch'egli fosse un secondo Dio, e l'unico vero Dio, per disingannarli, lo fece cadere in un profondo sopore. Non si dimentichi che in molte altre mitologie il primo uomo  un dio, o quasi un dio.
Adamo fu il pi sapiente degli uomini, superato solo da Cristo, l'Uomo Dio. Seguendo San Tommaso e la tradizione patristica, dice Dante che in Adamo e in Cristo fu infuso da Dio stesso.

Quantunque alla natura umana lece
Aver di lume (223).

Sapere connato dunque, non acquisito. I cabalisti pensarono invece che Adamo fosse stato ammaestrato dagli angeli, e Mos Maimonide asser ch'egli fu uno stolto finch non ebbe gustato il frutto proibito. La opinione, per altro, ch'egli avesse in s, comunque acquistata, ogni dottrina, fu la opinion prevalente. Alcuni rabbini dissero che Dio stesso mand ad Adamo, per mezzo dell'angelo Rasiele, un libro, in cui erano dichiarati tutti i secreti del cielo, ed esposte tutte le sante dottrine, e che gli angeli scendevano apposta per udirne la lettura. Questo libro miracoloso ritorn da se stesso in cielo dopo il peccato; ma quando Adamo ebbe fatto penitenza, Dio ordin all'arcangelo Raffaele di riportarglielo, e Adamo ne fece diligente lettura, e lo lasci, morendo, a Seth (224). Una finzione simile a questa corre tra' musulmani: nella fantasia di taluno il libro divent un vero e proprio libro di magia (225). Adamo fu tenuto inventore dei caratteri, peritissimo in astrologia e, generalmente parlando, institutore di tutte le scienze e di tutte le arti (226). Frutto di tanto sapere furono parecchi libri. Sant'Epifanio ricorda certe rivelazioni attribuite dagli gnostici ad Adamo; alcuni rabbini parlarono di un libro di singolarissimo pregio in cui egli raccolse quanto nel Paradiso terrestre ud dalla bocca di Dio; Mos Maimonide dice che i Sabei facevano Adamo autore di trattati sopra l'agricoltura: persino libri di alchimia gli furono attribuiti. Due salmi si volle fossero opera sua. Eva dovette avere, in qualche parte almeno, il sapere di Adamo: Sant'Epifanio fa menzione di un evangelo che si diceva dettato da lei (227).
Una solenne e innegabile prova del suo sapere, se non altro filologico, diede Adamo quando, essendogli stati condotti innanzi, da Dio, tutti gli animali creati, egli seppe nominar ciascuno in settanta lingue diverse, mentre, per confession dei rabbini, gli angeli non avevano saputo nominarli nemmeno in una lingua sola. Gli  vero, per altro, che di solito non si concede ad Adamo la cognizione di tante lingue quante ne nacquero poi, al tempo della edificazione della Torre di Babele; ma si ragiona della lingua parlata da lui come di una lingua assai pi perfetta che non quelle venute dopo, e perdutasi gi sin dai tempi della prima sua discendenza.

La lingua ch'io parlai fu tutta spenta
Innanzi assai ch'all'ovra inconsumabile
Fosse la gente di Nembrot attenta,

dice lo stesso Adamo a Dante, l nel Paradiso (228). Vero  che nel trattato De vulgari eloquentia, Dante aveva affermato che la lingua parlata primamente da Adamo fu quella stessa che parlarono poi gli Ebrei, serbata integra, affinch il redentore del mondo potesse parlare il linguaggio della grazia, e non un linguaggio nato dalla confusione (229).
Vogliono alcuni che Adamo fosse introdotto da Dio nel Paradiso terrestre solo quaranta giorni dopo la sua creazione (230). Checch sia di ci, la felicit di cui godettero nel giocondo giardino egli e la donna sua fu quale noi non possiamo nemmeno immaginare, nonch descrivere. Vivendo in terra, eglino eran fatti partecipi della vita del cielo. Nel Testamento ricordato pur dianzi, lo stesso Adamo racconta al figliuolo Seth quale fosse la condizione di lui e di Eva nel Paradiso, prima del peccato. Udivano il suono armonioso che moveva dalle ali dei serafini preganti; udivano la gran voce dell'acque, le quali, dal profondo, adoravano il loro fattore; udivano le preghiere di tutti gli esseri distribuite per le diverse ore del giorno e della notte. Fruivano della beatifica visione di Dio, e pascevano l'anime della parola divina. Godevano delle delizie incomparabili del giardino, circondati dalla reverenza e dall'amore di tutte, le creature viventi.
Ma quanto tempo godettero di cos invidiabile felicit? quanto dur, in altri termini, lo stato di loro innocenza? Su questo punto le opinioni divariano assai, giacch nulla dicono le Scritture. San Giovanni Crisostomo crede, che Adamo ed Eva non rimasero forse nemmeno un giorno nel Paradiso (231); e narrano alcuni talmudisti che Adamo pecc nella decima ora del giorno in cui fu creato, e che egli ed Eva furono pieni di terrore quando, essendo gi stati cacciati dal Paradiso, videro per la prima volta in lor vita tramontare il sole (232). In Occidente si accredit in pi particolar modo la opinione che i primi parenti non rimanessero nel Paradiso pi di sett'ore, dalla prima alla settima, o dalla terza alla nona del giorno in cui furono creati, e vi furono introdotti. Perci dice Adamo a Dante:

Nel monte, che si leva pi dall'onda,
Fu'io, con vita pura, e disonesta,
Dalla prim'ora a quella che seconda,
Come il sol muta quadra, l'ora sesta (233).

Ma altre opinioni vi furono in buon numero, delle quali alcune poco si dilungavano da questa, e altre moltissimo; e secondo che si badi all'una o all'altra, Adamo ed Eva sarebbero rimasti nel Paradiso un giorno, sei, nove, quaranta giorni, sett'anni, quindici, ventotto, un secolo (234). I maomettani ce li fanno stare cinquecent'anni.
Non si creda, del resto, che questi numeri fossero sempre immaginati a caso: molte volte si cerc in essi un indizio di misteriose e recondite colleganze tra i due fatti capitali della storia del genere umano, la caduta e la redenzione. Le condizioni e il modo di quella dovevano prenunziare le condizioni e il modo di questa. Perci da taluno si fece durare il soggiorno dei primi parenti nel Paradiso quanto poi dur la passione di Cristo; e si disse che il peccato fu commesso l'ora sesta, nella qual ora Cristo fu posto in croce; e che l'espulsione avvenne l'ora nona, nella quale ora poi Cristo mor. Altre corrispondenze pure s'immaginarono. I quarant'anni dovevano rispondere agli altrettanti che gli ebrei passarono nel deserto.
Secondo i musulmani, che drammatizzarono in assai poetico modo la storia della tentazione, Adamo resistette ottant'anni alle sollecitazioni di Eva, che voleva fargli gustare il fatal pomo. I cristiani non si curarono di sapere troppi particolari in proposito. Ammisero, senz'altro, che Adamo fu trascinato al peccato da Eva (235); e solo si mostrarono alquanto pi curiosi di conoscere la vera qualit del peccato commesso da entrambi. La opinione ortodossa e legittima  ch'essi abbiano veramente trasgredito il divino precetto mangiando il pomo; non un pomo simbolico, ma un pomo reale. Divieti simili a quello di cui narra la Genesi si trovano in tutte le mitologie, e non di rado riguardano appunto una pianta; e di ci non si meraviglia chi ricordi con quanta facilit gli uomini primitivi attribuissero ai frutti, o ai succhi di certe piante, virt di conferire, sia la immortalit, sia un sovrumano sapere. Dante, che in cos fatte questioni suol farsi ripetitore delle dottrine approvate dalla Chiesa, dice, parlando della sacra pianta del Paradiso terrestre:

Per morder quella, in pena ed in disio
Cinquemil'anni e pi, l'anima prima
Bram colui che il morso in s punio;

e facendo consistere la colpa, non nel fatto materiale dello aver mangiato il frutto, ma nella disobbedienza, pone in bocca ad Adamo queste parole:

Or, figliuol mio, non il gustar del legno
Fu per s la cagion di tanto esilio,
Ma solamente il trapassar del segno. (236)

Alcuni talmudisti, per altro, pensarono, non ostante il detto divino Crescete e moltiplicate, che il peccato fosse consistito nella copula, e questa loro opinione ebbe seguitatori anche fra' cristiani (237).
Dove, quando segu il primo accoppiamento dei due primi genitori? Anche intorno a ci vi furono pi disparate opinioni. Alcuni rabbini dicono ch'esso avvenne nel Paradiso, e che nel Paradiso furono concepiti Caino e Abele. I musulmani narrano meraviglie delle nozze di Adamo ed Eva: e del padiglione di seta sotto cui esse furono celebrate, nel bel mezzo del Paradiso. Ma i Dottori cristiani, tra cui San Girolamo e Sant'Agostino, sostennero sempre che Adamo ed Eva uscirono vergini dal Paradiso terrestre, e non si congiunsero se non passato certo tempo, pi o meno lungo, dalla loro espulsione: e Felice Faber afferma che, se fossero rimasti nel Paradiso, avrebbero generato senza perdere la verginit (238). Ad ogni modo si ammetteva da tutti che, immediatamente dopo il peccato, essi avessero perduto in certa guisa la verginit dello spirito, avvedendosi della nudit propria. Perci parecchie stte di eretici, che si chiamarono col nome di Adamiti, sorte in vani tempi, considerarono la nudit come un segno di libert di spirito e d'innocenza e rifiutarono ogni maniera di vesti (239).
Ma fu veramente Eva la prima moglie di Adamo? ed Eva, la gran prevaricatrice, fu ella sempre fedele al suo legittimo sposo? Strani dubbi si mossero intorno a ci; anzi strane cose si affermarono. Fu credenza diffusa tra' rabbini che, prima di generar figliuoli con Eva, Adamo ne generasse con un demone femmina per nome Lilith, il quale vuolsi da taluno che sia una cosa istessa con Ilithia, dea della notte e dello spazio, adorata in Grecia ed in Egitto. Da quelle prime nozze nacquero molti spiriti maligni (240). Secondo un'altra finzione, Dio, prima di trarre Eva dalla costa di Adamo, cre di terra Lilith, la quale rifiut di obbedire al marito, lo abbandon, e divenne un genio malefico, infesto ai pargoli, e madre di demonii (241). Per contro, una favola satirica, dovuta assai probabilmente alla fantasia di un trovero narra che prima d'Eva, Dio aveva dato ad Adamo una compagna assai pi perfetta; ma che Adamo, ingelositosi della superiorit di lei, la uccise, dopo di che Dio, per punirlo, diedegli Eva, che lo trasse al peccato (242). E fu persin detto che Adamo non ischif di congiungersi con le fiere.
Eva, dal canto suo, non avrebbe dato prova di troppo maggior continenza (243). Vogliono ch'ell'abbia avuto commercio con Samaele, principe de' demonii, e procreato con esso pi figliuoli, tra cui v' chi pone Caino, e anche Abele. Del resto le notizie intorno ai figliuoli di Adamo ed Eva sono molto confuse, e non di rado contraddittorie (244).
Negli apocrifi ricordati di sopra si narra l'aspra e dolorosa vita che dovettero condurre i due primi parenti dopo la loro cacciata dal Paradiso; si narra la dura e lunga penitenza con cui si studiarono di cancellare il peccato e di riacquistare la grazia e l'amore di quel Dio che avevano offeso; si narra la vecchiezza loro e la morte, supreme calamit che sulla terra produsse la colpa. Usciti dal luogo di beatitudine, si trovano in una terra inospitale ed ingrata, fra belve fatte nemiche; errano in cerca di cibo, e debbono contentarsi di quello onde le belve si pascono. S'accostano di bel nuovo al Paradiso, con isperanza d'esservi riammessi, ma la speranza rimane delusa. Essi piangono vedendo i corpi loro tanto mutati da quelli di prima; piangono pensando alla felicit irreparabilmente perduta. Pregano senza fine il Signore, ne implorano la piet, digiunando, rimanendo immersi per lunghi giorni nelle acque del mare, o in quelle del Giordano o del Tigri. Ma Satana, e gli spiriti suoi, non danno loro pace, li insidiano in tutti i modi: tentano di ucciderli, seducono una seconda volta Eva, distogliendola dalla cominciata penitenza. A consolare tanta miseria, a confortare gli animi che stanno per cedere alla disperazione, viene di quando in quando dall'alto la voce del Signore, che annunzia il futuro perdono e la redenzione; a rinfrancare i corpi afflitti Dio misericordioso manda delle frutta del Paradiso. Nuovi uomini nascono sopra la terra e si vanno aggravando le conseguenze fatali della colpa. Caino uccide Abele: Adamo ed Eva piangono amaramente l'ucciso. Sono corsi nove secoli e Adamo, stremato dalla vecchiezza e dalla malattia, manda il figliuolo Seth, manda la moglie, prima cagione di tanto soffrire, a chiedere al cherubino, cui fu commessa la custodia del Paradiso, l'olio di misericordia. Qui nuova promessa di futura redenzione. Adamo passa di questa vita, profetando nuove colpe e nuove sciagure; Eva non tarda a seguirlo. I figliuoli danno sepoltura ai loro corpi e la storia del mondo procede qual fu prenunziata, correndo incontro al Diluvio.
Tale in succinto, raccolta da' varii racconti, la storia dei due primi uomini dopo il peccato. Come ognuno pu immaginar facilmente, pi e pi opinioni particolari si ebbero sopra tale, o talaltro punto di essa. Nel trattato Erubim si legge che la penitenza di Adamo dur centotrent'anni; secondo una tradizione musulmana, le lacrime ch'egli pianse dopo il peccato formarono il Tigri e l'Eufrate; secondo un'altra, quelle lacrime caddero sull'isola di Serendib, e produssero le piante medicinali e gli aromati. Uno dei tristi e pi visibili effetti della colpa fu, a detta di certi rabbini, la calvizie (245). Circa il luogo ove i due primi parenti vissero dopo la espulsione dal Paradiso, e il luogo dove poi ebbero sepoltura, furono varie credenze. Si disse da alcuni ch'e' furono rimessi nell'agro damasceno, ov'era stato creato Adamo. Secondo Sant'Epifanio (sec. IV), Adamo ed Eva dimorarono alcun tempo in prossimit del Paradiso, poi errarono per molte regioni, e finalmente vennero in Giudea, ove morirono (246). Dionigi di Telmahar (sec. IX) dice che la caverna dei tesori, ove ripararono e vissero i due cacciati, e sulla quale apparve poi la stella che guid i Re Magi, era posta nell'ultimo Oriente, nella montagna di Scir, di contro all'oceano che cinge il mondo, e non lungi dal Paradiso terrestre. Coloro poi che ponevano il Paradiso nell'antictone, pensavano, come abbiam veduto, o che Adamo ed Eva fossero rimasti di l, e la progenitura loro similmente, sino al Diluvio, o che fossero venuti di qua, attraversando l'oceano. Secondo un'altra opinione, che fu diffusissima, cos in Oriente, come in Occidente, e in Oriente  viva tuttora, Adamo ed Eva vissero gli anni del loro esilio nell'isola di Serendib, o Ceilan.
Questa credenza , senza dubbio, di origine maomettana, o, piuttosto,  una credenza buddistica trasformata da maomettani; ed ecco in qual modo. Credevano, e credono ancora i buddisti, che il Budda soggiorn alcun tempo sopra un monte dell'isola di Ceilan, chiamato Langka dai bramani del continente (247); che quivi men vita contemplativa; e che sollevandosi poi al cielo, lasci nella rupe la impronta del proprio piede, visibile a tutti. I maomettani, usando un procedimento assai frequente nella storia delle leggende, riferirono ad Adamo quanto si narrava del Budda, e le due tradizioni continuarono a vivere l'una accosto all'altra. Di ci ci porge una curiosa testimonianza Marco Polo nella relazione dei suoi viaggi. Egli dice che l'isola di Ceilan, sulla cima di un alto monte, al quale non si pu salire se non con l'ajuto di catene,  un sepolcro, che i Saracini dicono essere di Adamo, e gli idolatri (intendi i buddisti), di Sergamon Borcam. Il sguito del racconto mostra che questo Sergamon non  altri che il Budda, il quale and soggetto, come  noto, ad un'altra consimile trasformazione diventando il santo Josafat della leggenda cristiana (248). Gli Arabi chiamarono il monte Rahun, e il primo loro scrittore che abbia fatto ricordo della leggenda sembra essere stato Suleymn. Edrsi, il quale scrisse il suo trattato geografico alla corte di Ruggero II di Sicilia, nel 1154, Edrsi, il quale attesta, fra tant'altre cose, d'aver visitato la grotta dei Sette Dormienti presso Efeso, e d'aver veduto i loro corpi tra l'aloe, la mirra e la canfora, non s'intende bene se morti, o sopiti di nuovo, riferisce la leggenda del monte, da lui chiamato el-Rahuk. A suo dire, narrano i bramani esservi sulla vetta del monte l'impronta del pi di Adamo, lunga settanta cubiti e luminosa. Da quel punto, con un passo, Adamo giunse al mare, ch' lontano due o tre giornate (249). Dicono inoltre i maomettani che Adamo, cacciato dal Paradiso, cadde nell'isola di Serendib, e quivi mor, dopo aver compiuto un pellegrinaggio al luogo dove poi doveva sorgere la Mecca. Una descrizione del monte si trova pure nei viaggi d'Ibn-Batta (250).
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La leggenda pass d'Oriente in Occidente, e dai maomettani ai cristiani; e il monte di Ceilan, chiamato poi dai Portoghesi Pico de Adam, divent celebre. Eutichio, patriarca d'Alessandria (m. 940) dice solo che Adamo fu cacciato in un monte dell'India (251); ma il monte  poi sempre quello di Ceilan. Odorico da Pordenone lo descrive succintamente, e narra che nella sommit di esso era un lago che quelli dell'isola dicevano formato delle lacrime piante da Adamo e da Eva per la morte di Abele (252). Giovanni de' Marignolli ha un racconto pi particolareggiato e pi esplicito. L'angelo di Dio prese Adamo, e lo pos sul monte di Ceilan, e l'impronta del piede di Adamo rimase miracolosamente impressa nel marmo, lunga due palmi e mezzo. Sopra un altro monte, lontano dal primo quattro piccole giornate, l'Angelo pos Eva, e i due peccatori stettero disgiunti, immersi nel lutto, quaranta giorni, trascorsi i quali, l'angelo condusse Eva ad Adamo, il quale era ormai disperato. Sulla prima montagna erano, oltre l'impronta del piede, una statua seduta, con la destra stesa verso l'Occidente; la casa di Adamo; una fonte di purissime acque, le quali si credeva venissero dal Paradiso, e in cui eran gemme, formate, secondo le opinioni di quegli abitanti, delle lacrime di Adamo; un orto pieno d'alberi che recavano ottimi frutti. Molti pellegrini si recavano a visitare il santo luogo (253). Sulla fine del secolo 17esimo, Vincenzo Coronelli diceva ancora che sulla cima del monte era sepolto Adamo, e che ci si vedeva un lago formato dalle lacrime versate da Eva per la morte di Abele (254). Quest'ultima affermazione contraddiceva a un'altra credenza, che non sembra, per altro; sia stata molto diffusa. Il gi ricordato Burcardo di Monte Sion dice che nel fianco di un monte, nella valle d'Ebron, era la spelonca ove Adamo ed Eva piansero cent'anni la monte di Abele, e che ci si vedevano ancora i letti su cui avevano dormito, e la fonte delle cui acque avevano bevuto (255).
Se fu posta sulla sommit del monte di Ceilan, la sepoltura di Adamo fu posta pure in molti altri luoghi. Secondo una leggenda orientale, Adamo fu seppellito nel Paradiso terrestre (256); e nella gi pi volte ricordata Vita latina si dice il medesimo; e nell'Apocalissi greca si dice anche di Eva. Ma questa credenza non ebbe molto favore. Nel Testamento di Adamo si narra che Adamo fu seppellito a oriente del Paradiso, e che gli stessi angeli e le Virt del cielo ne fecero i funerali. Nel Combattimento di Adamo ed Eva il racconto si arricchisce di particolari a questo riguardo, e si narrano parecchie vicende a cui and soggetto il corpo del primo genitore. Adamo manc l'anniversario del giorno in cui fu creato, ricorrendo l'ora in cui fu espulso dal Paradiso. Il suo corpo fu deposto nella caverna dei tesori, dove andarono a raggiungerlo a mano a mano i corpi degli altri patriarchi. Avvicinandosi il Diluvio, No e i figliuoli tolsero, per comandamento divino, dalla caverna il corpo di Adamo, insieme con l'oro, l'incenso e la mirra che v'erano raccolti, e lo portarono nell'Arca, lasciando gli altri corpi nella caverna, la quale fu chiusa da Dio per modo da non lasciarne veder segno; e cos rimarr sino al giorno della risurrezione. Molti anni dopo, morto No, Sem e Melchisedec traggono, per ordine di Dio, il corpo dall'Arca, e, guidati da un angelo, vanno a seppellirlo sul Golgota. Ecco qui la leggenda celebre che vuole sepolto il peccatore nel luogo stesso ove dovr poi sorgere la croce del redentore, e che narra bagnata del prezioso sangue di questo il capo ribelle che non aveva saputo piegarsi al divino comandamento. Di questa, che  certo leggenda mirabile, s'ispirarono le arti del disegno: il teschio che in infiniti quadri si vede fuor di terra, appi della croce,  il teschio di Adamo (257). Alcuni eretici si spinsero pi oltre nei liberi campi della fantasia: essi identificarono il redentore col peccatore, fecero passa l'anima di Adamo prima in Davide, poi in Cristo. E Cristo fu anche detto secondo Adamo (258). Vogliono alcuni Padri della Chiesa greca che la tradizione, la quale dice Adamo sepolto sul Golgota, sia di origine giudaica: concesso pure che tale sia la sua origine (e gli Ebrei dovevano essere naturalmente tratti a raccostare il padre del genere umano a Gerusalemme), bisogna riconoscere che quella tradizione aveva ogni desiderabil carattere per farsi accettar da' cristiani. Sant'Agostino esprimeva il pensiero e il sentimento di molti quando mostrava che alla riparazione nessun altro luogo poteva esser pi acconcio di quello ove giaceva sepolto il colpevole (259). Accostandosi a certi racconti di cui dovr parlare pi innanzi, e seguitando una opinione professata da parecchi rabbini e da parecchi Dottori cristiani, dice l'inglese Sevulfo, nella relazione del viaggio che fece in Palestina negli anni 1102 1103, che Adamo era seppellito nella valle d'Ebron, insieme con Abramo, Isacco e Giacobbe (260). Di cos ingegnosi collegamenti non si dilettarono, del resto, solamente gli ebrei e i cristiani: secondo una delle tradizioni maomettane, Adamo fu seppellito a poca distanza dal luogo ove doveva sorgere la Mecca, sul monte Ab-Cais, oppure sul monte Arafat, dove Adamo si ricongiunse con Eva dopo centovent'anni di separazione (261).
Adamo ed Eva lasciarono, com' ben naturale, lungo ricordo di s, del loro peccato, e della punizione che gli tenne dietro, nella loro progenie, defraudata per essi della felicit a cui Dio la voleva chiamata, e data in preda a inenarrabili sciagure. Non si pu aprire libro di sacro argomento senza incontrare i loro nomi, e un qualche cenno della istoria loro. Per secoli, durante tutto il medio evo, essi furono vivi nella coscienza dei credenti, che sognavano e agognavano, nella comune desolazione, la perduta felicit. Ai tempi di Michele Psello (sec. undicesimo) si vedevano in un luogo di Costantinopoli le statue di Adamo ed Eva accanto a quelle della prosperit e della fame. Nella solitudine dei chiostri, i monaci si proponevano a vicenda indovinelli, cui porgevano argomento Adamo ed Eva, domandando per esempio: Chi mor senz'esser mai nata? Nei Misteri si vedeva la creazione dei due primi parenti, e tutta la storia dolorosa della tentazione e del peccato, sceneggiata (262). Nelle epopee francesi del medio evo sono molto frequenti le preghiere poste in bocca a tale o talaltro dei personaggi, e quelle preghiere cominciano assai spesso con un cenno alla creazione dei due progenitori e al peccato da essi commesso (263). Non era forse uscita da quel peccato tutta, la storia dell'uman genere? I versi d'Alcuino esprimevano a questo riguardo la credenza e il rammarico di un infinito popolo:

Postquam primus homo paradisi liquerat hortos,
Et miseras terrae miser adibat opes:
Exilioque gravi poenas cum prole luebat,
Perfidiae quoniam furta et maligna gerit:
Per varios casus mortalis vita cucurrit,
Diversosque dies omnis habebat homo (264).

Ma lasciamo ora, per ritrovarli ancora una volta un po' pi innanzi, Adamo ed Eva, e volgiamoci ad altri abitatori del Paradiso.
Primi ci si presentano Enoch ed Elia, il patriarca il profeta che mai non pagarono il debito loro alla morte, e vivi furono sottratti alla vista degli uomini. La tradizione che entrambi li pone ad abitare nel Paradiso terrestre  assai antica, e comune cos ad ebrei come a cristiani: essa aveva una sua ragion naturale nel pensiero che chi scampava per divina grazia alla morte dovesse rientrar nel luogo ove la morte non poteva aver potest, ov'era l'albero della vita. Sant'Ireneo, Tertulliano, Sant'Agostino, Mario Vittore, Gregorio di Tours, Santo Aldelmo, altri assai, cos del tempo pi antico, come del medio evo, la ricordano, e se i pi l'accettano, parecchi ancora la rifiutano (265). Un dubbio rimane, se il luogo dove i due santi soggiornano da secoli sia proprio il Paradiso terrestre. Nell'apocrifo Libro d'Enoch  detto che nessuno mai conobbe il luogo ov'ebbe ricetto il patriarca (266); e Alano de Insulis, per non recare altri esempii, in uno degli scritti suoi dice che il santo fu trasportato nel Paradiso terrestre, e in altro ch'egli fu trasportato, sia nel Paradiso terrestre, sia in luogo a noi occulto (267). Ma questo dubbio fu di pochi. Le leggende medievali ci mostrano assai spesso Enoch ed Elia nel Paradiso; e nel Paradiso li pongono Fazio degli Uberti e Federigo Frezzi; e Dante non dice qual ragione l'abbia indotto a non lasciarveli vedere (268).
Tradizioni simili a queste hanno i maomettani, i quali narrano che Enoch, da essi chiamato Edris, ed Elia (Kheder, Khidr) (269) trovarono la fontana di vita, e avendo bevuto delle sue acque non conobbero la morte; essi sono pressoch sempre in moto per vegliare alla sicurezza dei pellegrini che si recano alla Mecca, e solo di tanto in tanto riposano in un paradiso ripieno di tutte le delizie (270). Il viaggiatore Abulfauaris dei Mille ed un giorno trova Elia e Kheder (qui Kheder  diverso da Elia) in un paradiso serbato agli amici e discepoli del profeta (271).
Enoch ed Elia compajono di solito vecchissimi, sebbene questa loro vecchiezza male s'accordi con la credenza che nel Paradiso terrestre fosse la fontana di giovinezza (272). Essi non sono mai morti, e serbano il corpo che gi ebbero mentre furon tra gli uomini; ma non per questo si sottrarranno alla comune e inflessibil legge cui  soggetta tutta la discendenza d'Adamo. La morte loro  solamente differita. Alla fine dei tempi essi torneranno sulla terra d'esilio, e combatteranno contro l'Anticristo, e saranno uccisi da lui, ma per risuscitare poco dopo, ed essere assunti alla gloria eterna del cielo. Questa credenza suggerita, per una parte, dalla opinione che i due santi dovessero, come tutti gli altri uomini, andar soggetti alla morte e alla risurrezione, e per un'altra, da ci che nell'Apocalissi  detto (273) di due testimoni non nominati, i quali saranno uccisi dalla bestia diabolica e poi risusciteranno, questa credenza ebbe tra' cristiani grandissima diffusione. Non senza variare tuttavia in parecchi particolari. Cos qualche scrittore aggiunse terzo campione ai due primi San Giovanni: altri fece compagno ad Elia, non gi Enoch, ma Mos, o Geremia, o Eliseo; altri parl del solo Elia (274). I rabbini favoleggiarono di un ritorno di Elia pel tempo della venuta del Messia, e poi pel tempo della irruzione dei popoli di Gog e Magog. Non sar fuor di luogo ricordare a questo proposito che Lao-Tseu si tolse agli occhi degli uomini ritraendosi sulle cime del Kuen-lun, ov' il paradiso dei Cinesi; e che la rimozione, o segregazione (quella che i Tedeschi chiamano Entrckung) degli eroi, o di altri personaggi tra l'umano e il divino,  tema comune a molte mitologie (275).
Nell'Evangelo di Nicodemo Enoch ed Elia accolgono nel Paradiso terrestre le anime che Cristo ha liberate dall'Inferno, e a capo delle quali  Adamo (276). Che quel Paradiso dovesse esser luogo di dimora pei giusti e per gli eletti, fu opinione seguitata da molti, cos tra gli ebrei come tra' cristiani, e assai naturalmente suggerita dal pensiero che le anime riscattate da Cristo dovessero racquistare quanto la diabolica frode aveva fatto loro perdere. Sant'Isidoro Pelusiota (sec. V) dice che i giusti risorti saranno accolti da Cristo nel Paradiso terrestre, come nella propria lor patria, dalla quale li ha esclusi il peccato (277);  nel gi pi volte citato Combattimento di Adamo Dio promette al peccatore che il giorno in cui scender nel regno dei morti, e spezzer le ferree porte dell'Inferno, condurr le anime dei giusti nel giardino di beatitudine (278).
Ma la credenza prese, come si pu bene immaginare, pi forme, e se da molti fu accolta, fu pure da molti contraddetta. Nel Libro di Enoch, il quale, non tenendo conto di certe aggiunte posteriori, fu composto, secondo la pi probabile opinione, oltre a cent'anni prima di Cristo,  fatta menzione del giardino ove abitano i giusti e gli eletti, e tale giardino , senza dubbio, quello stesso di Adamo (279). Nel racconto di Rabbi Giosu, figliuolo di Levi, ricordato di sopra, e in un altro racconto rabbinico, ove si narra un'avventura di Alessandro Magno, e del quale dovr far parola pi innanzi, si dice similmente che il Paradiso terrestre  luogo di dimora ai giusti, e nel secondo si soggiunge, sino all'universale Giudizio (280).
Tra' cristiani, i pi di coloro che pensarono dovere i giusti aver ricetto nel Paradiso terrestre, asserirono che questo loro soggiorno sar temporaneo, e durer solo sino alla risurrezione e al Giudizio, dopo il quale ascenderanno in cielo. Taluno di essi volle usata ai soli martiri cotal grazia; mentre altri, o sostennero la opinione che giusti e rei sono accolti in un luogo medesimo sino al novissimo d, o concedettero ai giusti d'entrare nel Paradiso celeste immediatamente dopo la morte (281). Quest'ultima opinione trionf dopo il V secolo, e riuscirono vani gli sforzi con cui Giovanni XXII tent di far prevalere la contraria dottrina, che gli eletti non saranno ammessi alla beatifica visione di Dio se non dopo il Giudizio universale. Ci nondimeno, questa dottrina, che l'Universit di Parigi condann come ereticale nel 1240, si vede implicitamente professata in alcune leggende, delle quali dovr dire pi oltre, e in parecchie Visioni. In esse, il luogo ove i giusti attendono il gran giorno,  talvolta il Paradiso terrestre, espressamente nominato, e talvolta un luogo non nominato, che pu essere, o non essere, secondo i casi, il Paradiso. Beda narra di un uomo di Nortumbria che, pellegrinando nel mondo di l, giunse a una pianura fiorita e ridente, inondata di luce, chiusa da altissimo muro, e popolata di innumerevoli beati vestiti di bianco, i quali, non essendo stati perfetti in vita, attendono ivi il Giudizio. Non dice che fosse quello il Paradiso terrestre (282). Nel racconto di cert'apparizione, riferito da Gervasio da Tilbury,  fatto cenno di un Purgatorio nell'aria, e di un altro luogo, pi remoto dalla terra, dove le anime dei giusti aspettano il novissimo giorno (283). Il monaco di Evesham, di cui narra la Visione di Matteo Paris (284), trov, dopo essere uscito dai luoghi di punizione, anime beate, che soggiornavano in campi luminosi e fiorenti, separati dal Paradiso da un muro di cristallo. Nella Visione di Tundalo si parla di anime non abbastanza buone per meritare il cielo, le quali si stanno esultanti in una dilettosa campagna; ma non  detto che questa campagna sia il Paradiso terrestre, sebbene possa farlo credere la fontana di vita che vi si trova (285). Per contro nell'Apocalypsis Pauli sono anime beate, le quali aspettano nel Paradiso terrestre il giorno del Giudizio, in compagnia di Enoch ed Elia (286); e il medesimo si ha nella leggenda del Pozzo di San Patrizio, nella visione di Frate Alberico e in altre (287).
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Quel Thurcill, di cui narra la Visione il test ricordato Matteo Paris (288), trov nel Paradiso terrestre, seduto appi di un albero meraviglioso, accanto alla fonte da cui scaturiscono i quattro fiumi, il primo padre Adamo, il quale sembrava ridere con un occhio e pianger con l'altro, ed era coperto di una veste di pi colori e di meravigliosa bellezza. Egli rideva pensando ai discendenti suoi che andrebbero a vita eterna, e piangeva pensando a quelli che andrebbero a eterna dannazione. La sua veste non era intera, ma andava crescendo per le virt dei giusti, simboleggiate nei colori di quella: quando sar tutta compiuta il mondo avr fine. Una Visione molto simile a questa narra di un novizio cistercense Vincenzo di Beauvais (289), il quale ne trae il racconto di Elinando. Qui nulla  detto di altri eletti che si trovino nel Paradiso; ma non si esclude che ci sieno. Altrove si ha notizia di altri particolari eletti, di cui si recano i nomi, sia poi che ad essi diensi pochi compagni soltanto, o moltissimi, quanti posso no essere i giusti. I rabbini nominano di proposito, oltre ad Enoch ed Elia, il Messia che deve venire, Elieser, servitore di Abramo, Hiram, re di Tiro, il quale, montato in superbia, ne fu espulso e precipitato nell'inferno, e alcun altro, nove e tredici in tutto. Nell'Apocalypsis Pauli  fatto speciale ricordo, oltrech della Vergine Maria, la quale non  da considerare come abitatrice ordinaria del Paradiso terrestre, e di Enoch e di Elia, anche di Abramo, d'Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe, di Mos, d'Isaia, di Geremia, di Ezechiele e di No. Frate Alberico dice che di coloro che sono nel Paradiso San Pietro gli nomin soltanto Abele, Abramo, Lazzaro e il buon ladrone. L'ingresso del buon ladrone nel Paradiso terrestre  descritto nell'Evangelo di Nicodemo, dove si dice pure che dei redenti da Cristo egli fu il primo a penetrarvi (290). Altrove sono ricordati i nomi di Giosu, di Salomone (291), e, con assai maggior frequenza, di San Giovanni evangelista. Credevasi generalmente che in conformit di alcune parole pronunziate da Ges a suo riguardo (Si eum volo manere donec veniam (292)) l'apostolo prediletto non fosse mai morto, e aspettasse, per ricomparire, il ritorno del suo maestro. Gregorio di Tours racconta che San Giovanni si fece seppellir vivo e che dal suo sepolcro scaturiva manna (293). Isidoro di Siviglia ripete questa notizia, e dopo lui la ripetono parecchi, alterandola pi o meno; e fra i parecchi sono Brunetto Latini e il Mandeville, il quale ultimo non dice cosa punto nuova quando dice che il santo era stato portato in Paradiso, e nel sepolcro suo non si trovava se non manna (294). L'Ariosto, facendo accogliere Astolfo da San Giovanni nel Paradiso terrestre, si conformava a modo suo a una tradizione assai antica (295). Un'altra leggenda fa entrar San Giovanni nella numerosa famiglia dei Dormienti, e narra che l'apostolo dorme in una caverna vicina ad Efeso, aspettando le ultime battaglie della fede e il ritorno di Cristo.
Secondo una opinione che discorda da tutte le precedenti, gli eletti non entreranno nel Paradiso terrestre, il quale alle volte diventa tutt'uno col celeste, se non dopo il Giudizio universale (296). Da altra banda i Chiliasti pensarono che tutta la terra dovesse diventare, in certo qual modo, Paradiso terrestre durante i mille anni del regno di Cristo, prima dell'ultimo sovvertimento finale.
Ma il beato giardino non fu abitato solamente da uomini: esso fu ancora abitato da bruti, i quali vincevano di molto in dignit, in bellezza ed in senno i loro simili della terra d'esilio, ed erano per ogni rispetto tali da aggiunger vaghezza alla santa dimora. Non solo mostravansi pieni di benignit e mansuetudine (297); ma ancora, secondo afferma San Basilio, parlavano assai sensatamente; e la leggenda maomettana racconta che il cavallo Meimun rinfacci ad Adamo, suo signore, il commesso peccato. Com' noto, nel paradiso di Maometto sono parecchi animali, fra gli altri il cammello del Profeta, e l'asino su cui Ges entr in Gerusalemme e una leggenda tedesca narra di un paradiso degli animali, dove questi, sotto la tutela di Dio, vivono in piena tranquillit ed innocenza (298). Vogliono alcuni che tutti gli animali parlassero in origine, e che perdessero la favella in sguito al peccato.
Fra gli animali del Paradiso tengono il principal luogo gli uccelli, i quali empiono tutto il giardino dei loro dolcissimi canti. Non  descrizione del santo luogo che non ricordi espressamente, insieme con l'altre, anche questa delizia; e in pi leggende particolari  detto tale essere l'armonia e la soavit di quei canti da forzare al sonno chiunque li ascolti. L'uccello del Paradiso  spesso descritto nel medio evo per la sua gran bellezza, e il nome suo indica la sua presunta origine (299). Francesco da Barberino scrive meraviglie di due uccelli bianchi che sono nel Paradiso terrestre (300); e una leggenda dei Copti cristiani narra che il gallo fu messo in Paradiso per aver rivelato a Cristo il tradimento di Giuda (301).
Ma di quanti uccelli poterono ornare e rallegrare di lor presenza il Paradiso, il pi mirabile fu, senza dubbio, la Fenice, quell'una e immortale Fenice, di cui tanto aveva favoleggiato l'antichit, e di cui tanto ancora doveva favoleggiare il medio evo. Le ragioni che dovevano favorire, anzi richiedere, l'introduzione della Fenice nel Paradiso son quelle stesse che noi abbiam gi veduto operare in altri casi analoghi: tutto quanto si sottraeva alla morte, a quella morte ch'era apparsa nel mondo come un effetto del peccato, apparteneva in certo qual modo al Paradiso, stanza naturale dell'innocenza e della vita. I rabbini spiegarono la immortalit della Fenice narrando che tutti gli uccelli mangiarono, insiem con Eva, del frutto proibito, salvo quella, che perci rimase immortale (302). Per i Dottori cristiani il meraviglioso uccello divent un vivente simbolo della risurrezione, del rinnovamento mediante il battesimo, della felicit restaurata, della vita eterna, e sono senza numero quelli che ne parlano. Come di simbolo ne us l'arte cristiana sino dai primi tempi, ritraendo la immagine sua sopra monete, in sepolcri, in mosaici; ponendola accanto a quelle di Cristo e dei santi; facendone pi tardi una figura del Redentore medesimo (303). Secondo Alcimo Avito, la Fenice raccoglie in Paradiso gli aromati con cui forma il vitale suo rogo. Non m'induger a ripetere le descrizioni che di essa si leggono nei Bestiarii, e in altri trattati del medio evo, come sarebbe il Tresor di Brunetto Latini. Dir solo che della sua esistenza nessuno dubitava; che il Prete Gianni asseriva d'averla in quel suo fortunato paese; e che il Mandeville, il quale pretende d'averla veduta due volte, la dipinge pi grossa d'un pavone, con una specie di corona in capo, le ali e la coda color di porpora, il dorso turchino, e tinta di tutti i colori dell'arcobaleno quando il sole la illumina. Il Petrarca vide un giorno, sognando desto,

Un strania fenice, ambedue l'ale
Di porpora vestita e 'l capo d'oro; (304)

ma il Tasso, il quale osa dirla

Augello eguale alle celesti forme,

ne fa una pittura ben pi pomposa nel poemetto che appunto s'intitola La Fenice (305). N m'induger a dire dell'altre sue meraviglie; del modo che teneva per abbruciarsi, anzi per rinnovarsi; e del tempo che si diceva passare tra uno e un altro rinnovamento, e che varia, secondo le opinioni, da 500 a 7000 anni. Noter solamente, parendomi abbia pi stretta relazione col nostro argomento, che le fu attribuita anche una certa virt curativa, conveniente, del resto, alla natura del luogo ove credevasi da molti ch'essa dimorasse. Secondo certa versione di una leggenda che io ho gi ricordata pi sopra (306), i tre figliuoli del re infermo vanno in cerca, non della fontana di giovinezza, o di vita, ma della Fenice, che restituisca la sanit al padre loro (307).
Un'altra finzione fece compagno della Fenice, nel Paradiso terrestre, il pellicano, simbolo anch'esso di Cristo, che d col proprio sangue la vita ai peccatori.
Certi monaci, della cui leggenda ho gi fatto cenno e dovr dar ragguaglio pi oltre, videro nel Paradiso, fra molt'altre meraviglie, "una fontana lunga uno quinto miglio, et era ampia secondo che rispondeva alla grandezza (lunga e larga per spazio di miglia cinque, secondo altre redazioni) et era piena di pesci, i quali cantavano tanto dolcemente, che quasi ogni creatura umana vi sarebbe dormentata, tanto era soave e dolce a udire. E questo canto facevano a certe ore canoniche del d, quando udivano cantare gli angioli del Paradiso".
E baster degli abitatori.
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CAPITOLO 4.
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I VIAGGI AL PARADISO TERRESTRE.
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Fu comune opinione tra coloro (ed erano di gran lunga i pi) i quali ponevano il Paradiso terrestre in questa nostra terra, e lo dicevano tuttavia esistente, che esso, o non si potesse per nessun modo trovare dagli uomini, o, se pur si poteva trovare, fosse loro impossibile di penetrarvi. I Padri sono concordi su questo punto. La impossibilit di penetrarvi si faceva venire, di solito, dal volere divino, per decreto del quale il Paradiso terrestre doveva, dopo il peccato, rimanere inesorabilmente chiuso ai viventi; ma si faceva anche venire da difficolt naturali, che non lasciavano via da passare a chi avesse in animo di recarvisi. Brunetto Latini, ripetendo quanto molti avevano affermato prima di lui, dice nel Tresor: Et sachiez que aprs lou pechiz dou premier hom, cist leus fu clos  touz autres (308). E nel Tesoretto, parlando di Adamo:

Per quel trapassamento
Mantenente fu miso
Fora del Paradiso,
Dov'era ogni diletto,
Senza niuno eccetto
Di freddo o di calore,
D'ira n di dolore.
E per quello peccato
Lo loco fue vietato
Mai sempre a tutta gente (309)

Che anche Dante avesse il monte del Paradiso in conto d'inaccessibile, sembra risulti dal racconto che Ulisse fa del suo viaggio (folle volo) nell'oceano (310). Il Geografo Ravennate s'ingegna di mostrare, con ogni maniera di buoni argomenti, come non sia possibile agli uomini penetrare nel Paradiso (311); e il Mandeville, cui duole di non averlo potuto visitare, dice, ripetendo ancor egli cose gi dette da altri, che molti tentarono inutilmente di andarvi, e che l'altezza, e l'asprezza dei monti, e le strane fiere che intestano il paese d'intorno, non lasciano che nessun vi s'accosti. Ne' Fioretti della Bibbia si legge: "Questa montangnia si dice ch' si alta et dura e aspra fortemente e s maravigliosa che neuno huomo per sua bont non vi pot mai salire, n l drento intrare, secondo quelli che vi sono stati nel paese" (312). Perci Fazio degli Uberti lo dice un monte ignoto a tutta gente, e Giovanni di Hese lo descrive altissimo, con le pareti a perpendicolo, a guisa di torre, ita quod nullus potest esse accessus ad illum montem.
Ricordiamoci che per gli antichi gli Elisii erano reclusum nemus, discretae piorum sedes, regna impervia vivis; e che frugando nelle memorie mitologiche e nelle leggende, molti, altri esempii si trovano di luoghi o vietati, o inaccessibili. Del paese degl'Iperborei dice Pindaro che non vi si pu andare n per terra, n per acqua. All'isola dov'era l'Orto dell'Esperidi, serbato agli dei, nessuna nave poteva approdare (313); e al monte Kf degli Arabi non si perviene se non per arte magica; e all'isola Bulotu, immaginata dagli abitanti di Tonga, non si approda se non per volont degli dei. il Mons Romuleus (Rocciamelone), ove un re Romolo raccolse ingente quantit di tesori,  descritto come inaccessibile nel Chronicon Novaliciense; e di una montagna inaccessibile, a poca distanza dalla citt di Die, nel Delfinato, parla uno scrittore francese del secolo 17esimo (314).
Ma, a dispetto di chi diceva che non ci si poteva andare, e di chi affermava che nessuno di coloro che avevan corsa felicemente tutta la via era poi riuscito a penetrarvi, parecchi, in vani tempi, ebbero desiderio di tentare l'avventurosa impresa; e se di alcuni la leggenda narra che non fu dato loro di passare il formidabile muro di fuoco o di diamante, e la ben custodita porta, di altri narra che superato ogni ostacolo, penetrarono veramente nell'impareggiabil giardino, e vi fecero alcuna breve o lunga dimora, e ne tornarono per dare altrui alcun debole ragguaglio delle sue inenarrabili meraviglie. Ricordiamo, anche a questo proposito, che gli Elisii antichi furono, pi di una volta, penetrati da vivi, e che altri consimili esempii si trovano in altre mitologie.
Le leggende che ora io mi accingo ad esporre sono assai varie, non solo per la qualit delle cose che narrano, e pel modo della narrazione, ma ancora pel diverso spirito che le informa, e la ragione ond'hanno principio. Alcune hanno carattere spiccatamente ascetico, e pajon dettate da un'indomabile fervore di fede e di desiderio; altre hanno carattere spiccatamente romanzesco, e pajon dettate pi che da altro sentimento o pensiero, da quella immaginosa e inquieta curiosit, da quel vivo amor del meraviglioso che nelle fortunose epopee, nei lunghi romanzi di avventura, si agitano, ma non si appagano. Molte di esse son figlie tutte ideali della fantasia; ma parecchie ve n'ha, le quali pur solvendosi, come l'altre in un sogno, muovono tuttavia da alcun che di reale. Nessuno di questi viaggi, per certo, ebbe suo compimento nel Paradiso terrestre; ma pi d'uno fu, anzich immaginato da narratori, impreso davvero da pellegrini e da naviganti. Ben s'intende come queste distinzioni, che io ho accennate, sieno, del resto, assai pi agevoli e sicure in teorica che non in pratica: e se nelle pagine che seguono io mi studier di tenere un ordine che ad esse corrisponda, questa corrispondenza sar soltanto approssimativa, e quell'ordine avr tanto di rigore quanto ne pu concedere la natura stessa delle cose, e non pi.
Ecco qua, anzi tutto, una leggenda celebre, la quale inspirata bens da quel fervore di fede e di desiderio che informa l'altre di carattere pi risolutamente ascetico; ma vuol essere pure considerata come una naturale espansione e prosecuzione storica, se cos posso esprimermi, di un tema leggendario anteriore, in quanto viene ad esplicare ed a compiere, in conformit di certi postulati della coscienza religiosa, una storia mitica non compiuta e non chiusa. Intendo dire la leggenda di Seth, mandato dal padre infermo, e gi vicino a morte, al Paradiso terrestre per procacciare l'olio della misericordia. Questa leggenda ebbe a congiungersi poi con quella del legno della croce, e delle due se ne form una assai complessa, la quale nel medio evo pi tardo, a partire dal dodicesimo secolo, ebbe cos gran diffusione che nessun'altra ebbe l'eguale. Tale leggenda ci pervenne in narrazioni di tutte le lingue parlate da popoli cristiani, conservata in libri d'ogni titolo e qualit, distribuita in numerose versioni, le quali furono dottamente paragonate fra loro e raccolte in gruppi e categorie. Nella esposizione che segue io dovr attenermi a pochi racconti principali, e rimandare il lettore desideroso di pi minuti particolari alle ottime monografie cui essi diedero argomento (315).
La prima memoria, sino a noi pervenuta, di un'andata di Seth al Paradiso terrestre, si ha probabilmente in quell'Apocalissi greca da me pi volte ricordata nel capitolo precedente, e, senza giusta ragione, intitolata Apocalissi di Mos. Quivi si legge che Adamo, giunto all'et di 930 anni, e infermo, mand Eva e Seth al Paradiso terrestre, per ottenere, a sollievo delle sue sofferenze, l'olio di misericordia (316). Cammin facendo, Seth  morso dal serpente. Giungono alla porta del Paradiso, ma non ne varcan la soglia: l'arcangelo Michele dice loro che non avranno, per ora, quanto desiderano, e li fa tornare addietro, annunziando che in capo di tre d Adamo si morr. Nella Vita latina, pure ricordata nel precedente capitolo, si ha, con lievi differenze, lo stesso racconto: Michele dice ai due pellegrini che l'olio di misericordia non sar conceduto se non passati 5500 anni; che allora Cristo, figliuol di Dio, scender in terra; si far battezzare nel Giordano, risusciter Adamo e gli altri morti, e a tutti i credenti in lui largir l'olio tanto desiderato. Cos li accommiata, annunziando che ad Adamo non rimangono se non sei giorni di vita. Si pu tener per certo ch'entrambi questi racconti derivino da una fonte pi antica, rimasta sinora sconosciuta (317).
Il racconto della Vita passa nell'Evangelo di Nicodemo, con questa sola diversit di rilievo, che di Eva pi non si parla, e Seth compie solo il viaggio, e solo ascolta le rivelazioni dell'angelo (318). Da indi in poi Eva rimane esclusa dalla leggenda, la quale, come ho detto, si lega all'altra del legno della croce, e fa corpo con essa. Questo congiungimento si pu dire che fosse inevitabile, provocato, e in certa maniera imposto, da quel vivo e tenace desiderio cui ho pi volte accennato, di raccostare alla caduta la redenzione, di contessere, per cos dire, in un'unica trama i fatti dell'una e i fatti dell'altra. Leggende intorno al legno onde fu formata la croce, strumento di redenzione, dovettero sorgere assai per tempo, ed era naturale che alcune, se non tutte, facessero venire quel legno dallo stesso giardino ov'era stato commesso il peccato, e dallo stesso albero che aveva dato esca al peccato. Di pi leggende simili, che poi furono sopraffatte da una finzione pi rigogliosa, e che meglio appagava il sentimento e la fantasia dei credenti,  rimasta memoria. "Una tradizione greca narra senza pi che un ramo dell'albero nel cui frutto pecc Adamo, fu trasportato a Gerusalemme; e ne sorse un grand'albero, donde fu fatta la croce. Altri dicono che Adamo stesso port seco dal paradiso un frutto o un rampollo dell'albero. Secondo una terza versione Dio dopo il peccato svelse l'albero e lo gitt di l dal muro del paradiso. Mille anni pi tardi Abramo lo trov e lo piant nel suo giardino. Un angelo (o Dio stesso) gli annuncia che su di esso Dio (egli) verr crocifisso (319)". O prima o poi, una di tali leggende doveva incontrarsi con la leggenda di Seth, e mescendosi con essa, dare origine a una tradizione nuova, secondo la quale l'albero onde fu fatta la croce sarebbe venuto da un virgulto, o da semi che Seth stesso riport dal Paradiso. E in questa forma la leggenda trionf.
Non pu essere cmpito mio tener dietro alle troppe versioni in cui essa ebbe a spartirsi, e al moto de' suoi vani elementi, i quali senza posa si accozzano insieme, si disgiungono, trapassano da luogo a luogo e gli uni agli altri sottentrano, come fanno i pezzetti di vetro multicolore nelle mutabili figure del caleidoscopio. Io mi contenter di dar qui la sostanza di un racconto latino, il quale  certamente anteriore alla fine del secolo tredicesimo, e in cui la leggenda appare in tutta la sua pienezza. Questa, nella forma che in esso consegue, "ottenne straordinario favore, e si diffuse per tutta Europa, dall'Irlanda e dalla Svezia alla Spagna, dalla Cornovaglia alla Grecia" dando luogo a traduzioni e rimaneggiamenti innumerevoli (320).
Adamo ha vissuto 932 anni nella valle d'Ebron, nella terra d'esilio. Egli  stanco di estirpare i rovi dal suolo, stanco del male e dei mali che vede crescer nel mondo, fra la sua posterit, stanco di vivere. Chiama a s il figliuolo Seth, e lo manda al cherubino che con la spada fiammeggiante sta a custodia dell'albero della vita, per avere da lui certezza dell'olio della misericordia che Dio promise al peccatore il giorno stesso in cui fu commesso il peccato. Va, dic'egli al figliuolo: tu conoscerai il cammino dalle impronte che noi vi lasciammo, tua madre ed io, venendo in questa valle e sulle quali non  pi cresciuta l'erba. Seth s'avvia, giunge alla porta del Paradiso. Il cherubino saputa la ragione del suo venire, lo invita a mettere il capo dentro alla porta, e a gettar gli occhi sul giardino: tre volte pronunzia l'invito ed altrettante Seth vi si conforma. La prima volta questi contempla la vaghezza del Paradiso, vede le piante e i fiori, il fonte lucidissimo da cui nascono i quattro fiumi, e sopra esso un'arbore ramosa, ma nuda di frondi e di corteccia. La seconda, scorge un gran serpente avvolto al tronco della pianta. La terza, vede l'arbore elevata sino al cielo, e sulla cima un bambino appena nato, e, da basso, le radici, penetrate sin nello inferno, ove gli si scopre l'anima di suo fratello Abele. L'angelo spiega a Seth la visione, gli annunzia la venuta del Redentore, e, nell'accommiatarlo, gli porge tre granella del pomo fatale onde mangiarono i suoi genitori, ingiungendogli di porli sotto la lingua di Adamo, quando, di l a tre d, questi sia morto. Seth se ne torna, e Adamo, udite da lui le parole dell'angelo, ride per la prima volta in sua vita (deve intendersi dopo il peccato), e muore. Seth gli pone sotto la lingua i tre semi, e sotterra il padre nella valle d'Ebron, e dai tre semi nascono tre virgulti, di cedro il primo, di cipresso il secondo, di pino il terzo, i quali cos si rimangono, senza mai crescere oltre l'altezza di un cubito, e senza mai perdere il verde, sino al tempo di Mos. Questi, giunto col suo popolo, dopo l'uscita dall'Egitto, nella valle d'Ebron, conosce essere nelle tre verghe alcun che di miracoloso, le toglie di terra, sana con esse coloro che erano morsi dai serpenti, e con esse fa scaturire l'acqua dal sasso; poi, conscio della morte vicina, le ripianta alle radici del monte Tabor, o dell'Oreb, ed entrato, ivi presso, in una fossa, rende l'anima a Dio. Mille anni stanno le verghe in quel luogo, sino a che Davide, per avvertimento del cielo, le viene a levare, e le porta in Gerusalemme, dove, poste in una cisterna, metton radice, e si uniscono in un'unica pianta, cui Davide, per trent'anni di seguito, cinge, ogni anno, di un cerchio d'argento. Davide sa gi, per rivelazione divina, che della pianta si far la croce, per la cui virt cancellerassi il peccato. E la pianta cresce lo spazio di trent'anni; e sotto di essa piange Davide i suoi peccati, e sotto di essa compone il salterio; poi muore. Salomone gli succede, e d opera a compiere il Tempio. Un giorno gli artefici, abbisognando di una trave, recidono l'albero miracoloso; ma poi, per quanto si argomentino, non riescono ad adattare il legno ov'era bisogno, e Salomone, chiamato a veder tal miracolo, ordina che il legno sia posto nel Tempio, e da tutti onorato. Una donna per nome Massimilla vi si pone sopra a sedere, e incontanente le sue vesti prendono fuoco, ed ella grida: Signore mio, e Dio mio Ges; udite le quali parole, gli Ebrei, come bestemmiatrice, la trascinano fuori della citt, e la lapidano, facendo di lei la prima martire; poi tolgono la trave dal Tempio, e la gettano nella probatica piscina che, per nuovo miracolo, acquista virt di sanare gli'infermi. Sdegnati, gli Ebrei tolgon la trave dalla piscina, e la gettano, a mo' di ponte, sul Siloe, perch sia calcata dai piedi dei passanti. Viene a Gerusalemme la regina di Saba, e ricusa di passare sulla trave, sapendo a che sia serbata, e profetizza il Messia. Venuto il tempo della passione, gli artefici fanno con essa la croce su cui  confitto Cristo.
Ho detto che non intendo tener dietro alle numerose versioni della leggenda; solo ricorder che in una di esse i viaggi di Seth al Paradiso son due; e che talvolta l'angelo d a costui, non gi le tre granella, come nel racconto test riferito, ma un ramoscello dell'albero della scienza, e che da quel ramoscello pende ancora, in uno o due casi, parte del frutto morso da Eva.
Il viaggio che nei precedenti racconti si narra di Seth, Gotofredo da Viterbo narra di Jonito (o Jonico) figliuolo di No (321). Jonito, udita dal padre la descrizione delle meraviglie del Paradiso, chiede a Dio in grazia di poterle contemplare con gli occhi suoi proprii, e ottenuto il suo desiderio, ne riporta tre virgulti, di abete, di palma e di cipresso, i quali piantati da lui separatamente, si congiungono in un'arbore sola, che ha tre colori, e le foglie di tre maniere, a simboleggiare la Trinit. Seguono le fortune del legno (le quali in parte solo concordano con quelle narrate nel racconto precedente) finch di esso si fa la croce. Gotofredo cita un Atanasio, il quale  probabilmente immaginato da lui, come da lui probabilmente  immaginato il rapimento di Jonito, al Paradiso, giacch della leggenda, in questa forma, non si trova altro vestigio. Bens  narrato altrove che un figliuolo di No, per nome Jerico, desideroso di vedere la tomba di Adamo si rec nella valle d'Ebron, e trovati i tre virgulti, li svelse, poi li ripiant, come narra il cronista (322).
Ma prima di passar oltre, fermiamoci a fare qualche considerazione non oziosa sovra un punto della leggenda di Seth e del legno della croce. Seth vede da prima l'albero del peccato, vedovo di fronde e spoglio della sua corteccia, e io ho gi avvertito nel capitolo II che quell'albero  descritto assai volte come un albero secco. Ora, di un Albero Secco, posto, di solito, nel remoto Oriente, e per pi ragioni mirabile,  frequente ricordo in iscritture del medio evo. Varian molto le descrizioni che se ne fanno ma io non dubito che, in alcuni casi almeno, esso non sia da identificare con la pianta disseccata del Paradiso, dalla quale; del resto, un poemetto latino, composto circa il 1300, lo fa derivare. Secondo alcune leggende riguardanti la fine del mondo, l'ultimo imperatore appender la corona ai rami dell'Albero Secco, o alla croce (323).
Seth vede poi la pianta mirabilmente ingrandita, e fatta simile ad uno di quegli alberi cosmogonici che in altre mitologie comprendono fra le radici la terra, e, tra i rami e le foglie, il cielo, quali lo skambha vedico, l'ilpa buddistico, l'irminsul e l'yggdrasil della mitologia germanica. Anche la croce fu considerata come un albero, la quale rec ottimo frutto, e talvolta a dirittura come un albero cosmogonico. Venanzio Fortunato cos la saluta in un suo inno:

Arbor decora et fulgida,
Ornata regis purpura,
Electa digno stipite
Tam sancta membra tangere;

e in un altro inno ecclesiastico si legge:

Crux fidelis inter omnes
Arbor una nobilis:
Nulla silva talem profert
Fronde, flore, germine.

Come un albero di dolcissimo e vital frutto, e tutto fragrante di fiori,  invocata spesso la croce nelle laudi (324), e come albero di vita in un canto latino del sec. 14esimo:

Salve, Christi crux praeclara.
Arbor astris pulchrior,
Facta reis ex amara
Mellis stilla dulcior;
Vitae nobis viam para,
Dux effeta gratior.

L'albero della croce diventa una pianta meravigliosa, come si pu vedere nell'opuscolo di San Bonaventura intitolato Lignum vitae, ove si leggono questi due versi:

O crux, frutex salvificus, viva funte rigatus,
Cujus tlos aromaticus, fructus desideratus.

Ma gi in un Hymnus de Pascha, attribuito a San Cipriano, la croce  diventata una specie di albero cosmico, che s'innalza sino al cielo e dalle cui radici scaturisce una mirabil fonte. I frutti di quello dnno la vita eterna; l'acqua di questa lava d'ogni macchia. Tutta l'umanit trae all'albero meraviglioso. Gerolamo Vida, in un carme In Jhesu Christi crucem, esclama:

Nunc prope numen habes, sancta et venerabilis arbor,
Coelo mixta comas caput inter sidera condis.

Il legno della croce fu fatto derivare di solito dall'albero della scienza del bene e del male, ma talvolta ancora dall'albero della vita, o da un altro albero paradisiaco, detto della salute (325). Secondo una leggenda siriaca la croce fu fatta del legno di un albero che da indi in poi non cess pi di tremare, la tremula. Abbiam veduto come tre virgulti di specie diversa, ma tutti derivati dal medesimo albero, si ricongiungessero insieme per formar di nuovo un albero solo. Stando ad altre immaginazioni, la croce fu veramente formata di quattro legni differenti, palma, cedro, cipresso, olivo; oppure di tre, cedro, cipresso, pino; palma, cipresso, abete. Il numero di tre simboleggia la Trinit (326). Ricorder da ultimo che, secondo i musulmani, la legge da Mos recata agli Ebrei era scritta su tavole formate del legno di un albero Sedr, ch' nel settimo cielo, e che secondo Mos Bar-Cefa la lancia con cui fu ferito Cristo era quella stessa del cherubino posto a custodia del Paradiso.
Io qui non parlo di coloro che videro il Paradiso terrestre solamente in ispirito, come suole accadere nelle Visioni; ma di coloro che v'andarono in carne ed ossa; e perci solo in passando fo cenno della questione agitata per sapere se San Paolo fosse stato rapito in cielo, o nel Paradiso terrestre, o in entrambi. La questione non era ancor risoluta a' tempi di Torquato Tasso, il quale nelle Sette giornate chiedeva:

 ver che 'l terzo cielo, ove fu ratto
Gi Paolo col pensier levato a volo,
Sia terren paradiso? (327)

Nella leggenda che or segue noi abbiamo la favolosa istoria di alcuni pellegrini che non muovono propriamente alla ricerca del Paradiso, ma, dopo molte avventure, giungono in luogo prossimo ad esso, e di l se ne tornano indietro. E questa la leggenda, greca di origine, e certo assai antica, dei tre santi monaci Teofilo, Sergio ed Igino, nella quale noi cominciamo a far conoscenza con quei monaci irrequieti ed audaci, che spinti, non meno da curiosit venturiera, che da certo fervor religioso, disertano i chiostri e si dnno a correr le terre ed i mari attraverso a mille casi e mille pericoli (328). Essa si lega al nome di San Macario Romano, santo misterioso ed oscuro, il quale non si sa in che tempo sia vissuto, e da taluno si dubita che in niun tempo, e ch'egli sia, come tant'altri un santo mitico.
Tre monaci di un convento di Mesopotamia, posto tra l'Eufrate ed il Tigri, Teofilo, Sergio ed Igino, sedevano un giorno sulla riva di quel primo fiume, e ragionavano devotamente tra loro della umana vita e delle molte tribolazioni che affliggono i servi di Dio. A Teofilo vien nell'animo un desiderio, e lo palesa ai compagni: Io vorrei, egli dice, camminare tutto il tempo della mia vita, e giungere col ove il cielo tocca la terra. I compagni s'accendono del medesimo desiderio, e nato del desiderio il proposito, tutti e tre, quella stessa notte, si partono dal monastero. In capo di diciassette giorni giungono a Gerusalemme, ove adorano il Sepolcro; dopo cinquanta, passano il Tigri ed entrano in Persia; scorsi quattro mesi, entrano nell'India. Quivi cadono in man degli Etiopi, e soffrono molti maltrattamenti; poi, cacciati dagli Etiopi, rimangono ottanta d senza prendere cibo alcuno. Andando sempre verso Oriente, attraversano le terre dei Cananei, altrimenti (cos il testo) detti Cinocefali; quelle dei Pichiti, alti un cubito; una regione montuosa ed orrenda, tutta popolata di draghi, di aspidi, di basilischi, e altri animali velenosi; un'altra regione, tutta sparsa di rupi asperrime; una gran pianura, ove pascolano mandrie di elefanti; un'altra, ingombra di dense tenebre, e giungono a un'abside eretta da Alessandro Magno quando insegu Dario. Vivono la pi parte del tempo miracolosamente, senza cibarsi, e, proseguendo il viaggio, trovano un lago pieno di anime dannate; un gigante incatenato fra due monti; una donna avviluppata da un dragone; un bosco di grandi alberi, su cui anime in forma di uccelli chiedono ad alta voce perdono dei loro peccati. Succede a questi orribili e strani luoghi un luogo bellissimo, custodito da quattro vecchi, i quali hanno corone d'oro in capo ed auree palme tra mani; poi viene una regione tutta piena di canti e di odori soavissimi, ove brilla una chiesa di vari colori, d'incomparabil bellezza, e che par fatta tutta di cristallo. Intorno ad essa sono uomini santi, di venerabile aspetto, che cantano, e dall'altare scaturisce un fonte, che sembra di latte. Dopo avere incontrato un altro popolo di pigmei, i tre pellegrini giungono la spelonca ove da lunghissimo tempo San Macario mena vita anacoretica, a sole venti miglia di distanza dal Paradiso terrestre, e il santo dice loro che non si pu passare pi oltre, e che il Paradiso  vietato a tutti i mortali. Udita da lui la sua storia, i monaci riprendono la via per cui sono venuti, scortati sino all'abside di Alessandro da due leoni, compagni amorevoli e consueti del santo.
In questo racconto noi abbiamo un evidente influsso delle storie favolose di Alessandro Magno, comprovato da quel ricordo dell'abside da costui edificata. Leggonsi appunto in esse alcune delle meraviglie incontrate da' monaci, e altre molte per giunta, delle quali  frequente ricordo in iscritture del medio evo, e che veggonsi pure raffigurate in parecchie mappe (329). Non intendo discorrere partitamente di tutte quelle che nella leggenda ascetica si trovano, ma di taluna mi pare opportuno dir qualche cosa.
Di una specie di regione infernale posta in prossimit del Paradiso terrestre abbiamo gi trovato altri ricordi, molto meno antichi di quello che hassi nella nostra leggenda (330). Della regione tenebrosa, per contro, abbiamo ricordi e pi recenti e pi antichi. Una regione cos fatta descrivesi nelle dottrine cosmografiche dell'india. Di l dal fiume oceano si distende, a occidente della terra, secondo Omero ed Esiodo, il tenebroso paese dei Cimmerii (331); pi tardi esso fu posto a settentrione, intorno ai monti Rifei. Alessandro Magno si spinse un tratto in una regione coperta di tenebre, la quale chiudeva in s il paese dei beati (332); e di terre ov' notte perpetua fanno parola Marco Polo, il Mandeville e altri.
Le anime peccatrici, che i tre monaci trovano in sembianza di uccelli, appajono molto frequentemente in leggende ascetiche del medio evo, quando come anime dannate, quando come purganti; al qual proposito  da ricordare che nel simbolismo cristiano l'anima  consuetamente rappresentata sotto forma di uccello, e che in una delle saghe della Saemundar Edda, intitolata Solar-liodh,  ricordo di anime in forma di uccelli neri (333). In una leggenda riferita da San Bonifazio, anime purganti, simili nell'aspetto ad uccelli neri, volano intorno a un pozzo, da cui prorompono fiamme ardenti, e nel pozzo si sprofondano (334).
Seth pot solamente sporgere il capo dalla porta del Paradiso terrestre, e i tre monaci Teofilo, Sergio ed Igino dovettero fermarsi a venti miglia di distanza da esso. Altri furono pi fortunati. Ecco qua la leggenda di tre altri monaci, la quale fa degno riscontro alla precedente, sebbene sia da essa molto diversa (335).
Sulle rive del Gihon  un monistero abitato da uomini di santa vita. Tre di questi, lavandosi un giorno nel fiume, veggono venir gi, portato dalla corrente, un ramo meraviglioso: "l'una foglia pareva d'oro battuto, l'altra pareva d'ariento, l'altra pareva d'azzurro fino, l'altra vermiglia, l'altra era bianca, e cos era svariato d'ogni colore". Il ramo recava, per giunta, frutti molto dilettevoli a mangiare. Lo traggono fuori dell'acqua, e mentre lo contemplano, pieni di ammirazione e di allegrezza, senton nascersi in cuore un desiderio smodato d'andarne sin l, all'incantato paese d'onde quel ramo  venuto. E subito, accordatisi in un comune proposito, senza dir nulla a persona, si partono dal convento, e camminando lungo la ripa del fiume, ch' uno dei quattro del Paradiso, si pongono in viaggio. Giungono, dopo lunga peregrinazione, alla famosa porta custodita dall'angelo, e domandato e ottenuto di varcare la soglia, s'aggirano fra l'ombre e le delizie del giardino immortale, mangiano di quelle frutta soavissime, bevono di quell'acque miracolose che rinnovano la giovinezza e ragionano co' due vecchiardi Enoch ed Elia delle cose del cielo. Credono d'essere stati nel beato luogo tre giorni, e vi sono rimasti tre secoli. Tornati al convento, che ancora sussiste, ma dove gi dieci generazioni di monaci si son succedute, eglino, con l'ajuto de' vecchi libri memoriali, mostrano e provano la lor condizione, e narrata la storia mirabile del loro viaggio, in capo di quaranta giorni improvvisamente si dissolvono in cenere, e ascendono alla gloria eterna del cielo.
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Questa leggenda sembra sia nata in Italia: io non so che si trovi in altri linguaggi volgari, e nemmeno mi  noto un testo latino da cui le redazioni italiane possano essere derivate. Ed  leggenda schiettamente ascetica. Le descrizioni che delle meraviglie del Paradiso vi si leggono sono come penetrate di un'aura di estasi, partecipano del sogno. Il narratore non trova nel linguaggio degli uomini parole acconce ad esprimere la novit e la bellezza degli spettacoli che si offrono agli sguardi attoniti dei tre pellegrini, a significare lo smarrimento di dolcezza onde sono prese le anime loro; e quando vuol fare intendere altrui, in qualche modo, la virt rapitrice che muove da un canto non pi udito, dice che ogni anima umana vi si sarebbe addormentata, o avrebbe perduto ogni memoria e cognizione di s (336). Nella leggenda sono due cose che voglio notare: quel ramo meraviglioso da cui i tre monaci sono allettati al viaggio, e l'error loro quando essendo dimorati nel Paradiso trecent'anni (settecento, in altre redazioni), stimano esservi rimasti solamente tre d (altrove, sette). Giovanni de' Marignolli dice che foglie e frutti degli alberi del Paradiso si trovano sovente nei fiumi che da questo derivano. Secondo una tradizione riferita da Mos Maimonide, Seth riport dal Paradiso parecchi alberi, tra' quali uno che aveva le foglie e i rami d'oro; e secondo i musulmani l'albero della vita aveva il tronco simile a dell'oro, i rami come argento, le foglie come smeraldi.
Di quell'alterazione nel corso del tempo, o nel giudizio della sua durata, c' da dire qualche cosa di pi. Essa si produce in numerose leggende, la pi celebre delle quali  la tedesca del monaco Felice, non pi antica, sembra del secolo 14esimo (337). Era costui un monaco cistercense, di ottima indole, di saldissima fede e d'irreprensibili costumi, il quale, leggendo un giorno come la letizia del Paradiso celeste sia eterna, e senza mescolanza alcuna di dolore, cominci, per la prima volta in sua vita, a entrare in un dubbio, e a disputar seco stesso per che modo possa ci essere. E il modo gli fece intendere Iddio con un miracolo. Venne dal cielo un augelletto pi candido che la neve, il quale si mise a cantare con s nuova e meravigliosa dolcezza, che il monaco si credette un tratto rapito in Paradiso, e, voglioso di averlo tra mani, si mosse per prenderlo; ma l'augelletto aperse l'ali e spar. Felice, rimasto pieno di desiderio e di rammarico, ode una campana sonar mattutino, si ricorda del suo convento, e torna addietro. Ma il portinajo non lo riconosce, e non lo vuol lasciare entrare, e gli d dell'ubbriaco e del pazzo quando gli ode narrare la storiella dell'augelletto bianco che rapiva l'anima col suo canto. Sopraggiungono gli altri frati con l'abate; ma nessuno riconosce colui che afferma d'aver dimorato quarant'anni nel chiostro. Finalmente il pi vecchio della famiglia, il quale v'era stato gi ben cento anni, e giacevasi allora infermo, si ricorda che nel tempo in cui egli era novizio, un dei fratelli, per nome Felice, era sparito un giorno di primavera, e non se n'era mai pi avuta novella. L'abate fa portare il libro in cui da trecent'anni si registravano le morti dei monaci, e si trova che Felice, il quale credeva d'essere stato assente un'ora, era stato assente un secolo. In altre versioni della leggenda il monaco chiede in grazia a Dio un piccolo saggio della beatitudine del Paradiso, o  travagliato da un dubbio, come mai possa un secolo non parere a Dio maggior di un istante (338); ma in tutte  quell'error di giudizio circa la durata del tempo; e tale errore si ripete in alcune leggende paradisiache delle quale dir or ora, e in altre pure di vario argomento. Narra il Joinville che un principe dei Tartari fu assente tre mesi, e quando torn credeva l'assenza sua esser durata non pi di una sera, ed ebbe nel frattempo una visione, o fu rapito in Paradiso (339). L'eroe di una leggenda celtica, Oisin, crede di passare in compagnia di una bella fanciulla alcuni giorni solamente, e sono, in realt, pi di trecento anni. Nel racconto di Roberto di Boron, Giuseppe d'Arimatea, sostentato dalla vista del Graal, passa quarant'anni in carcere senz'avvedersene. Secondo Giovanni di Hese, tre giorni passati in quell'isola dilettosa ch'egli chiama Radice del Paradiso, non sembrano durare pi di tre ore (340).
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Alla leggenda italiana dei tre monaci credo di dover far seguire la leggenda del giovane principe; sia perch italiana, come pare, ancor essa di origine; sia perch presenta con quella dei tre monaci molta somiglianza nello scioglimento e parecchio nello spirito di che  penetrata. Bench italiana, essa si legge in latino e in tedesco, n so che ve ne sia traccia in libri italiani, stampati o manoscritti. La narra, o si vuol che la narri, Eberardo, vescovo di Bamberg, il quale afferma d'averla udita in Italia, dall'abate di un monastero di cluniacensi, posto nelle Alpi. Di vescovi di Bamberg con quel nome, ce ne furono due, l'uno morto nel 1041, l'altro nel 1172; ma  probabile che il nostro sia il meno antico. Ecco, ad ogni modo, compendiato il suo poetico racconto (341).
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Il figliuolo di un principe si ammoglia, e invita alle nozze il suo angelo custode. Giunto il vespro del giorno solenne, egli, che religiosissimo , monta a cavallo, e si reca a pregare a certa chiesa, che sorge su un monte. Al ritorno incontra un vecchio di venerabile aspetto, vestito di candidi panni, circonfuso di luce, e seduto sopra un mulo tutto candido anch'esso. Compreso di affettuosa reverenza, il giovane prega lo sconosciuto di volere assistere alle sue nozze, e menatolo al castello, quivi il fa signore d'ogni cosa. Si celebrano le nozze pomposamente, e tre giorni dura il banchettare, senza che mai le provvigioni per quanto si profondano, vengano meno. L'ospite finalmente chiede licenza, e da tutti ringraziato e desiderato si parte, accompagnandolo il giovane sposo per un tratto di via. Giungono al luogo ove si sono incontrati la prima volta. Il giovane vorrebbe, tanto amore gli ha posto, abbandonare e la sposa e la patria, e andarne con esso lui; ma quegli il dissuade dicendo: Non ora: fra tre d, se tu vuoi, potrai venirne alla mia stanza. Questo sentiero vi conduce, e qui troverai tu questa mia cavalcatura, la quale ti porter ove tu brami di essere. Ci detto si parte. Venuto il giorno segnato, il giovane si accommiata dalla sposa, annunziandole che in breve sar di ritorno, si mette in via, accompagnato da' suoi cavalieri, giunge al luogo stabilito, trova il mulo, e licenziati i compagni, monta su quello e segue suo viaggio. Passa una gola tetra ed angusta, e riesce in una campagna di meravigliosa bellezza, piena di ogni maniera di alberi, dipinta di odorosissimi fiori, rallegrata dal canto d'infiniti uccelli. Percorre quattro stazioni, ove sono tabernacoli costellati di pietre preziose, addobbati di seta e di porpora, adorni di tanta ricchezza e splendore che nulla di simile pu raffigurare la fantasia. Ciascuna stazione ha numerosi abitatori, vestiti sfarzosamente, raggianti di luce, i quali accolgono con gaudio e con onore il pellegrino. Nella quarta questi trova l'ospite suo, non pi solo, ma circondato da molti compagni, tutti vestiti di bianco, tutti fregiati di corone, e pi luminosi che il sole. Le accoglienze sono, quanto mai si possa dire, affettuose e magnifiche; il luogo pieno di tanta gloria e di tanta letizia che nessuna parola pu darne una immagine. Il giovane vi dimora trecento anni e stima esservi stato tre ore. Indarno la sposa, i congiunti, i cavalieri, i servi, pieni di ansiet e di dolore, aspettano ch'egli torni. Il padre e la madre di lui vanno ad abitare nel luogo ov'egli s'accomiat dai seguaci, mutano il castello in un chiostro, in una chiesa il palazzo. Volano gli anni muojono i genitori, muore la sposa, muojono l'uno dopo l'altro tutti i soggetti; le generazioni succedono alle generazioni, ininterrottamente. Scorsi trecent'anni il giovane, il quale ha serbata incolume intanto la sua giovinezza, chiede licenza e l'ottiene; ma tornato nella sua terra, trova ogni cosa mutata, e nuove genti, che n lui conoscono, n sono da lui conosciute. Gli appare il castello mutato in chiostro; gli appar la chiesa eminente e magnifica, guernita di torri, dalle quali scoppia un clamor di campane che fa tremare i monti circostanti, e sulla cui sommit sventola, in luogo del vessillo con l'aquila, il vessillo con la croce. Il giovane si d a conoscere al portinajo del convento. Ecco l'abate, ecco i monaci tutti trasecolati di meraviglia; ecco accorrere d'ogni intorno il popolo tratto al grido di cos nuovo prodigio. Il principe narra la sua storia, la quale  messa per iscritto poi l'abate ordina un sontuoso banchetto, raccoglie buon numero d'invitati; ma il principe, come appena ha assaggiato il pan degli uomini, improvvisamente appar vecchio di decrepita, non pi veduta vecchiezza. Lo portano in chiesa; e quivi egli, ricevuti i sacramenti, si muore. Il corpo suo, dopo funerali pomposi,  deposto in quello stesso sepolcro ove da secoli gi dorme la sposa.
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Questa  leggenda risolutamente ascetica, e tale ancora  la leggenda del cavaliere irlandese Owen, che nel 1153, secondo narra Enrico di Saltrey, visit in carne ed ossa i luoghi di punizione e il Paradiso terrestre, non peregrinando per lunga distesa di terra e di mari, ma scendendo in quel misterioso Pozzo di San Patrizio della cui fama fu pieno per molti secoli il mondo. Vedremo in seguito che anche altri prese, per giungere al Paradiso, quella medesima strada, non certo pi comoda, ma molto pi breve (342).
Il cavaliere Owen (343), dopo una vita di dissipazione e di peccato, fu preso da pentimento, e cerc modo di scontare, mentr'era ancora vivo, la pena che troppo temeva di dover pagare dopo la morte. A tal fine si fece introdurre nella cava di San Patrizio, la quale dava adito ai regni dei morti, e cominci il meraviglioso suo viaggio, del quale fece poi, ritornato nel mondo dei vivi, il racconto. Attravers da prima varii luoghi di punizione, e vide i castighi a cui erano assoggettate le anime, e n'ebbe la parte che gli toccava, insidiato e deriso per giunta dai diavoli che di quei castighi eran ministri. Giunse ad un ponte periglioso (il solito ponte delle leggende infernali), e passatolo si trov in una gioconda campagna, dinanzi ad un muro altissimo e meraviglioso, e ad una porta tutta contesta di metalli preziosi e di gemme. La quale apertasi, ecco venir incontro al pellegrino una gloriosa processione di santi, e fargli lieta accoglienza, e introdurlo nella divina citt, e taluno di quelli mostrargliene a mano a mano tutte le meraviglie. Il cavaliere non vorrebbe pi partirsi da quel luogo di beatitudine; ma gli  forza tornare al mondo, e purgato d'ogni antica bruttura, ci torna (344).
Dice San Patrizio, in certa Confessio a lui attribuita, che quelli del suo sangue furono dalla Provvidenza dispersi in qua e in l sino agli ultimi termini della terra (345). Queste parole, vere o supposte, di un santo di cui la stessa esistenza fu posta in dubbio, ci richiamano ad un altro gruppo di leggende, nelle quali allo spirito ascetico si accompagnano lo spirito di esplorazione e di ventura, e che hanno per giunta questo comun carattere, d'esser leggende marittime, e di avere ad eroi certi monaci settentrionali che odiano la pace e l'ozio dei chiostri, ardono dal desiderio di propagare la fede di Cristo, sognan cose mostruose e terribili, ed essendo, in generale, grandissimi santi, hanno pure in s qualche cosa del pirata. Costoro fioriscono pi particolarmente sulle coste occidentali dell'Irlanda, della Scozia e della Frisia; e campo alle loro imprese  lo sterminato oceano che le bagna di onde perpetuamente in tumulto, e si stende, formidabile e sconosciuto, fino all'estrema piaga del cielo, ove il sole tramonta, fin sotto alla notte del polo; terribile ed infinito oceano che tutto il mondo circonda, scrive Adamo Bremense (m. 1076), oceano pieno d'intollerabile gelo e di caligine immensa.
Esso fu dalla turbata fantasia degli antichi prima, da quella degli uomini del medio evo poi, empiuto di pericoli, popolato di mostri (346), il terror de' quali fu di non lieve ostacolo alla temeraria navigazion di Colombo, ma non valse a trattenere quegli arditi ed oscuri esploratori del Settentrione a cui devesi la scoperta della Groenlandia, e d'altre terre boreali, e della stessa America forse, molti secoli prima che v'approdasse il grande Italiano (347). Delle esplorazioni loro molti ricordi, tra storici e favolosi, son giunti sino a noi, ed io volentieri m'indugio, prima di proceder oltre, intorno a taluno, dacch essi hanno stretta attinenza con le leggende che verr poscia esponendo, e servono a determinarne vie meglio il carattere e ad illustrarle.
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Di Aroldo, principe di Norvegia, narra il test ricordato Adamo Bremense come corresse con le sue navi il mare settentrionale, finch si vide intenebrare dinanzi gli estremi confini del mondo, e come a stento scampasse da un immane baratro dell'abisso. Lo stesso Adamo narra la seguente istoria. Alcuni nobili di Frisia, desiderosi di accertarsi con gli occhi loro se verso Settentrione non vi fosse pi terra alcuna, ma solo quel mare che dicesi concreto o viscoso, com'era comune sentenza, si misero in nave e sciolsero le vele ai venti. Lasciando dall'una mano la Danimarca, dall'altra la Brettagna, giunsero alle Orcadi, e seguitando la navigazione loro a occidente della Norvegia (Nordmannia), pervennero alla glaciale Islanda, d'onde, pi oltre procedendo, verso il polo, entrarono nella region delle tenebre e furono travolti, con veementissimo impeto, in quella profonda voragine, che assorbendo, com' fama, e rivomitando immensa copia di acque, d origine al flusso e al riflusso del mare. Parecchie loro navi andarono miseramente perdute con quelli che dentro vi erano; altre, risospinte dal gorgo, uscirono dalle tenebre e dalla plaga del gelo, e giunsero insperatamente ad un'isola, la quale era, a guisa di fortezza, munita tutto intorno di altissimi scogli. Scesi a terra, i naviganti non videro per allora gli abitatori, i quali, essendo l'ora meridiana, si tenevano celati nelle loro spelonche; ma ben videro, davanti agli aditi di queste, molti vasi d'oro, e d'altri metalli che gli uomini stimano preziosi, e tolti di quelli quanti pi poterono, lietamente fecero ritorno alle navi. Ma ecco che improvvisamente si videro inseguiti da uomini smisurati, che noi chiamiamo Ciclopi, i quali erano preceduti da cani di molto maggior mole che i nostri non sieno. Raggiunsero coloro uno dei fuggenti, e subito il fecero a brani; mentre gli altri poterono riparar nelle navi, e allontanarsi, non senza che i giganti li inseguissero buon tratto in alto mare, gridando e minacciando. Tornarono a Brema gli esploratori, e narrate le lor fortune al vescovo Alebrando, offersero sacrifici a Cristo redentore e al confessor suo Villecado, in ringraziamento di lor salvezza (348).
Quell'immane abisso, quella voragine che produce il flusso e il riflusso del mare,  probabilmente il Maelstrom, aggrandito e trasposto dalla fantasia, ed altri ricordi se ne trovano in iscritture del medio evo (349). Quanto ai Ciclopi  noto che il mito loro fu diffuso cos in Occidente come in Oriente, e che nel medio evo esso riappare pi di una volta (350). Del mare concreto o viscoso dir pi innanzi.
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Un'altra spedizione, degna d'essere rammemorata, narra Sassone Grammatico. Gormo, re di Danimarca, bramoso di scoprir cose nuove, raccoglie trecento compagni, e alla guida di un tal Torkillo con tre navi saldamente costruite, si mette in mare. In capo di certo tempo giungono i naviganti a una terra, ove, essendo gi stremati di vettovaglie, fanno strage dei greggi che vi trovano. Le divinit del luogo, offese, non li lasciano partire sino a che non abbiano offerto in sacrificio d'espiazione tre di loro compagnia. Di quivi passano nella Biarnia ulteriore, paese di delusive lusinghe e d'incantamenti diabolici. Torkillo vieta ai compagni di parlare cogli abitanti, di accondiscendere ai loro inviti, questo essendo il solo modo di render vane le loro malie: quattro pi incontinenti trasgrediscono il divieto, e rimangono nella terra in una condizione di servit neghittosa, immemori del passato. Gli altri si partono liberamente, e pervengono a un orribil castello, custodito da cani famelici, abitato da mostruose e spaventevoli larve. Qui Torkillo ammonisce di nulla temere e di nulla prendere delle cose che s'offrono alla vista, e lusingan la cupidigia; ma egli stesso non sa resistere alla tentazione. Ne segue una terribile zuffa. Al ritorno, dei trecento compagni non ne rimangono pi che venti (351).
Narrazioni consimili ebbero corso e celebrit fra i Celti, i quali le designarono coi proprio nome d'imramha (352). Fantastica in sommo grado, e lunghissima  quella della navigazione di Maelduin, il quale desideroso di vendicare la morte del padre, ucciso da certi pirati, si mise in mare con pi di sessanta compagni, e correndo verso Settentrione e verso Ponente, visit un numero stragrande di isole, piene d'infinite meraviglie, ed una tra l'altre in cui non s'invecchiava n di male alcuno si pativa, e dalla quale era malagevole cosa partirsi (353). I figliuoli di Conall Dearg Ua-Corra erano stati prima pirati, ma poi, pentitisi, fecero un pellegrinaggio in mare, e videro anch'essi moltissime meraviglie, e tra l'altro alcune isole che facevano officio d'Inferno o di Purgatorio, e dov'erano variamente puniti peccatori di pi maniere (354). Avventure in parte simili alle loro, in parte diverse si hanno nella narrazione del viaggio di Snedhgus e di Mac-Riaghla (355), e in altri racconti, alcuni dei quali tuttavia inediti. Di Merlino narravasi che fosse andato con una nave di cristallo in traccia dell'Isole Beate (356).
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Fra tanti navigatori erano forse i pi ardenti, e non erano i meno audaci, i monaci; sia che li sollecitasse la speranza di piantare la croce in qualche isola incognita, - perduta nella immensit dell'oceano; sia che li movesse il desiderio di compiere, a salute dell'anime loro, un pio pellegrinaggio su quel mare pien di pericoli, che si credeva accogliesse, nella pi remota sua parte, l'isola arcana del Paradiso. Testimonianze del IX e dell'XI secolo provano che lo zelo dei missionarii fece scoprire parecchie terre dell'Atlantico settentrionale (357); e Dicuil, nel suo trattato De mensura orbis terrae, parla delle loro spedizioni (358). I monaci di San Colombano correvano temerariamente l'oceano con barche leggiere, intessute di vimini, coperte di pelli, quali usavano sulle coste d'Irlanda, e uno di essi fu spinto dai venti nell'Oceano settentrionale lo spazio di quattordici giorni e quattordici notti. San Colombano stesso (m. 597) fu un ardito navigatore (359). Ed eccoci giunti ora a quella famosa leggenda di San Brandano, che acconciamente fu detta una Odissea monastica, e cui il Renan giudic une des plus tonnantes crations de l'esprit humain et l'expression la plus complte peut-tre de l'idal celtique (360), la quale non  punto, come pareva al Greith, un'allegoria mistica intesa a rappresentare la vita claustrale (361); ma  un racconto fantastico formatosi intorno ad un nucleo reale, e strettamente legato a tradizioni e credenze gaeliche.
San Brandano fu irlandese, e se si debbono tener per sicuri i termini che alla sua vita assegnano i biografi nacque nel 484, mor nel 576 o 577. Il nome suo si scrisse in latino Brendanus; ma prese poi, col divulgarsi della leggenda per le varie province d'Europa, varie forme: Brandan, Brandanus, Brandon, Brandain, Blandin, Borodon, sotto l'ultima delle quali ebbe forse ad essere confuso con San Barinto (Barint, Barrendeus, Borandon) uno dei suoi precursori. San Brandano (noi useremo questa forma, come quella che occorre pi di frequente) fu abate di Llancarvan e di Clonfert e fece veramente un viaggio, e vuolsi che tornato in patria scrivesse un libro De Fortunatis Insulis (362). Questo viaggio egli compi, secondo affermano parecchi cronisti, l'anno 561 (363), e la leggenda non dovette tardare a narrarlo in guisa fantastica, sebbene sia da credere che solo a poco a poco essa abbia preso rigoglio e raggiunta quella pienezza con la quale  sino a noi pervenuta. Il racconto pi antico, fu probabilmente gaelico, ed  forse, in una forma pi o meno alterata, quello stesso che si conserva nel cos detto Libro di Lismore, il quale , per altro, di et assai tarda, essendo stato scritto nel secolo XV. Dal racconto gaelico avrebbe attinto l'autore del primo racconto latino, noto sotto il titolo di Navigatio Sancti Brendani, conservato in un codice della Vaticana, che, a ragione o a torto, fu stimato del secolo IX (364), e in altri codici assai numerosi dei secoli undicesimo, dodicesimo e 13esimo; e dalla Navigatio dipendono, direttamente o indirettamente, in tutto o in parte, i molti racconti venuti di poi, latini e volgari, in prosa o in verso (365).
Ridotto in breve, il racconto della Navigatio  il seguente.
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Un giorno San Brandano, padre di quasi tremila monaci, ricevette la visita di San Barinto, il quale ebbe a narrargli come fosse andato a visitare un altro sant'uomo, Mernoc, che con pi monaci viveva in un'isola dell'oceano, detta Isola Deliziosa; come in sua compagnia fosse andato, verso Occidente, all'isola della promessione dei santi (terra repromissionis sanctorum), piena di ogni delizia, durata incolume dal principio del mondo, e serbata da Dio ai santi suoi, quando verranno gli ultimi tempi; come quivi avessero trovato un uomo circonfuso di luce, col quale parlarono, e un fiume, che divideva l'isola per mezzo, ed oltre il quale non fu loro conceduto di passare; come tornassero indietro pel gi corso cammino. Udita la narrazione di Barinto, San Brandano arse del desiderio di vedere ancor egli l'isola meravigliosa; e consigliatosi co' suoi monaci, dopo un digiuno di quaranta giorni, presi seco quattordici compagni, e poi altri tre, sopravvenuti senza suo desiderio, si rec nella terra ov'erano i parenti suoi, e costrutta quivi una nave assai leggiera, formata di legname e di pelli, entr in mare e diedesi a navigare verso Occidente, con prospero vento. Passati quaranta giorni, e venute gi a mancare le vettovaglie, giunsero gli esploratori ad un'isola altissima, le cui ripe di pietra erano tutt'intorno tagliate a perpendicolo, men che in un punto, ove s'apriva un seno capace di una sola nave; ed essi entrativi, trovarono un castello, con una gran sala parata, ma vuoto di abitatori, e per tre giorni consecutivi ebbero mensa imbandita e ottimo ristoro. Quivi uno dei monaci sopraggiunti da ultimo, rub, contro l'ammonizione espressa del santo, un freno d'argento, e per questo mor, ma confesso e perdonato, cos che l'anima sua fu dagli angeli assunta in cielo. Gli altri, rientrati in nave, ripresero il viaggio, e vennero a un'isola popolata da innumerevoli pecore bianche, di grandezza maggiori dei buoi; poi ad una che pareva isola ed era invece uno sterminato pesce, detto Jasconius, dal quale i monaci fuggirono precipitosamente quando, sentito il calor del fuoco accesogli sul dorso, quello si cominci a muovere; poi a un'altra isola, dov'era un infinito numero di uccelli candidissimi e parlanti, sotto alle cui penne si celavano gli angeli che si mantennero neutrali al tempo della ribellione di Lucifero; e quivi San Brandano e i suoi monaci celebrarono la festa di Pasqua, e rimasero sino alla ottava di Pentecoste. Partitisi anche da quella, non videro pi, per tre mesi interi, se non l'acqua e il cielo, finch giunsero a un'isola abitata da ventiquattro monaci santi, i quali si nutrivan di pane largito loro dal cielo, serbavano rigoroso silenzio, non pativano i danni della vecchiezza e dei morbi. Quivi celebrarono i navigatori il Natale, poi, ripreso il mare, visitarono un'isola ov'era un fonte, le cui acque inducevano profondo sopore in chi le beveva; navigando quindi verso Settentrione, trovarono un mare che per troppa tranquillit era quasi coagulato; poi approdarono di nuovo ad alcune delle isole che gi li avevano accolti l'anno innanzi, e nell'isola degli uccelli celebrarono la Pasqua: Sette anni dur la meravigliosa navigazione, e tutti gli anni gli esploratori, condotti dalla Provvidenza, tornarono a celebrare il Natale e la Pasqua ne medesimi luoghi. Noi non terrem dietro a questi ritorni e alle ripetizioni cui dnno argomento; ma noterem solo le nuove cose mirabili onde fa memoria il racconto. In sul principiar del terz'anno i naviganti scamparono da un gran pericolo. Uno smisurato cete li insegu gran tratto, e li avrebbe tutti inghiottiti, se un altro mostro marino, che sbuffava fuoco dalla bocca, non fosse venuto con esso a combattimento, e non l'avesse ucciso. I monaci approdarono a un'isola, dove stettero tre mesi, trattenuti dall'imperversare dei venti contrarii, poi, navigando sempre verso Settentrione, giunsero a un'altr'isola, popolata da tre torme, di fanciulli l'una, di giovani l'altra, e di seniori la terza, i quali tutti consumavano il tempo cantando salmi e lodando il Padre celeste; e quivi si rimase il secondo di quei fratelli che raggiunsero il santo dopo la dipartita sua dal monastero. E sempre meraviglie seguitavano a meraviglie: un'isola tutta densa di alberi di una sola specie, i quali recavan per frutto grappoli d'uva di portentosa grandezza, ove ogni acino era della misura di un pomo; l'uccello griffa, che minacci di divorare i naviganti, e fu ucciso da un altro uccello; un mare di meravigliosa limpidit, in fondo al quale si vedevano giacer sull'arena infiniti animali, a guisa di greggi; una smisurata colonna di cristallo chiarissimo, la quale sorgeva dal profondo del mare, e pareva toccar con la cima il cielo, e aveva intorno come un gran padiglione, fatto a maglie larghissime e di una sostanza che aveva il color dell'argento. Tanto corsero i naviganti verso Settentrione che raggiunsero le terre dei dannati. E prima videro un'isola popolata da orrendi fabbri ferrai, i quali scaraventarono loro dietro sul mare ingenti masse di metallo arroventato; poi un monte ignivomo, dove il terzo ed ultimo di quei monaci avventizii fu rapito dai diavoli. Passati alcuni giorni, trovarono Giuda sedente sopra una pietra in mezzo all'oceano, in una condizione che sembra a lui di riposo e di felicit paragonata con quella della sua dimora ordinaria, nel pi profondo abisso d'inferno. Quel refrigerio  a lui conceduto dalla divina misericordia in ciascuna domenica, e nei giorni ancora che vanno dal Natale all'Epifania, dalla Pasqua alla Pentecoste, e dalla purificazione all'assunzion di Maria. Pi oltre, navigando verso Mezzod, trovarono sopra uno scoglio un eremita per nome Paolo, il quale, nutrito miracolosamente da una lontra, aveva raggiunto l'et di centoquarant'anni, e doveva aspettare, vivo, il giorno del Giudizio. Essendo gi prossima la fine del settimo anno, San Brandano e i compagni suoi si videro avvolti un giorno da una densa caligine, e, quella attraversata, giunsero a un'isola circonfusa di splendidissima luce. Era quella la terra di promissione, l'isola paradisiaca, da essi con s tenace desiderio cercata. Scesero su quella spiaggia benedetta, e videro la campagna tutta verde di alberi, e mangiarono di quei frutti deliziosi; e bevvero di quell'acque dolcissime. Trovarono il fiume che spartiva la terra per mezzo, e oltre il quale non era lecito di passare, e seppero da un giovane che Dio rivelerebbe quella felice stanza ai cristiani quando fossero ricominciate le persecuzioni. Adempiuto il voto, i felici esploratori presero la via del ritorno, dopo avere empiuta la nave di frutti e di gemme, e rividero finalmente la patria, dove San Brandano indi a poco mor, migrando gloriosamente a Dio e alla gloria del cielo.
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Tale  il racconto di questo mirabile viaggio, tutto impregnato di spirito ascetico, ma penetrato ancora di un certo spirito eroico. I naviganti continuamente si raccomandano a Dio, pregano, digiunano, sono pasciuti miracolosamente, ascoltano rivelazioni e predizioni, e si mostrano in tutto degni del nome di santi; ma sostengono pure enormi fatiche, affrontano spaventosi perigli, e provano di meritare anche il nome di eroi. San Brandano chiama i compagni commilitones e conbellatores; gli autori delle versioni francesi e tedesche li chiamano baruns e degen.
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Di quali elementi, e donde venuti, s'ha a dire composto s fatto racconto? Fu opinione del Cholevius che alcune delle meraviglie in esso narrate sieno di origine classica (366); ma sebbene questa opinione, presa in se stessa, non appaja troppo improbabile, quando si pensi al rifornimento di studii classici onde fu rallegrata l'Irlanda nei secoli VI, VII e VIII (367), pure non regge a un diligente e spregiudicato esame (368). Le immaginazioni ond' tessuto il racconto dovettero nascere, per la pi parte, nella patria stessa di San Brandano; ma non si pu escludere la possibilit che alcune di esse sieno orientali di origine, come non si pu escludere la possibilit che alcune sieno passate dal racconto latino in racconti orientali (369).
Tre sono, come ho detto, le redazioni della leggenda di San Brandano: quella del racconto gaelico; quella della Navigatio; quella di alcuni racconti tedeschi e di uno olandese. Veduta per intero la seconda, vediamo ora alcune particolarit per cui dalla seconda si differenziano le altre due.
Nella redazione gaelica manca il racconto di San Barinto. San Brandano sente nascersi dentro spontaneamente il desiderio di visitare la terra di promessione; la contempla anticipatamente da lungi, per grazia che il cielo gli concede, e riceve da un angelo la promessa che il suo desiderio sar appagato. Prende il mare con tre navi, entro ciascuna delle quali sono trenta de' suoi compagni. Naviga sette anni, e ritorna in patria, senz'aver veduta la terra beata che l'aveva tratto sui mari. Imprende un secondo viaggio, e dopo altri sette anni giunge finalmente alla terra di promessione, e gli  conceduto di visitarla. Non accade far ricordo delle avventure del doppio viaggio, le quali son quasi tutte diverse da quelle della Navigatio.
Nella redazione che chiameremo tedesca il principio del racconto  di tutt'altra maniera. San Brandano getta nelle fiamme, come opera bugiarda, un libro in cui son narrate appunto quelle meraviglie di cui egli dovr essere spettatore pi tardi. Dio, per punirlo della sua incredulit, gl'impone di compiere il viaggio e di riscrivere il libro. I naviganti incontrano le stesse avventure narrate nel racconto latino; ma anche pi altre, di cui non  cenno in questo: sono spinti da una procella nel Mare viscoso, mar formidabile, sparso di navi trattenute quivi in perpetuo; scampano al gran pericolo del Monte della calamita; hanno briga coi grifoni e con le sirene. Queste immaginazioni son derivate da altri racconti romanzeschi.
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Nella Navigatio il Paradiso terrestre  descritto con sobriet che pu parere eccessiva, quando si pensi ch'esso porge lo scopo del viaggio, e si consideri la prolissit con cui vi sono descritte o narrate cose di assai minor conto. Questo difetto non incontra nell'altre due redazioni, e non incontra nemmeno in parecchie versioni della Navigatio. Nella redazione gaelica il Paradiso  descritto assai lungamente, e non troppo in breve nella redazione tedesca. Qui si legge che San Brandano e i compagni suoi giunsero a un'isola tenebrosa, il cui suolo era d'oro, tutto sparso di pietre preziose, e dopo essere rimasti quindici giorni immersi nell'oscurit, pervennero, rimontando il corso d'un'acqua, in una sala tutta scintillante d'oro e di gemme, dinanzi alla quale era un fonte, che spandeva quattro rivi, di latte, di vino, d'olio e di miele, e da cui derivavano la loro virt tutti gli aromi e le spezie. Nella sala erano cinquecento seggi, e quante ricchezze pu avere un imperatore: il soffitto era coperto di penne di pavone. Giunsero poi i naviganti a una citt di meravigliosa bellezza, raggiante di luce, immune da qualsiasi intemperie, davanti alla cui porta sedevano Enoch ed Elia, ed era un angelo, con una spada di fuoco in mano. Costoro presero uno dei monaci, e lo misero dentro alla citt, e subito Enoch chiuse la porta e lasci gli altri di fuori (370). Merita d'esser notato che nella redazione tedesca San Brandano e i compagni suoi giungono al Paradiso, non gi in fine, ma quasi in principio del viaggio. In qualche rimaneggiamento latino, e in taluna delle versioni francesi della Navigatio, si descrive il muro tutto sfolgorante di gemme ond' cinto l'aureo monte del Paradiso, la porta custodita da dragoni, i boschi pieni di selvaggina e le acque popolate di pesci (371). La versione italiana contiene una descrizione abbastanza diffusa, con particolarit che non appajono altrove (372).
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Soffermiamoci alquanto, ch non sar senza frutto, a rilevare nella nostra leggenda alcune cose che possono dar materia a indagini e a riscontri.
Il racconto della Navigatio somiglia molto a quelle narrazioni gaeliche di viaggi ricordate pi sopra. Il palazzo inabitato, dov' copia di tutte le cose necessarie alla vita; i frutti portentosi di cui basta uno solo a sfamare e dissetare per lunghi giorni i naviganti; l'isola popolata di fabbri ferrai; il mare limpidissimo di cui si scorge il fondo; la colonna smisurata che si leva dall'acque e nasconde le sommit fra le nuvole; l'isola degli uccelli bianchi; altre meraviglie vedute da San Brandano e da' compagni suoi, si trovano nel racconto delle navigazioni di Maelduin e di Snedhgus e Mac-Riaghla.
Quanto all'isola popolata di pecore, giover ricordare che Ulisse trova, vicino al paese dei Ciclopi, l'isola Lachea; ma  questo un riscontro puramente fortuito. Un'isola, dov'era grandissima quantit di montoni, scoprirono anche gli Almagrurini, viaggiatori arabici la cui navigazione  narrata da Edrsi e da Ibn-al-Vardi. Notisi che il nome delle isole Froer  composto di due vocaboli, i quali significano, l'uno pecora, l'altro isola, e che Dicuil dice quelle isole plenae innumerabilibus ovibus (373).
Il cete scambiato per un'isola si ha nello Pseudo Callistene, nella narrazione dei viaggi di Sindbad, in un racconto talmudico (374), altrove; ma questo tema di leggenda ebbe origine probabilmente nel Settentrione, e dal Settentrione, insieme con altri assai, che gi diedero materia al poema di Aristeo di Proconneso intitolato '???aspe?a si diffuse verso Mezzod e verso Oriente.
Gli angeli caduti, che San Brandano trova sotto forma di uccelli in un'isola, darebbero luogo a parecchie osservazioni, e argomento a parecchi riscontri; ma di essi mi si porger occasione di discorrere altrove (375).
Nella Navigatio  cenno di un mare quasi coagulatum pre nimia tranquillitate; ma nei racconti tedeschi esplicitamente si parla di un mare glutinoso, che nelle onde innavigabili trattiene prigioniere le navi. Questo mare non fu ignoto agli antichi. I Latini lo dissero mare pigrum, coenosum, o concretum, (376) ed esso trova un riscontro nel Polmone marino di Pitea e nel Marimarusa di Filemone (377). Dai Tedeschi fu chiamato Lebermeer, Lebersee (mare jecoreum), Klebermeer, e vedesi ricordato, o descritto, in parecchi de' loro poemi, per esempio nel Herzog Ernst e nell'Orendel (378). Il mare coagulatum  ricordato pure nella gi citata lettera del Prete Gianni all'imperatore Emanuele, come quello che dovrebbe trovarsi a occidente dell'Europa (379): ma Giovanni di Hese pone il mare jecoreum in Oriente, di l dall'Etiopia, e seguendo l'esempio datogli da altri, ne congiunge il mito con quello del Monte della calamita (380). Anche Beniamino di Tudela del resto sembra aver posto nel remoto Oriente un mare coagulato.
Prima di giungere al Paradiso terrestre San Brandano e i compagni suoi attraversarono una cos densa caligine che appena l'uno poteva scorgere l'altro. Essi passarono probabilmente quell'incognito e tenebroso mare a cui accenna Adamo Bremense, e che gi noto agli antichi, vedesi spesso descritto dai geografi arabici; mare che era nell'estremo Occidente e nell'estremo Oriente, perch confondevasi col misterioso oceano che fasciava tutto intorno la terra (381). Credettero gli Arabi che fuori dal mar tenebroso occidentale si levasse la smisurata mano di Satana, pronta a ghermire le navi che ci si avventurassero (382); e nel Pellegrinaggio di tre figli del Re di Serendib, di Cristoforo Armeno, si parla di una regione dell'India, dove si vedeva uscir dal mare una gran mano aperta, che la notte ghermiva gli abitanti e li trascinava sott'acqua.
I fabbri ferrai non sono gi Ciclopi, come parve al Cholevius; ma veri diavoli (e qualcuna delle versioni lo dice espresso), e, assai probabilmente, diavoli martellatori di anime. Cos fatti martellatori gi compajono nella Visione di Tespesio, riferita da Plutarco (383), e ricompajono pi volte in Visioni e leggende del medio evo. Nella Visione di Tundalo sono fabbri diabolici che con le tenaglie afferrano le anime, le gettano nelle fornaci airdenti, e arroventatele, e appastatene venti, trenta, cento insieme, le martellano a furia sulle incudini (384). Giovanni Villani, ripetuto da Ricordano Malispini, racconta che Ugo, marchese di Brandeburgo, cacciando un giorno in un bosco, trov uomini neri e sformati, che tormentavano, con fuoco e con martello, anime dannate, e fu da quelli avvertito che, non emendandosi, gli sarebbe toccata egual sorte (385).
Alle genti di razza brettone e gaelica doveva parer naturale di porre l'Inferno, anzich nelle viscere della terra, nelle varie isole mal note e di malagevole accesso, sparse per il burrascoso oceano (386). Nelle carte medievali  spesso indicata col nome d'isola dell'inferno una delle Isole Canarie, e pi particolarmente quella di Teneriffa.
Dopoch San Brandano ebbe veduto Giuda sedere sopra una pietra in mezzo all'oceano, pi altri esploratori e venturieri, meno reali e storici di lui, ebbero ad incontrarlo, presso a poco nelle medesime condizioni: tali Ugone da Bordeaux e Baldovino da Sebourg. Ugone lo trov in un gran gorgo di mare, pel quale debbono passare tutte le acque che sono sulla terra:

Toutes les iaves, quanques dix fait en a,
U qu'eles soient par ichi pasera (387).

Il monte ignivomo di San Brandano  certamente l'Hecla.
Da ultimo  da ricordare che la leggenda marinaresca fior gi in Grecia in antico e riappar frequente nella letteratura tedesca del medio evo (388).
L'isola paradisiaca visitata da San Brandano lasci di s lungo ricordo e vivissimo desiderio. Durante tutto il medio evo, e per buon tratto di tempo anche dopo, si credette generalmente e fermamente alla sua esistenza. Nelle carte essa fu molte volte indicata, sebbene con differenze grandi, e naturali, di luogo. Quelle pi antiche le assegnano presso a poco la latitudine dell'Irlanda, o una latitudine anche pi settentrionale; nelle pi moderne l'isola scende verso Mezzod, e appare a ponente delle Canarie, o isole Fortunate, e con queste, facendosene d'una parecchie,  confusa talvolta, o col gruppo di Madera. Cos nella mappa dei Pizzigani, ove si vedono nel mare occidentale le ysole dicte Fortunate S. Brandany, e San Brandano in atto di stendere le braccia verso di esse; cos in quella di Grazioso Benincasa, ove pur compajono le Insule fortunate sancti Brandani, e in quella del Genovese Beccaria. Il Maurolico nel Martyrologium, e Onorio Filopono nella Navigatio in Novum Mundum, affermano che San Brandano approd alle Canarie. Nel globo di Martino Behaim, dei 1492, l'isola meravigliosa  situata assai pi verso Occidente e in prossimit dell'equatore (389). Gli abitanti delle isole di Madera, di Palma, di Gomera e del Ferro, ingannati da nubi, o dagli spettri della Fata Morgana, credevano talora di scorgerla dalla parte di Occidente, come perduta fra l'acqua e il cielo. E gi essa aveva preso il nome d'Isola Perduta, Insula Perdita, e dicevasi, con qualche reminiscenza forse dell'a?p??s?t?? ??s?? degli antichi (390), che quando si cercava non si trovava. Nella Image du monde si legge:

Une autre ille est que on ne puet
Veoir comme on aler se veult,
Et aucune fois est veue:
Si l'appelle on l'Ille Perdue.
Celle ille trouva sains Brandains,
Qui mainte merveille vit ains. (391)

Ma quest'Isola Perduta, visitata da San Brandano, non si diceva poi che fosse il Paradiso terrestre. Onorio d'Autun l'aveva descritta come la pi amena e la pi fertile di quante ne sono in terra: "Est quaedam Oceani insula dicta Perdita, amoenitate et fertilitate omnium rerum prae cunctis terris praestantissima, hominibus ignota. Quae aliquando casu inventa, postea quaesita non est inventa, et ideo dicitur Perdita" (392). Rodolfo da Ems dice che l'Isola Perduta  il pi bel paese del mondo, dopo il Paradiso terrestre, e che San Brandano v'and,

der wunderliche gotes degen;

ma a nessun altr'uomo fu pi conceduto di ritrovarla (393). Pietro Bersuire riferisce questa stessa immaginazione alle Isole Fortunate, cos dette da alcuni "quia casu et fortuna quandoque reperiuntur; si autem a proposito quaerantur, raro aut nunquam inveniuntur" (394). In un trattato dell'arte di navigare di Pietro di Medina, autore spagnuolo del secolo 16esimo, l'Isola Perduta si confonde con la famosa Antilia, da cui venne il nome di Antille (395).
L'Isola Perduta e introvabile fu cercata da molti, specie dopo che la scoperta del Capo di Buon Speranza e dell'America ebbe acceso negli animi la febbre delle remote esplorazioni; e qualcuno pretese anche di averla trovata (396). Ad ogni modo era comune speranza che dovesse, un d o l'altro, ritrovarsi; e quando, il 4 di giugno del 1519, Emanuele di Portogallo rinunzi alla Spagna, col trattato d'Evora, ogni suo diritto sull'Isole Canarie, l'Isola Perduta, o Nascosta, fu espressamente compresa nella rinunzia (397). Nel 1569 Gerardo Mercator segnava ancora sulla sua mappa l'isola misteriosa, e nel 1721 partivano in traccia di essa gli ultimi esploratori.
La leggenda di San Brandano n'ebbe poche pari in celebrit. Essa fu introdotta, in forma pi o meno svolta, secondo le redazioni, nella Image du monde, che diffusissima essa stessa, ajut a diffonderla sempre pi (398). Un frate Filippo di Cork la inser, non so se per disteso o in ristretto, in un suo trattato provenzale delle meraviglie dell'Ibernia, che si conserva tra' manoscritti del Museo Britannico; Pietro de Natalibus nel suo Catalogus Sanctorum; Wynkyn de Worde nella sua Golden Legend, ecc. Ricordi se ne trovano nel Lohengrin, nel Wartburgkrieg, e in altri poemi tedeschi. Essa era divenuta un tema consueto di narrazione e di recitare, e in un luogo della prima rama del Renard si trova ricordata insieme con istorie romanzesche del ciclo brettone. Inni di religiosi sonarono in onore del santo che aveva corsi i mari, e preghiere si recitarono, che dissero composte da lui fra i perigli della temeraria navigazione (399). Giovanni di Hese ebbe fantasia di emularlo, e accrebbe con brandelli della leggenda di lui l'ingegnoso tessuto delle sue innocenti bugie. Nel presente secolo poeti inglesi si ricordarono del santo morto da dodici secoli, e presi d'ammirazione, ne ricantarono in vario modo le meravigliose avventure.
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Di queste avventure pochissimi si mostrarono disdegnosi nel medio evo, e di questi pochissimi fu Vincenzo Bellovacense. Egli dice d'aver escluso affatto dall'opera sua la storia della peregrinazione di San Brandano a cagione dei vaneggiamenti ond'essa  piena, propter apocripha quaedam deliramenta quae in ea videntur contineri (400). Ora, s fatto rigore ha alquanto dello strano, perch se la fama onde Vincenzo gode presso i posteri , per pi rispetti, onorevole, non per  fama di uomo in cui abbondi lo spirito critico e naturalmente avverso a raccontar fanfaluche. E pi sembra strano quando si vede ch'egli, mentre ricusa di narrare la storia di San Brandano, narra poi la storia non molto meno miracolosa di San Maclovio (401).
San Maclovio o Macute, o Macuto (il Saint Malo dei Francesi) fu irlandese ancor egli; ma ottenne poca celebrit in patria, e divenne per contro un santo famoso tra gli Armoricani, i quali si studiarono di allargarne e adornarne quanto pi poterono la leggenda, e l'allargarono e l'adornarono, sembra, a spese di San Brandano; e dico sembra, perch la cronologia, in tutte queste storie di santi,  assai oscura ed incerta, e pu dar luogo a opinioni contraddittorie. Nei ricordi pi antichi San Maclovio  soltanto uno dei monaci di San Brandano, e un compagno de' suoi viaggi, i quali sono ricordati solamente di volo (402); ma poi usurpa il luogo del suo superiore e diventa il capo della spedizione, e San Brandano diventa uno dei seguaci. San Maclovio imprende due viaggi per ritrovare l'isola d'Ima, la quale non  il Paradiso, ma ha col Paradiso moltissima somiglianza. Nel secondo ha compagno San Brandano, e chiede a un gigante da lui risuscitato notizie dell'isola di cui va in traccia. Il gigante ricorda d'aver visitato una volta un'isola, la quale cinta di un aureo muro, splendeva come uno specchio, ed era vuota di abitatori. Pregatone, egli, ch' di smisurata altezza, entra nell'oceano profondo, e si trae dietro la nave dei monaci, per andare alla scoperta dell'isola beata; ma insorge una furiosa burrasca, e debbon tutti tornarsene onde sono venuti. Poco dopo il gigante, che ha ricevuto il battesimo, si muore (403). Sigeberto Gemblacense narra anch'egli il viaggio di San Maclovio; ma dice che questi fu sollecitato, altroch dal desiderio proprio, dall'esempio del suo maestro ed abate Brandano, il quale ardeva non men di lui della brama di trovar l'isola felice, e fu il promotore della peregrinazione, ut scriptura vitae ejus demonstrat. Mette, in dubbio che l'isola da essi cercata sia il Paradiso terrestre, e dice che, stando alla fama,  un'isola copiosa di tutti i beni e abitata da cittadini del cielo, che menan quivi santa e gioconda vita (404). Anche San Maclovio scese co' suoi compagni sopra il dorso di una balena, credendola un'isola, e vi celebr una messa. Quanto al gigante risuscitato  battezzato da lui, sar opportuno avvertire che nel racconto gaelico della navigazione di San Brandano, questi risuscita e battezza una gigantesca fanciulla bionda, la quale misura ben cento piedi d'altezza, e che richiesta, dopo il battesimo, se voglia tornare fra' suoi, o andarne subito in Paradiso elegge la sorte pi felice, e ricevuto il viatico, incontanente rimuore (405).
Gli esempi di San Barinto e di San Mernoc; di San Brandano e di San Maclovio, dovettero scaldare la fantasia e turbare i sonni a molti monaci di buona volont, non meno provveduti di fede che di coraggio. Gotofredo da Viterbo, che parla della esploratrice curiosit di certi monaci dell'Armorica,

Qui marium fines scrutantur et ultima terrae,
Ut valeant populis post tempora longa referre
Quas ibi materies, quae loca mundus habet,

narra, fondandosi su certo Libro d'Enoch ed Elia a noi sconosciuto, una storia, che reca novella prova di quei desiderii irrequieti. Cento frati in una volta si cacciano a navigare per l'Oceano:

Vela vehunt validis erecta per aequora ventis.
His super alta maris per tempora longa retentis,
Sola poli facies, aequora sola patent.

Corrono fra cielo ed acqua tre anni, poi si scontrano in certe statue emergenti dai flutti, le quali col braccio teso additano loro la via. Arrivano finalmente a una montagna odorosissima, tutta d'oro, sulla cui vetta  una citt aurea, e una chiesa, d'oro essa pure, tempestata di gemme sfolgoranti, e nella chiesa, sopra un altare prezioso, un'immagine di Maria col bambino.  quello il Paradiso terrestre. I naviganti, pieni di meraviglia, cercano da ogni banda se non vi sia persona viva, e da ultimo scoprono, in una celletta splendida e riposta, due vecchioni con barbe e chiome lunghe e candidissime, Enoch ed Elia.

Inclyta barba senum fuerat, longique capilli,
Candida caesaries; nautisque petentibus illis,
Surgentes pariter verbe dedere senes,

I due santi dicono loro come in quel luogo sia variata la ragione del tempo; come, al tornare che faranno in patria, troverannosi vecchi, e vedranno mutate le generazioni, e tutt'altra la condizion delle cose. Per ingiunzione di quei due si celebra allora una messa, alla quale sguita una general comunione. I naviganti si partono, e rifanno in cinque giorni la via in cui prima consumaron pi anni; ma tornati in patria non trovan pi nulla di quanto gi vi lasciarono. Sparita  la loro chiesa, sparita  ancor la citt, e ad un popolo nuovo re d legge novella. L'assenza loro dur trecent'anni (406).
Quelle statue che mostran la via hanno qualche riscontro; ma  pi frequente il caso di statue, o di colonne, che avvertono altrui di non passare pi oltre. Esse si moltiplicano sulle rive, e nelle men remote isole di quel formidabile Atlantico, che fu teatro alle audaci imprese dei nostri esploratori. Gi le famose Colonne d'Ercole vietavano il passo gaditano (407). I geografi arabici, lbn-al-Vardi Yakut, Edrsi, Masdi, il Geografo Nubiense, parlano di statue colossali poste in Cadice e nelle Canarie, o anche nelle Isole del Capo Verde, le quali facevano cenno di non passare pi oltre; e quella di Cadice  ricordata anche nella Cronaca detta di Turpino. Nel Mare amoroso, attribuito a Brunetto Latini, si fa cenno di un passo di mare

Che fie chiamato il braccio di Saufi,
Ch' scritto in sulla man; niuno ci passi,
Per ci che mai non torna chi vi passa (408);

e nella mappa dei Pizzigani  una figura in atto di respingere i naviganti che vorrebbero inoltrarsi sull'oceano (409). Il Camoens ebbe a ricordarsi di queste fantasie quando immagin il suo gigantesco Adamastore, che tenta di far tornare indietro Vasco di Gama. Ma fu pur detto che nell'isola di Corvo, la pi settentrionale dell'Azore, fosse la statua di un cavaliere che con la destra indicava l'Occidente, quasi per additare il cammino agli scopritori del Nuovo Mondo.
Dalle spiagge dell'Irlanda e dell'Armorica passiamo ora in Asia, o, se meglio piace, in Ispagna per incontrarvi l'ultimo di questi santi esploratori, Sant'Amaro, di cui narra le avventure una leggenda spagnuola. Chi fu Sant'Amaro? in che tempo viss'egli? Confesso schiettamente di non saperlo, e dubito forte non appartenga ancor egli a quella abbastanza numerosa famiglia di santi, che vivissimi nella fantasia popolare, non furono mai vivi al mondo. Un santo Amaro d'ossa e di polpe ci fu, nativo, credesi, di Francia, fermatosi poi in Burgos, e gi venerato in Ispagna, nel, secolo XV (410); ma egli, che attese tutto il tempo di vita sua a curar gli ammalati e servir i poveri di quella citt, nulla ha da spartire col nostro. Sia come si voglia, la leggenda di questo  assai moderna, e forse di poco anteriore al 1558, del quale anno se ne ha una stampa, coi titolo: La vida del bienaventurado sant Amaro y de los peligros que pas hasta que lleg al Parayso terrenal. Nelle altre letterature non se ne ha traccia; ma in Ispagna essa entr a far parte della letteratura popolare, e leggesi tuttavia. Io la riferisco di su un pliego suelto stampato in Madrid, senz'anno, ma recentissimo (411).
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Amaro fu d'Asia (non si dice di quale citt o provincia) uomo devotissimo, caritativo, e tutto preso dal desiderio di vedere una volta il Paradiso terrestre, di cui sempre chiedeva novelle, ma inutilmente, ai molti pellegrini che gli capitavano in casa. Una notte, stando in orazione, ud una voce che gli disse: "Amaro, abbandona la tua casa, va al porto, entra in una nave, lasciala andare dove la Provvidenza la condurr, e vedrai ci che desideri". La dimane il santo distribu ai poveri le sue ricchezze, solo quel tanto ritenendone che poteva bastare alla sua navigazione, e il terzo d, accompagnato da due servitori, e da quattro amici che non vollero andasse solo a quell'impresa, si rec al porto pi vicino, comper una buona nave, la forn del necessario, e spieg le vele, lasciandosi menare dai venti. Trov da prima un'isola, chiamata Deserta, ma subito se ne dilung, avvertito da una voce del cielo che quella era terra di peccatori. Attravers il Mar Rosso, e giunse a una seconda isola, detta Fuen-Clara, fertilissima e deliziosa, abitata da uomini di bonissima indole, i quali vivevano centocinquant'anni senza conoscere infermit o disagio alcuno. Non si sa come, i naviganti, dopo lungo tempo, si trovarono nei mari polari, e per poco non rimasero prigionieri dei ghiacci, dai quali venne loro fatto di scampare per un buon suggerimento che diede a Santo Amaro la Vergine Maria. Approdarono ad altre due isole, nell'una delle quali vivevano tredici monaci in una badia murata, difendendosi a gran pena da innumerevoli e formidabili fiere, e nell'altra era un sant'uomo, chiamato Leonita, perch viveva in compagnia di sei leoni, mansueti come agnelli. Giunsero finalmente a una spiaggia deliziosa, ove n caldo si pativa n freddo, e quivi Sant'Amaro ebbe finalmente notizia della terra beata di cui andava in traccia, prima da due eremiti, poi da una santa donna per nome Baralides, la quale era badessa di un chiostro ivi presso, e l'aveva veduta una volta di lontano. Guidato da costei per un tratto di via, Sant'Amaro, i cui compagni erano rimasti addietro nel luogo ove avevano preso terra, risal una valle, super alti e dirupati monti, e giunse da ultimo in vista di un meraviglioso palazzo, munito di altissime torri, cerchiato di saldissimo muro, formato il tutto di gemme d'ogni colore, le quali ardevano di luce incomparabile. Fuor del palazzo, alla cui porta vegliava un gagliardo giovane con una spada in pugno, correvano quattro fiumi. Era quello il Paradiso terrestre. Accostatosi alla porta magnifica Sant'Amaro chiese al guardiano se gli fosse lecito d'entrar dentro; ma quegli rispose che no, e che si contentasse di ci che poteva vedere standosi sulla soglia. Obbedendo al precetto, Sant'Amaro vide gli alberi pieni di frutti, e quello, fra gli altri, del cui frutto mangiarono Adamo ed Eva; e vide cori di bellissime donzelle, coronate di fiori, le quali cantavano dolcissimamente, e sonavano vari strumenti, e servivano con somma riverenza e vivissimo amore la Vergine. Sant'Amaro credette di aver fruito di quel divino spettacolo un'ora, ed erano passati dugent'anni. Tornato al luogo dove aveva lasciato i compagni, trov una bella citt, che essi avevan fondata, e fin i suoi giorni in un monastero che gli abitatori di quella edificarono appositamente per lui.
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Ma lasciamo oramai i santi, co' quali ci siamo trattenuti cos a lungo, e accostiamoci a un'altra schiera, formata di conquistatori e di venturieri, i quali, o deliberatamente muovono in traccia del Paradiso terrestre, con animo, talvolta, di assoggettarlo al loro dominio, o, quasi senza pensarvi, a forza di girare il mondo, lo trovano, e riescono, o non riescono, secondo i casi, a penetrarvi. E come ragione vuole cominciamo da colui che la leggenda consacr principe e modello dei venturieri e degli eroi, da Alessandro Magno.
In un racconto latino, intitolato De itinere ad Paradisum, si legge quanto segue. Alessandro di ritorno dalla conquista dell'Indie, si ferma sulle rive del Gange, il quale  qui tutt'uno col Fison, e contemplando alcune foglie mirabili venute dal Paradiso, esce in tale lamento: "Nulla io feci nel mondo, e nulla stimo la gloria mia, se di tali delizie non godo". E subito, raccolti cinquecento seguaci, salita una gran nave, si mette a navigare su per il fiume. In capo di trentaquattro giorni ecco appar loro una gran citt, le cui mura, tutte coperte di musco non lasciano scorgere adito alcuno, e sembrano essere di grandissima antichit. Per tre giorni cercano gli esploratori tutto all'ingiro, e finalmente scoprono una postierla angusta e sbarrata. Alessandro manda suoi messi a intimar l'obbedienza ed a chieder tributo, essendo egli signore del mondo. Al picchiar di coloro, uno di dentro apre l'usciolo, e alle parole minacciose e superbe risponde con voce blanda e tranquilla l'aspettino alquanto fin ch'ei ritorni. Va e torna, recando una gemma di singolare qualit e bellezza, e dice loro la dieno al lor re, perch conosciutane la natura, tosto smetter ogni ambizioso pensiero. Alessandro, veduta la gemma, udita la risposta, incontanente si parte, e raggiunge le sue genti, insieme con le quali se ne va poscia a Susa. Quivi un vecchio Ebreo gli fa conoscere la virt della gemma, e gliene svela il misterioso, simbolico significato. La gemma, messa nel piatto di una bilancia, vince di peso ogni maggior copia d'oro che le si contrapponga, ma, coperta di un pizzico di polvere, diventa pi leggiera di una piuma. Stupisce Alessandro, e l'Ebreo gli dice: "Questa gemma  immagine dell'occhio umano, che vivo di nessuna cosa si appaga, morto o coperto di terra pi nulla vagheggia". Alessandro intende l'ammaestramento, e represso ogni ambizioso affetto, e licenziati i compagni d'arme, si ritrae in Babilonia, dove dal tradimento  troncata la gloriosa sua vita. La citt murata e chiusa  la dimora dei giusti, ove soggiorneranno sino al d del Giudizio (412).
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Questo racconto, pervenuto sino a noi in una redazione che probabilmente appartiene al dodicesimo secolo, , senza dubbio, di origine molto pi antica, e scaturisce da fonte giudaica. Nel trattato Tamid del Talmud di Babilonia se ne legge uno che ha con esso colleganza strettissima, anzi si pu dir quei medesimo, salvo che il latino deriva da una redazione pi larga e pi antica. Nel racconto talmudico, l'andata di Alessandro al Paradiso si rannoda con l'avventura della fontana di giovinezza, e l'eroe riceve dagli abitatori del Paradiso, non una gemma simbolica, ma un vero occhio umano, il quale si comporta del resto come la gemma (413). La leggenda pass nell'Alexander del Tedesco Lamprecht, ma con alcune particolarit diverse da quelle pur ora vedute, e ch'egli, o poneva di suo, o toglieva da scrittura a noi incognita. Alessandro e i compagni suoi risalgono l'Eufrate (non il Fison) sostenendo grandi fatiche, e terribili procelle, che mettono a dura prova il loro coraggio e la loro perseveranza. Alessandro ha fermo nell'animo di conquistare il Paradiso, e infiamma i commilitoni alla gloriosa impresa. Dopo lunga navigazione giungono a un muro altissimo, tutto costruito di pietre preziose, del quale non viene lor fatto di vedere la fine. Trovano da ultimo la porta, fanno la intimazione a quei di dentro, ricevono la gemma. I pi giovani contendono co' pi vecchi e savii: questi consigliano ad Alessandro di tornare; quelli di seguitar l'impresa incominciata. Prevale il consiglio dei primi. Tornato in Grecia, Alessandro fa vedere la gemma a molti che non sanno conoscerne la virt, finch un vecchio Ebreo, da lui fatto venire appositamente, gliela scopre, servendolo per giunta di una lunga ammonizione. Con quest'avventura finisce il poema (414).
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L'avventura fu pure narrata da Tommaso di Kent nel Roman de toute chevalerie, e introdotta da un interpolatore nel poema di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay, e ripetuta nella compilazione intitolata Faits des Romains (415), nei Fatti di Cesare nostri (416), dal Mandeville (417), da Pietro Pabudano nel suo Thesaurus novus, Giovanni di Hese dice che vicino al Paradiso terrestre  un monte, sul quale fu Alessandro, che soggiogato tutto il mondo, dallo stesso Paradiso volle avere tributo (418). La novella dell'occhio umano, o della gemma che lo simboleggia, si trova anche separatamente dal racconto del viaggio di Alessandro al Paradiso (419).
Gli Arabi e i Persiani, che tante favole meravigliose narrano del Macedone, parlano bens di una spedizione ch'ei fece in cerca della fontana di giovinezza, ma ignorano la sua andata al Paradiso. Solo Nizmi, il quale fa compiere all'eroe un viaggio nell'Oceano Atlantico, dice ch'ei seppe, da certi selvaggi abitatori d'un deserto posto di l dal mare, come fosse, nella regione dove pi non brilla il sole, una citt magnifica, abitata da uomini di santa vita, i quali, senza mai invecchiare, vivevano cinquecent'anni; e il poeta conduce l'eroe a una terra felice, posta verso Settentrione, popolata da genti scevre di ogni malizia (420). A questo proposito non parr superfluo ricordare come Firdusi narri dell'andata di Rustem all'Alburz.
Di Alessandro Magno, che presunse di assoggettare persino il Paradiso terrestre, ebbe forse a ricordarsi l'Ariosto, quando attribu il pensiero temerario di cos gran conquista al suo Senapo, che ne fu punito con la cecit e con le Arpie. Il Senapo.

Inteso avea che su quel monte alpestre,
Ch'oltre alle nubi e presso al ciel si leva.
Era quel Paradiso che terrestre
Si dice, ove abit gi Adamo ed Eva.
Con cammelli, elefanti, e con pedestre
Esercito, orgoglioso si moveva,
Con gran desir, se v'abitava gente
Di farla alla sua legge ubbidiente. (421)

Un autore spagnuolo del secolo 16esimo, Giovanni Gonzales di Mendoza, narra, traendola non so d'onde, la storia di un re del Bengala, il quale mand gente, con molte barche, su per il Gange, ordinando loro d'andarne alla scoperta del Paradiso terrestre. Gli esploratori navigarono pi mesi a ritroso del fiume, e giunsero finalmente a un luogo ove era mitissima la corrente, e gi molti segni apparivano della prossimit della felice dimora; ma per quanti sforzi facessero non poterono passar pi oltre, sebbene non ci si vedesse impedimento alcuno (422).
Tornando per un istante ancora ad Alessandro Magno, ricorder, per opportunit di riscontro, come nello Pseudo-Calbistene si racconti l'andata di lui, attraverso a un paese tenebroso, ov' la fontana di giovinezza, sin presso alle sedi dei beati, dalle quali lo fanno allontanare due uccelli parlanti; e come nel racconto dl Giulio Valerio, sia dato il nome di Paradiso al luogo dove gli Alberi del Sole e della Luna diedero all'eroe il famoso responso (423). Nel Titurel, due principi indiani che si vantavano discendenti di Alessandro, descrivono il loro paese, che si chiama Paradiso, senza per esser quello dei primi parenti.
Ecco ora farcisi innanzi parecchi eroi della leggenda cavalleresca medievale. Di Merlino si narra che muovesse con una nave di cristallo in traccia dell'isole beate (424). Di Ugone da Bordeaux si pu dire che, se non fu nel Paradiso terrestre, fu in luogo molto a quello somigliante. Un grifone lo trasport sopra una montagna che non conosce le tempeste, e dove sono alberi bellissimi e tutti i frutti della terra, e la fontana di giovinezza. Ges Cristo vi si ripos e la benedisse. Per comando di un angelo, il cavaliere tolse tre pomi, che avevano virt di far ringiovanire (425). Ma ben giunse al Paradiso terrestre un altro eroe, Baldovino da Sebourg. Spinti da una furiosa procella, Baldovino e Poliban passarono il mar d'Inghilterra, passarono il mare d'Irlanda, e corsero oltre finch si offerse loro agli sguardi un giardino meraviglioso, murato tutto intorno di cristallo, splendente come l'oro. Era quello il Paradiso terrestre. Approdarono i naviganti, e sulla porta trovarono Enoch ed Elia i quali, non vecchi gi, ma parevano essere nel fiore della giovinezza, e accolsero i cavalieri molto benevolmente e li misero dentro. Qui le solite meraviglie: uccelli che cantano dolcissimamente, tra quali alcuni che nascono da un raggio di sole e sono detti salamandre; serenit perpetua; alberi sempre verdi e carichi di frutti; l'albero del peccato, tutto secco. Elia fece tornare il re Poliban di trent'anni, dandogli a mangiare di certo pomo. Baldovino, ch'era giovane, avendo voluto far ancor egli l'esperimento, contrariamente all'ammonizion del profeta, divenne in un momento vecchissimo, e pien d'acciacchi, e non racquist la giovent perduta se non quando Enoch gli ebbe dato a mangiare di un altro pomo del giardino. I cavalieri seppero da profeti che nel Paradiso avverr il Giudizio universale. Quando se ne partirono, sembrava loro di esserci stati due giorni, e c'erano invece rimasti due mesi (426).
Un eroe pi illustre di Baldovino, e anche di Ugone, fu Uggeri il Danese, del quale pure si narra che andasse al Paradiso terrestre. In uno dei poemi francesi cui la sua storia porge argomento, il poeta lo conduce, non nel Paradiso propriamente, ma in quelle vicinanze:

Car le Danois s'en va ou chastel d'aimant,
Qui siet par faerie les Avalon le grant,
Et Paradiz terrestre est un petit avant,
Dont Enoc et Elie vont le saint lieu gardant,
Et y furent ravy en char de feu ardant,
Et la sont tous en vie et sont jusqu'a tant
Qu'Antecrist regnera et cil deux dieu sergant
Le meteront a fin: on le treuve lisant
En la sainte escripture qui pas ne va mentant.

Segue poi il racconto del lungo soggiorno che fece l'eroe in quel paradiso dei cavalieri che fu l'isola di Avalon (427). Il medesimo si ha nel romanzo in prosa, calcato sul poema (428); ma moltiplicando e affastellandosi sempre pi le avventure dell'eroe, gli era naturale che venisse a cacciarsi tra queste anche un vero e proprio viaggio al Paradiso. Di tale viaggio  ricordo nel Fioretti dei paladini (429). Giovanni d'Outremeuse narra che Uggeri volle conquistare il Paradiso terrestre, e con un esercito di ventimila uomini pass regioni popolate di serpenti, attravers la valle tenebrosa, vide molte isole, molti strani e spaventosi animali, mangi dei frutti degli Alberi del Sole e della Luna, e giunse al Paradiso, il quale  tutto cinto di monti altissimi, ed ha un'unica entrata, guardata da fiamme, che non lasciano passare nessuno (430).
Uggeri non pare che sia penetrato nel luogo vietato, ma bene vi penetr un altro cavaliere, il quale ebbe anche la ventura di visitare l'inferno, Ugo d'Alvernia. Dopo molte e molte avventure, le une pi strane delle altre, Ugo giunge al Paradiso terrestre, vede la fonte da cui nascono i quattro fiumi, e presso a quella l'albero disseccato, che pare tocchi con la vetta il cielo, e tra i rami dell'albero la Vergine, con in braccio il bambino; poi trova Enoch ed Elia, i quali si comunicano con cert'ostie ch'egli ebbe dal papa, e port seco nel viaggio. Cos nel testo italiano del poema, che manoscritto si conserva nella Nazionale di Torino, e cos ancora, secondo ho ragion di credere, nel franco-italiano della Biblioteca Regia di Berlino (431). Nel romanzo in prosa di Andrea da Barberino il racconto corre alquanto diverso. Ugo risal, cavalcando verso le sorgenti del Nilo, accompagnato da alcuni grifoni, suoi fedeli ajutatori: "trov una nugola, come tenebra scura, ed era come un muro, e alta, e tagliata insino all'aria, e divideva la luce". Quivi presso era un pilastro, con una scritta, la quale avvertiva chiunque non fosse mondo di peccato di non andare pi oltre. Ugo pen tre giorni ad attraversar quelle tenebre, dopo di che giunse a un bel prato fiorito, pieno d'alberi, ch'era la Terra Santa di Promissione: vide Enoch ed Elia, e un luogo cerchiato di muro, ch'era pi propriamente il Paradiso terrestre, dove i santi dissero che nessuno uomo vivo poteva entrare; e non ben s'intende se all'eroe sia conceduto d'entrarvi (432).
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Molta somiglianza morale ha con Ugo d'Alvernia Guerino il Meschino, e molta somiglianza spesso  tra le loro avventure. Guerino giunge al Paradiso terrestre scendendo nel Pozzo di San Patrizio. Uscito dall'inferno, il cavaliere perviene, in compagnia di molti spiriti vestiti di bianco, davanti a un muro, che gli sembra d'oro massiccio, tempestato di gemme, ed  alto sino al cielo, e splende a guisa di fuoco ardente. S'apre una porta, e n'esce un soavissimo odore, e uno di quegli spiriti porge al cavaliere un pomo molto odorifero, da cui questi si sente tutto riconfortare. Sopraggiungono Enoch ed Elia, i quali menano il cavaliere in giro per una felice campagna che si stende tutto all'intorno. Nel Paradiso stesso nessun uomo mortale pu entrare. Pi oltre Guerino vede una citt risplendente, cinta di un muro di fuoco, e ode il canto degli angeli, ond' rallegrata, ed ha, attraverso una porta, un'assai strana visione della Trinit. Non s'intende bene se questo sia il Paradiso terrestre o il celeste; ma  probabile sia il celeste (433). Tullia di Aragona rinarra tutto ci, con alcune differenze, nel suo poema, e pone ad abitare nel Paradiso terrestre, insieme con Enoch ed Elia, anche San Giovanni (434).
Con la storia di Ugo d'Alvernia e di Guerino ha molta affinit la storia di un Fortunato, che non ha nulla di comune con quello celebre della leggenda popolare, al quale la Fortuna aveva fatto dono della borsa che mai non si votava. Tale istoria porge materia a un poderoso romanzo in prosa, che si conserva fra i manoscritti palatini di Firenze (435). Come Guerino, il nostro Fortunato va in cerca del padre, che non conosce; compie il solito viaggio in remote regioni; vede le solite meraviglie; e giunge con alcuni compagni alle falde del monte del Paradiso, il quale  "tanto altissimo, che la fine dell'altezza" non si pu vedere, e nemmeno il mezzo; e cos erto, che non ci si pu salire da quella parte. I viaggiatori son venuti su per il Fison, e si trovano nella provincia d'Etiopia, confusa spesso, come s' gi notato, con l'India. Dopo molt'altri giorni di viaggio, confessatisi e comunicatisi a una badia, salgono il monte dalla parte opposta, e trovano "molte ville e abitanti", da' quali sono ricevuti con onore, finch, a un certo punto, vedono il "monte cerchiato di fuoco infino all'aria", e un angelo "tutto focoso, con una spada in mano" dice loro che a nessun uomo mortale  lecito salir pi su, e li invita a mandare un sacerdote che battezzi le genti da essi convertite alla fede cristiana.
Gli  strano che l'altro Fortunato, quello la cui storia compare in tutte quasi le letterature d'Europa, non esclusa l'italiana, non giunga ancor egli al Paradiso terrestre, dappoich la leggenda lo fa scendere nel Pozzo di San Patrizio, visitare il paese del Prete Gianni, e correre tutto il mondo.
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Gli ultimi cavalieri da noi incontrati ci hanno quasi ricondotti nel mondo monacale ed ascetico, tanto  spiccato in essi il carattere religioso, tanta la devozione con cui lungo tutto il corso degli strani lor viaggi, e in mezzo a mille avventure e a mille pericoli, si raccomandano a Dio, gridano i loro peccati, digiunano, si macerano, e si confessano ogni qual volta  data loro occasione di poterlo fare. Perci sar da ricordare qui la saga di Eirek, figlio di Thrand, re di Drontheim, saga che manifestamente intende alla edificazione. Partitosi dalla sua terra, Eirek giunge, in compagnia di un suo amico, a Costantinopoli; ha con quell'imperatore un colloquio di argomento religioso; attraversa la Siria, entra in mare, giunge in India, e a un ponte guardato da un drago. Di l dal ponte  il Paradiso. Eirek vi penetra, gettandosi nella bocca spalancata, passando attraverso il corpo del mostro. Trova una campagna fiorita, corsa da rivi di miele, e una torre sospesa in aria, a cui sale su per una scala leggiera, e dove gli si offre una tavola apparecchiata. Tornato in patria dopo sette anni di assenza, narra, a confusion dei pagani, le sue avventure, poi sparisce, rapito miracolosamente, e di lui non si ha pi notizia (436).
Ricorder ancora Hlias, o il Cavalier dal Cigno, dei poemi francesi, la figliuola della Reina d'Oriente, e il buon Astolfo. Del primo fu detto che venisse dal Paradiso terrestre quando comparve sulla navicella incantata, cui traeva per l'onde il candido uccello (437). La seconda ci fu fatta andare dal Pucci (438). Il terzo ci fu condotto dall'Ariosto (439). Astolfo chiusa la bocca dell'inferno, e imprigionate per sempre le tetre Arpie, si lava da capo a pi:

Poi monta il volatore, e in aria s'alza,
Per giunger di quel monte in su la cima,
Che non lontan con la superba balza
Dal cerchio della luna esser si stima.
Tanto  il desir che di veder lo 'ncalza,
Ch'al cielo aspira e la terra non stima.
Dell'aria pi e pi sempre guadagna,
Tanto ch'al giogo va della montagna.

Quivi fiori che pajon gemme, alberi sempre fecondi, uccelletti di tutti i colori che cantano dolcemente, ruscelli, e laghi che vincono di limpidezza il cristallo, un'aura soave che va predando ai fiori il profumo, uno smisurato palazzo

in mezzo alla pianura,
Ch'acceso esser parea di fiamma viva:
Tanto splendore intorno e tanto lume
Raggiava, fuor d'ogni mortal costume.

Enoch, Elia, San Giovanni accolgono amorevolmente il cavaliere, lo alloggiano in una stanza, gli dnno di quelle frutta che non hanno simili in terra, provvedono buona biada all'ippogrifo. Il d seguente l'eroe si leva, e dopo aver discorso con San Giovanni

Di molte cose di silenzio degne,

venuta la sera, entra con l'apostolo in un carro, tratto da quattro destrieri pi rossi che fiamma, e sale al mondo della luna per ricuperare il senno d'Orlando.
Astolfo fu l'ultimo visitatore del Paradiso terrestre. Fausto, l'inquieto ed insaziabile scrutator delle cose, figura e simbolo di una nuova et, dopo aver corso in compagnia di Satana tutta la faccia della terra, e penetrato gli abissi, pervenne secondo il popolare racconto, alle fatali giogaje del Caucaso, e vide, da lungi, fiammeggiare la spada ardente del cherubino; ma, come tratto da nuova cura, non si ferm e pass oltre (440). E dopo di lui nessuno pi vide la porta meravigliosa sognata da tanti, e da cos pochi varcata; la porta d'oro e di gemme ormai chiusa per sempre.
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APPENDICI.
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APPENDICE 1.
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TESTI VARII CONTENENTI DESCRIZIONI DEL PARADISO TERRESTRE (441).
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1.
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Tertulliano, De judicio Domini, cap. 8.
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Est locus Eois Domino dilectus in oris,
Lux ubi clara, nitens, spiratque salubrior aura,
Aeternusque dies, atque immutabile tempus;
Est secreta Deo regio, ditissima campis,
Atque beata nimis, sudaeque in cardine sedis.
Aer laetus ibi, semperque in luce futurus.
Lenis et aspirans vitalia flamina ventus.
Omnia fert foecunda, solo praedivite, tellus;
Flores in pratis flagrant, et purpura campis
Omnia praerutila miscet non invida luce.
Flos alium laetus suo lumine vestit amictus,
Roscidaque hic multo variantur semine rura.
Et roseis nivea crispantur floribus arva.
Nescitur quibus usque locis felicior aura,
Quae melior specie, vel plus precellat honore.
Talia florigeris numquam nascuntur in hortis
Lilia, nec nostris efflorent talia campis.
Nec sic nata rubent, mox ut rosa panditur aura;
Purpura nec Tyrio sic est intincta rubore.
Gemma coloratis fulget speciosa lapillis;
Inde nitet prasinus, illinc carbunculus ardet,
Herbosaque viret praegrandis luce smaragdus;
Hic et odoriferis nascuntur cynnama virgis,
Et spisso laetum folio conflagrat amomum.
Hic iacet ingenitum radiantis luminis aurum,
Et nemora alta tenent florenti tempore coelum.
Virentesque gravant uberrima germina ramos.
Porrexit similes non illis India lucos,
Non ita densa levat in monte cacumina pinus,
Nec sic alticoma est ombra crispata cupressus:
Nec vernus melius floret cum tempore ramus.
Hic abietes celso florent in vertice nigrae,
Aeternumque virent solae sine grandine sylvae.
Nulla cadunt folia, et nullo flos tempore defit.
Flos quoque floret ibi rubeus, ceu purpura Tarsi.
Flos hic, credo, rosa est, rubor atque odor acer in ipso,
Sic foliis speciem praefert, sic spirat odorem.
Arbos stat cum flore novo, pulcherrima pomis.
Vitalem et frugem foelicia robora densant.
Mella viridanti conflagrant pinguia canna,
Lac etiam plenis manat potabile rivis;
Vitam aspirat ibi quidquid pia terra virescit.
Et pulcre redolet munus medicabile Cretae.
Fons illic placidis leni fluit agmine campis;
Quattuor inde rigant partitas flumina terras.
Ver puto semper agit vestititus floribus hortus,
Non frigus variat hiberni sideris auram,
Et reficit foetam, meliori flamine terram.
Nox ibi nulla, suas defendunt astra tenebras;
Iraeque insidiaeque absunt et dira cupido.
Exclususque metus, pulsae de limine curae.
Hic malus extorris, dignas exivit in oras,
Nec vetitos umquam datur huic contingere lucos;
Illic prisca fides electa in sede quiescit,
Insistit gaudens aeterno in foedere vita.
Et secura salus placidis laetatur in arvis,
Semper victura, semperque in luce futura.


2.

PROBA FALTONIA (FALCONIA), Cento Virgilianus.

Postquam cuncta pater, caeli cui sidera parent,
Composuit, legesque dedit, camposque nitentes
Desuper ostentat, tantarum gloria rerum:
Ecce autem primi sub limine solis et ortus
Devenere locos, ubi mollis amaracus illos
Floribus, et dulci aspirans complectitur umbra.
Hic ver purpureum. atque alienis mensibus aestas.
Hic liquidi fontes, hic coeli tempore certo
Dulcia mella premunt, hic candida populus antro
Imminet et lentae texunt umbracula vites:
Invitant croceis halantes floribus horti
Inter odoratum lauri nemus, ipsaque tellus
Omnia liberius, nullo poscente, ferebat.
Fortunati ambo, si mens non laeva fuisset
Conjugis infandae, docuit post exitus ingens.


3.

PRUDENZIO, Cathemerinon hymn. III.

Tunc per amoena vireta jubet
Frondicomis habitare locis:
Ver ubi perpetuum redolet,
Prataque multicolora latex
Quadrifluo celer amne rigat.
.l.
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...
4.

DRACONZIO, De Deo, 1. I.

Est locus in terra diffundens quatuor amnes,
Floribus ambrosiis gemmato caespite pictus,
Plenus odoriferis numquam marcentibus herbis,
Hortus in orbe Dei cunctis felicior hortis.
Fructus inest anni, cum tempora nesciat anni.
Illic floret humus semper sub vere perenni.
Arboreis hinc inde comis vestitur amoene.
Frondibus intextis ramorum murus opacus
Stringitur, atque omni pendent ex arbore fructus
Et passim per prata iacent: non solis anheli
Flammatur radiis, quatitur nec flatibus ullis,
Nec coniuratis furit illic turbo procellis.
Non glacies districta domat, non grandinis ictus
Verberat, aut gelidis canescunt prata pruinis.
Sunt ibi sed placidi flatus, quos mollior aura
Edidit, exsurgens nitidis de fontibus horti.
Arboribus movet illa comas, de flamine molli
Frondibus impulsis immobilis umbra vagatur.
Fluctuat onme nemus et nutant pendula poma.
Ver ibi perpetuum communes temperat auras,
Ne laedat flores, et ut omnia poma coquantur.
Non apibus labor est ceris formare cicutas:
Nectaris aetherei sudant ex arbore mella,
Et pendent foliis iam pocula blanda futura.
Pendet et optatae vivax medicina salutis:
Cetera dipingit variis natura figuris.
...
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5. CLAUDIO MARIO VITTORE (VITTORIO, VITTORINO), Commentarius in Genesim, liber 1.
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Eoos aperit foelix qua terra, recessus
Editiore globo, nemoris Paradisus amoeni
Panditur, et teretis distinguitur ordine silvae.
Hic ubi iam spaciis limes discernitur aequis
Solis, et aeternum paribus ver temperat horis.
Illic quaeque suis dives stat fructibus arbor,
Pomaque succiduis pelluntur mitia pomis,
Quae iucunda epulis, et miri plena vigoris,
Membra animosque fovent, pascuntque sapore et odore.
Sidereos hic terra vibrat distincta colores,
Semper flore novo frondens, fructuque recenti.
Hic fragiles solvunt calamos, animata vigore
Muneris ambrosii, spirantia cinnama odores.
Sed nec quod Medus redolet, vel crine soluto
Fragrat Achaemenius. quod molli dives amomo
Assyrius messisque rubens Mareotica nardo,
Quod Tartessiaci fratices, quod virga Sabaei,
Quodque Palestinus lacero flet vulnere ramus,
Omnia certatim hunc congesta putabis in hortum.
Namque huc cuncta Deus pariter, quae singola certis
Accepit natura locis, conferta regessit:
Motaque dum leni vibrat nemus aura meatu,
Unum ex diverso nectar permiscet odore,
Fitque novum munus, sibi nulla quod asserat arbor.
Quoque tremens blando sensim iactata fragore,
Commotis trepidat foliis, sonat arbore cuncta
Hymnum silva Deo, modulataque sibilat aura
Carmina. nec vacuus vanum quatit aere motus.
Quippe apud auctorem. qui totum mole sub una.
Res rebus nectens, alterna lege retentat,
Nil temere fieri ve1 frustra credere par est.
Quin etiam speciosa, nemus, silvaeque coruscae,
Argumenta operum sunt, et plantaria rerum.
Nec dubium primi quin delicta ante parentis,
Hic sua fixissent pariter tentoria secum,
Gloria, simplicitas, studium, sapientia, veri
Diva tenax. prudentia, gratia, honorque. salusque,
Praeclarique animae affectus, atque inclyta virtus,
Et quicquid pulchrum orbis habet: quid denique paucis
Enumerare velim quam plurima munera verbis?
Iam satis hoc fdei est, laeto quod semine surgens.
Hinc arbor vitae, celeri petit aera pomis;
lllinc diverso nocitura peritia fructu.
Notitiam rerum suspendit ab arbore legis.
Ad gremium sacri nemoris, quod silva coronat,
Fons scatet, et diti prolem virtute maritat.
Quadrifido tumidum laetus caput amne resolvens,
Ditior Oceano: iugi nam gurgite pronus
Ille suos donat latices, iste accipit omnes,
Nec turget tamen: at minor est, qui crescere tantis
Fluctibus infusis, quam qui decrescere nescit
Amnibus effusis: quorum primo ordine Phison
Prosilit exultans, fontis pars quarta beati:
Edens naturae quas dat prudentia dotes,
Gangetisque replet populos, atque indica regna
Distendit limo, terrasque et semina volvens
Quae facit arva serit, nudis qua squallet arenis
Aurea fulgentis inter ramenta metalli.
Hic ubi fulmineo rutilans carbunculus igne,
Ac viridi radiat fulgescens luce smaragdus.
Nec minor inde Geon. placidis sed mitior undis
Niliacas attollit aquas, arsuraque late
Diluvio tegit arva pio, coeloque repugnans
Temperat Aethiopum stagnis refluentibus undas.
Tertius hinc rapido percurrens gurgite Tigris
It comes Euphrati iuncta quos mole ruentes
Tellus victa cavo sorbet patefacto baratro:
Donec in Armeniae saltus ac Medica Tempe,
Quos non sustinuit, nec iam capit, evomat amnes,
Sed Tygris, nigro tanquam indignatus averno,
Prosilit aethereas motu maiore sub auras,
Et rursom spelaea subit, mersusque cavernis
Intus agit fremitus, et fortior obice factus
Multiplicatur aquis, atroque citatior antro
Exit et Assyrios celeri secat agmine campos.
Iustior Euphrates, diti qui gurgite largus
Irrigat arentes subiectae Persidis agros,
Mollibus elicitus rivis. atque omnibus aeque
Servit, et humanos totum se praebet in usus:
Donec siccus aquis, nomen quoque prodigus ipsum
Consummat terris, pelagi quod debuit undis.
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6. ALCIMO AVITO, Poematum liber 1, De mundi initio.
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Est locus eoo mundi servatus in axe
Secretis, natura, tuis, ubi solis ab ortu
Vicinos nascens aurora repercutit Indos.
Hic gens ardentem caeli subteriacet axem,
Quam candor fervens albenti ex aethere fuscat.
Hic semper lux pura venit caeloque propinquo
Nativam servant nigrantia corpora noctem.
Attamen in taetris splendentia lumina membris
Captivo fulgore micant visuque nitente
Certior adcrescit conlatis vultibus horror:
Caesaries incompta riget, quae crine supino
Stringitur, ut refugo careat frons nuda capillo.
Sed magnum nostros quidquid perfertur ad usus,
His totum natura dedit telluris opimae.
Quidquid odoratum pulchrumque adlabitur, inde est.
Concolor his ebeni piceo de fomite ramus
Surgit, et hic eboris munus quae porrigit orbi,
Informis pulchros deponit belva dentes.
Ergo ubi transmissis mundi caput incipit Indis,
Quo perhibent terram confinia iungere caelo.
Lucus inaccessa cunctis mortalibus arce
Permanet aeterno conclusus limite, postquam
Decidit expulsus primaevi criminis auctor,
Atque reis digne felice ab sede revulsis
Caelestes haec sancta capit nunc terra ministros.
Non hic alterni succedit temporis unquam
Bruma nec aestivi redeunt post frigora soles,
Sic celsus calidum cum reddit circulus annum,
Vel densente gelu canescunt arva pruinis.
Hic ver adsiduum caeli clementia servat;
Turbidus auster abest semperque sub aere sudo
Nubila diffugiunt iugi cessura sereno.
Nec poscit natura loci quos non habet imbres,
Sed contenta suo dotantur germina rore.
Perpetuo viret omne solum terraeque tepentis
Blanda nitet facies, stant semper collibus herbae
Arboribusque comae: quae cum se flore frequenti
Diffundunt, celeri confortant germina suco.
Nam quidquid nobis toto nunc nascitur anno,
Menstrua maturo dant illic tempora fructu.
Lilia perlucent nullo flaccentia sole
Nec tactus violat violas roseumque ruborem
Servans perpetuo suffundit gratia vultu.
Sic cum desit hiems nec torrida ferveat aestas,
Fructibus autumnus, ver floribus occupat annum.
Hic, quae donari mentitur fama Sabaeis,
Cinnama nascuntur, vivax quae colligit ales,
Natali cum fine perit nidoque perusta
Succedens sibimet quaesita morte resurgit:
Nec contenta suo tantum semel ordine nasci
Longa veternosi renovatur corporis aetas
Incensamque levant exordia crebra senectam.
Illic desudans fragrantia balsama ramus
Perpetuum pingui promit de stipite fluxum.
Tum si forte levis movit spiramina ventus.
Flatibus exiguis lenique impulsa susurro
Dives silva tremit foliis ac flore salubri,
Qui sparsus terris suaves dispensat odores.
Hic fons perspicuo resplendens gurgite surgit:
Talis argento non fulget gratia, tantam
Nec crystalla dabunt nitido de frigore lucem.
Margine riparum virides micuere lapilli
Et quas miratur mundi iactantia gemmas,
Illic saxa iacent; varios dant arva colores
Et naturali campos diademate pingunt.
Eductum leni fontis de vertice flumen
Quattuor in largos confestim scinditur amnes.
Euphraten Tigrinque vocant, qui limite certo
Longa sagittiferis faciunt confinia Parthis.
Tertius inde Geon, Latio qui nomine Nilus
Dicitur, ignoto cunctis plus nobilis ortu.
Cuius in Aegyptnm lenis perlabitur unda
Ditatura suam certo sub tempore terram;
Nam quotiens tumido perrumpit flumine ripas
Alveus et nigris campos perfundit harenis.
Ubertas taxatur aqua caeloque vacante
Terrestrem pluviam diffusus porrigit amnis.
.
Seguita descrivendo le innondazioni del Nilo, dopo di che parla del Fison. Trascrivo qui, perch si possano paragonare con quelli di Alcimo Avito e degli altri, alcuni versi del poemetto De Phoenice, ove si descrive il bosco del sole, e alcuni del carme II del Panegirico ad Antemio ove gli orti del sole sono descritti dal cristiano Sidonio Apollinare.
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De Phoenice.
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Est locus in primo felix oriente remotus
Qua patet aeterni ianua celsa poli:
Nec tamen aestivos, hiemisque propinquus ad ortus,
Sed qua sol verno fundit ab axe diem.
Illic planicies tractus diffundit apertos,
Nec tumulus crescit, nec cava vallis hiat.
Sed nostros montes, quorum iuga celsa putantur,
Per bis sex ulnas eminet ille locus.
Hic solis nemus est, et consitus arbore multa
Lucus perpetuae frondis honore viret,
Dum Phaetontaeis flagrasset ab ignibus axis
Ille locus flammis inviolatus erat.
Et cum diluvium mersisset fluctibus orbem,
Deucalioneas exsuperavit aquas.
Non huc exangues morbi, non aegra senectus.
Nec mors crudelis, nec metus asper adit.
Nec scelus infandum, nec opum vesana cupido,
Aut Mars, aut ardens caedis amore Furor:
Luctus acerbus abest, et egestas obsita pannis,
Et cura insomnis et violenta fames.
Non ibi tempestas, nec vis furit horrida venti.
Nec gelido terram rore pruina tegit.
Nulla super campos tendit sua vellera nubes.
Nec cadit ex alto turbidus humor aquae.
Sed fons in medium est, quem vivum nomine dicunt.
Perspicuus, lenis, dulcibus uber aquis.
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SIDONIO APOLLINARE.
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Esti locus Oceani, longinquis proximus Indis,
Axe sub Eoo Nabathaeum tensus in Eurum,
Ver ubi continuum est, interpellata nec ullis
Frigoribus pallescit humus: sed flore perenni
Picta peregrinos ignorant arva rigores.
Halant rura rosis, indescriptosque per agros
Flagrat odor: violam, cytisum, serpilla, ligustrum,
Lilia, narcissos, casiam, colocasia, calthas,
Costum, malobathrum, myrrhas, opobalsama, thura,
Parturiunt campi: necnon pulsante senecta,
Hinc rediviva petit vicinus cinnama phoenix.
Hic domus aurorae rutilo crustante metallo,
Baccarum praefert lenes asprata lapillos.
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7. Oratio do Paradiso, attribuita a SAN BASILIO MAGNO versione latina, nel t. 1 delle Opere, ediz. di Giuliano Garnier, Parigi, 1721 (442).
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Quemadmodum enim hominem eximia ac singulari formatione prae reliquis animantibus dignatus est, sic et hominis domicilium suae opus dexterae voluit: delecto loco idoneo, omni creatorum praestante natura, cui ob celsitatem nullae umbrae obtunderent, decore mirabili, tuto situ. quod cunctis emineret, splendido, ac quod omni siderum ortu collustraretur, limpidissimo circumfuso aere: partium anni temperatione jucundissima simul optimaque. Ibi igitur Deus paradisum plantaverat, ubi non ventorum vis, non anni tempestatum intemperies, non grando, non ignei turbines, non procellae, non contorta ac violenta fulmina, non glacies hyemalis, non veris humiditas, non aestatis ardor ac aestus, non autumni siccitas, sed temperata pacataque anni temporum mutua concordia, singulo quoque proprio convestito decore, et quod a vicino nihil sibi insidiarum timeret..... Terra illa opima mollisque, ac quae prorsus melle manaret ac laete, atque ad omne fructum genus edendum esset idonea, fertilissimisque aquis circumflua. Aquae ipsae perpulchrae ac dulces valdeque tenues ac limpidae, quae et aspectu plurimum recrearent, ac quam oblectarent majorem quoque utilitatem praeberent..... Exinde in eo plantavit genus omne pulcherrimarum stirpium, quae et aspectu summam gratiam haberent, et summam gustu homini dulcedinem praeberent..... Sane quidem nec hic desunt prata florida, aspectuque perpulchra ac grata..... Illic vero flos, non ad breve effulgens tempus, tumque deficiens, sed perennem jucunditatem ac sempiternam habens: aspectum gratum ac immortalem, fruitionem indelebilem: fragrantia, omnis taedii expers; coloris suavitas jugiter effulgens..... Ipsa quoque stirpium venustas, quae et ipsa conditoris opificium ac plantationem deceat, quaecunque sarmentitiae sunt, et quae fruticosae unistirpes, multiramae, alticomae, opaca viriditate, foliis deciduae semper foliatae, quae folia exuant, semper virentes atque floridae, frugiferae, infrugiferae; quarum aliae usui destinateae sunt, aliae conferant ac jucunditatem fruendam; praestantes omnes proceritate et venustate, opacae ramis, comis virentes ac floridae, fructibus scatentes, quae aliam atque aliam cum utilitatem tum oblectationem ubertim praebeant.....Ibi et avicularum omnigenum genera, tum pennarum flore, tum nativo concentu atque garritu, miram quamdam a se jucunditatem spectantibus offerentia; ut nullo non sensu homo liberalissime acceptus qua visu, qua auditu, qua tactu, qua olfactu ac gustu affatim deliciaretur. Cum volucribus erant et terrestrium animalium omnigena spectacula, sicura omnia et mansueta; pari cunctis secum indole ac ingenio, sic audienta ac loquentia, ut nullo negotio intelligerentur.
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8. TEODULFO. Carmina, De Paradiso.
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Primus amoena tenens factoris munere rura
Helisii celsi tum bene factus homo,
Floribus umbriferis vitam peragebat in arvis,
Quo, paradise, tuus vernat amoenus ager.
Florigeras sedes, iucundo et murmure rivos,
Undique stipatos floribus atque rosis.
Arborei foetus vario quo stipite pendent,
Perpetuo numquam desit ademtus ei.
IIlic multigeni pariuntur cespite flores,
Malorum fructus fertilis almus ager.
Quo crepitans croceum pirum rubet arbore, foeta
Ficus odorifero flore virescit ubi.
Puniceo tellus flavescit cortice pomo,
Et laurus redolet, mirtus opaca simul.
Lenta liquore madens, geminis et turgida baccis
Quove canis olea stat onerata suis.
Arbor in immensum spaciatur nomine vitae
Helisii medio e vertice surgit eri.
Mille soporatas profert pulcherrimus herbas
Campus inauditus, quas dat amoenus ager.
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9. 
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Bellissima  la descrizione che del Paradiso terrestre si legge nel poemetto Fnix di CINEVULFO, ma alquanto troppo lunga, talch non mi sembra opportuno di qui riferirla. Se ne pu vedere una versione tedesca nel libro di F. HAMMERICH, Aelteste christliche Epik der Angelsachsen, Deutschen und Nordlnder, Gtersloh, 1874, pp. 105-8.
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10. ARNALDO DI BONNEVAL (ARNALDO, ERNALDO, ARNOLDO CARNOTENSE), De operibus sex dierum.
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Emanabat e medio fons vitreus irrigans et humectans omne gramen radicitus, nec tamen redundans enormiter, sed elapsu subterraneo totam horti illius aream imbuens. Frondes patulae in proceris arboribus subiecta gramina obumbrabant; humorque inferior, et superior temperies virorem perpetem in cespite nutriebant. Aderat aura meridianis horis si quis forte erat vaporem abigens et propellens. Locus omnino nivium ignarus et grandinis, et perpetui veris aequalitate iocundus. Erat ex fructibus et ipsis virgultis aromatica, et ex ipsis truncis pinguedines pigmentariae erumpebant. Stillabat storax, et liquor balsami, ruptis corticibus, ultra pavimenti crustas affatim imbuebat. Defluebant per prata nardina unguenta spirantia; et gummis, stillantibus sine praeli violentia, tota undique regio illa innumeris perfundebatur odoribus.

Seguita descrivendo le altre meraviglie, da cui tutti i sensi erano allietati, e, insieme con la fonte che versava acque vitali, celebra le frutta squisite, il canto ineffabile degli uccelli.
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11. BERNARDO SILVESTRO (BERNARDO CARNOTENSE), De mundi universitate, liber 1.
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At potius iacet aurorae vicinus et euro
Telluris gremio floridiore locus.
Cui sol dulcis adhuc primo blanditur in ortu,
Cum primaeva nihil flamma nocere potest.
Illic temperies, illic clementia caeli
Floribus et vario gramine praegnat humum.
Nutrit odora, parit species, pretiosa locorum,
Mundi delicias angulus unus habet.
Surgit ea gingiber humo surgitque galanga
Longior, et socio baccare dulce thymum.
Perpetui quem floris honor commendat acanthus
Grataque conficiens unguina nardus olet.
Pallescitque crocus ad purpureos hyacinthos,
Ad casiae calamos certat odore macis.
Inter felices silvas sinuosus oberrat
Inflexo totiens tramite rivus aquae.
Aboribusque strepens et conflictata lapillis
Labitur in pronum murmure limpha fugax.
Hos, reor, incoluit riguos pictosque recessus
Hospes, sed brevior hospite primus homo.
Hoc studio curante nemus natura creavit.
Surgit fortuitis cetera silva locis.
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12. GOTOFREDO DA VITERBO, Pantheon, parte 1; Memoria saeculorum, parte 1. I manoscritti offrono grande variet di lezione.
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Est locus excisus, nullo prius ordine visus,
Nec prius auditus; terrestris id est Paradisus.
Floribus orditus deliciisque situs.

Germinat haec illud vitae memorabile lignum,
Scire bonum dat sive malum laudabile signum,
Quo mors aut vita pendula stabat ita.

Pars quasi facta poli regia vacat illa decori.
Non patet algori, neque subditur ipsa calori.
Dans habitatori non ibi posse mori.

Civibus angelicis meruit locus ille beari,
Fluminibus variis varia statione rigari,
Gemmas mirificas alveus ille parit.

Fluinina bis bina Paradisus habere notatur;
Tigris et Euphrates Phisonque Gehonque vocatur,
Aurum cum gemmis fluminis unda vehit.

Optima per fluvium currentia poma tenentur,
Infirmis oblata viris medicina videntur,
Solus odoratus sanat odore caput.

Non oculus vidit, nec homo valet ore fateri.
Nulla beatorum valet optima vita mereri
Quae Deus hic sanctis dona dauturus erit.

Cherubin et Seraphin reserant portas Paradisi.
Ensibus eversis per eam sunt currere visi.
Mens mea euni sanctis illa videre sitit.
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13. ALESSANDRO NECKAM, De laudibus divinae sapientiae, dist. 5.
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Ausi sunt veterea terram censere rotundam.
Quamvis emineat montibus illa suis.
Quid quod deliciis ornatus apex paradisi
Lunarem tangit vortice pene globum?
Hunc spaciosa locum generosaque vitis amoenat.
Et nitidi fontes fontiferumque nemus.
Hortum nobilitat preciosi gloria fructus,
Non arbor sterilis crescere novit ibi.
Ventorum rabiem cum densis nubibus infra
Se vidit, insultus aeris omnis abest.
Ultrices scelerum non sensit aquas cataclismi,
Nec novit tumidas Deucalionis aquas,
Raptus Enoch subito, corruque levatus Helias,
Illic tranquillae gaudia pacis amat;
Athletae Domini precursoresque secundi
Adventus, fidei lumina clara sacrae.
Convincetur ab his sanctorum publicus hostis,
Mons Olei mortis conscius ejus erit.
Hic mons, a prima nascentis origine mundi
Conditus, aurorae regna propinqua tenet.
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14. Nel poema latino di cui ho riferito alcuni versi nella n. 115 al cap. 2, si leggono pure questi altri, che compiono la descrizione.
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Aura leni sibilo tempus narrat vernum,
Et, ut verum fatear, ver est hic eternum;
Hic pratorum gloria, gaudium par ternum,
Virens, florens, redolens, habet ius supernum.

Odor florum. fructuum, arborum, herbarum,
Tago fluctus induens aurum harenarum,
Humi sparsa rutila sidera gemmarum.
Addunt indicibile ius deliciarium.

Non hic asper carduus, rampuus vel urtica,
Non infelix lolium pululans cum spica,
Arborum vel olerum non stirps inimica:
Queque sunt hic consona, quia sunt aprica,

Non hic estus ingruit, ymber vel tempestas;
Fame, siti, frigore, sors, hic non infestas:
Adam, nisi rueret manus per incestas,
Esset horum omnis omnibus potestas.
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15. L'ymage du monde, l. II, cap. 2. (Dal ms. L, IV. 5 della Nazionale di Torino. Trascrivo il passo esattamente quale ivi si legge).
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La premiere region d'Aise
Est Paradis, li lieux plain d'aise,
Si plain de joye et de solas
Que nus n'y puet devenir las.
Ne veillier de nulle partie.
Layens est li arbre de vye.
Qui auroit mengier de ce fruit.
Jamais ne morroit jour ne nuyt.
Mais nuls hons aler n'y porroit
S'angles ou dieu ne l'y menoit,
Car tous est claus de feu ardant
Qui jusqu'as nues va flambeant.
Layens une fontaine neist
Qu'en iiij fluns devise est,
Dont ly uns d'eulx Fyson a non,
Ou Gange, ainsi l'appelle on,
S'en va par Ynde loing et pres.
Et sort du mont Artabanes,
Et siet par devant Oriant,
Et chiet en la mer d'Occidant.
Li autres, Gyons ou Nilus,
Entre en terre ung petit ensus,
Et par dedens terre s'en court,
Tant qu'em la Rouge Mer ressort,
Et toute Europe avironne,
Si qu'em une parties se donne,
Et va par Egypte courant,
Tant qu'il rechiet sur la mer grant.
Tygris et doncques Euphrates
Sordent en Germenie (443), pres
D'une grant montaigne environ.
Qui mont Pethoatus a nom,
Et s'en vont par mainte contre,
Jusqu'a tant qu'il ont rencontre
La mer moyenne, ou il se fiert,
Si com leur nature requiert.
De ce Paradis tout entour
A lius moult divers en main tour.
Car nus hons n'y porroit trouver
Point de son vivre n'abiter,
Pour bestes crueuses et fieres
Qui la sont de maintes manieres:.
La sont jaiant et chenelieu,
Qui tout devorent comme leu.
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16. Baudouin de Sebourc, ediz. Bocca, Valenciennes, 1841. c. 15 (Cf. pp- 120-1).
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Et quant Baudewins vint  che lieu avenant,
Ne vit tour, n chastel, n dongon, en estant;
Fors arbres qu'en tous tamps sont vert et fruit portant.
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Et li doy chevalier n'i font arrestement.
En paradis terrestre sont entr liment:
De trestoutes manires d'oysiaus du firmainent
I ost-on le son chanter si douchement,
Que de la mlodie n'a, el mont, si dolent
Qui n'en fust resjos  che dmainnement.
Ads i fait ests, n'i keurt pluie n vent;
Li arbre y sont tout vert, en tous tamps. vraiment.
Li fruit y sont pendant, sans choir nullement,
N j ne kerra fruis. s'escripture ne ment,
Ds-si jusques au jour du trs grant jugement
Que Dieux fera le monde finer parfaitement.
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17. RUDOLF VON HOHEN EMS, Weltchronik. (DOBERENTZ, Die Erd- und Vlkerkunde in der Weltchronik des R. v. H.-E. Zeitschrift fr deutsche Philologie, vol. 13 (1882), p. 172).
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Daz irdensche Paradis.
daz nach dein wunsche alle ws
lt, daz ist das hhste lant.
daz in dem teile ist lant genant.
daz muoz - als uns diu whrheit seit -
unbhaft al der menscheit
von grozer unknde sin,
wan ez ein mre fiurn,
diu hhe durch die lfte gt,
beslozzn und umbevangen ht;
dai z Tygris und Physn,
Eufrtes unde Gn.
diu vier wazzer, fliezent
f die erde. und begiezent
diu lant und machent mit ir kraft
die erde fiuhte und berfaft.
Zwischen dem Paradse lt
manie lant und sel wt
unbhaft ne b erkant
unz an diu bhaften lant:
wan in der weste und underwegen
ist wester wilde vil gelegen;
dar in s vil gewrmes lt,
und tiere, daz ze keiner zit
nieman drinne mac genesen
noch mit deheinem bwe wesen
in den westen landen d.
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18. JACOB VAN MAERLANT'S Spiegel historiael, edizione di Leida, 1857-62, parte 1a, l. I, c. 17.
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Dat paradijs es sekerlike
Dat oest ende van erderike.
Vul bomen van goeder maniere,
Vul van elken crude diere.
Daer es in des levens hout.
Ennes daer in no heet no cout.
Maer getemperde lucht ende reine.
In midden so es eene fonteine,
Die dat proyeel oan verchieren,
Ende deelt hare in viere manieren.
Noint man wits diere in comen conde,
Sint dat Adam dede die zonde;
Want een mir van viere claer
Gaeter omme, dat es waer
Alsic wel sal doen verstaen:
Daers Enoch ende Helyas in gedaen.
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19. JAN DECKERS, Der leken spieghel, l. 1, cap. 21 (Werken uitgegeven door de Vereeniging ter bevordering der oude nederlandsche Letterkunde, vol. I, Leida, 1844, pp. 77-8).
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Dit paradijs, heb ic verstaen,
Es recht int oeste ghestaen,
Ende es so schoene, dat gheen man
Te vullen gheprisen en can,
Van boemen, van cruden mede,
Ende van alderhande chierhede.
Daer en is noch hongher no dorst,
Onghewedere, coude no vorst,
So zuet is daer die lucht ende stille.
Daer en is gheenen onwille,
Daer die creatueren souden
Eeuwelijc leven sonder ouden.
Alle ghenade ende onghenaden,
Die ons comen vrouch ende spade.
Die ons God sent, deeuwege vader.
Comen uten oesten allegader;
Die inghele oic, waerlike.
Want het es daensichte van hemelrike.
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In des paradijs pleyne
Springhet eene scone fonteine,
Die soe groot es, heb ic verstaen,
Datter vier rivieren af gaen.
Dese loepen in cruus wijse
Te vier sijden uten paradise.
Elke mach wel also groot zijn,
Off meere dan die Rijn.
Dit sijn haer namen, sijts ghewes:
Physon, Gyon, Tygris, Effrates,
Dio meenich lant ende meneghe stat
Verversschen ende maken nat.
Daer waters breke sonde wesen,
En daet die planteyt van desen.
Men vinter oic in saphiere,
Ende alderhande ghesteente diere.
Die herde weert sijn ende fijn.
Ende van groter macht oic sijn.
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20. FEDERIGO FREZZI, Il Quadriregio, l. 4, capp. 1 e 2.
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Quando fui presso al fin di quel cammino.
Il Paradiso vidi, ch' terrestre
Il qual fe' Dio per singolar giardino.
E s'egli  bello pensisi il Maestro
Il quale il fece, e posel dove il sole
Ha pi virt, e '1 cielo, a lato destro.
L era un pian di rose e di viole
E d'altri fiori, e di maggior fragranza
Che qui, dove siam noi, esser non suole.
Che ogni frutto, quanto ha pi distanza
Da questo loco, tanto ha vert meno.
E quanto pi s'appressa in virt avanza.
Tra quelli fiori e l'aere sereno.
Tra le melodie dolci di quel piano,
Io trapassai di dolci canti pieno.
Da quel giardino er'io poco lontano,
Ch'io vidi un serafino in sulla porta.
Ch' posto l da Dio per guardiano.

L'angelo concede l'entrata, e Minerva s'accomiata dal poeta, affidandolo alla guida di Enoch ed Elia, che lo conducono a vedere le meraviglie del beato giardino. Ecco prima l'arbor senza fronde, l'albero della scienza del bene e del male (v. pi sopra, p. 28); ecco l'albero della vita:

Poscia trovammo la pianta pi bella
Del Paradiso, la pianta felice,
Che conserva la vita e rinnovella.
Su dentro al cielo avea la sua radice,
E gi inverso terra i rami spande,
Ov'era un canto che qui non si dice.
Era la cima lata e tanto grande
Che pi, al mio parer, che duo gran miglia
Era dall'una all'altra delle bande (444).

Enoch spiega al poeta la virt della pianta, e gli narra di Seth come ne tolse il ramoscello, che fatto albero a sua volta, porse il legno onde fu formata la croce, e gli d ragione della mitezza di temperatura onde il luogo si allieta; Elia lo ammaestra circa i fiumi che nascono dal gran fiume paradisiaco.

Poi ci movemmo per le adorne strade
Tralla fragranza e soavi melode.
Tra nettar dolci in scambio di rugiade.
Ivi ogni senso si rallegra e gode:
Alla verzura si conforta il viso:
L'orecchie a' canti degli uccelli ch'ode.
Rallegra tutto il cor quel Paradiso.
Ivi ogni cosa intorno m'assembrava
Un'allegrezza di giocondo riso.
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APPENDICE 2.
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L'ANDATA DI SETH AL PARADISO TERRESTRE.
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Traggo dal manoscritto francese L, II, 14, della Biblioteca Nazionale di Torino (f. 4, v. a 6 r.), un racconto in versi del viaggio di Seth al Paradiso terrestre. Esso appartiene a uno strano poema che fa da prologo alla Vengeance de Jsu-Christ (cf. STENGEI, Mittheilungen aus franzsischen Handschriften der Turiner Universitts Bibliothek, Halle a. S., 1873, pp. 13 sgg., 19 sg.) e presenta alcune particolarit curiose, che, spero, lo faran gradire al lettore.  opera, probabilmente, del secolo dodicesimo.

Or vous ai dit dou traitre Chain,
Et de son fait com il pot avenir:
Or vous dirai d'Adan (s) jusqu' (es) en la fin.
Verits fu que Adans tant vesqui
La blanche barbe desus le pi li gist,
Et si traine ses cheviaus autresi,
Ce dist l'estoire, .II. grans pis et demi;
Sus le menton li gisent si sourchil;
Vestus de fuelle cousus de jons marins.
.I. jour apelle le main de ses fis;
Chil ot non Sept, si fu preus et gentis:
"Sept" dist li peres, "entendes envers mi:
Il te convient mon mesaige furnir.
Droit en terrestre en iras Paradis (445)
Parler a l'angle c'a non Cherubins;
L'aubre de vie garde em Paradis:
C'est li conpas de quan qu'il raverdist.
Car sus cet arbre fu escris li pepins,
Et la feive et li glans et li ris,
Dont nous avons boschages et gardins.
Tu me diras a l'angle, biaus amis,
Qu'il voist moult tost parler au roi de Paradis,
Et si me saiche  dire au revenir
Quant trespaserai hors de cest siecle chi.
Et li dous oilles et quant me venra il,
Que nostres sires mes peres me proumist
Quant je voloie mes .VII. enfans perir
En Rouge Mer et lancier et flatir.
Iceste juste emporte avoecques ti,
De la fontainne de jouvent .I. petit
M'aporteras si plaist a Cherubin:
Se j'en ai but juvenes sui et meschins,
Si garderai mes filles et mes fis,
Et le grant peuple qui est de moi partis.
Va t'ent la voie et les pas que je vins,
Bien les connoisteras, biaus tres dou[s] fis,
Il sont tout sec et de ta mere ausi,
Car, puis celle eure que j'en fui partis,
Toute sustance et tous biens i failli.
Le gus prilleus trouveras devant ti;
C'est Purcatoire qui garde Paradis:
ou est .I. fus qui tous jours art et frit;
L'iave est plus rouge que n'est li sans de ti;
Li boullon sont si haut, se diex m'ait,
Qu'il n'est nus ars qui par desus traisist.
Et s'entrecontre par si tres grant air
Que de .XX. lieues le puet on bien oir
L'une unde en l'autre et hurter et flatir.
Qui devera entrer em Paradis,
Ne on vergier de quoi je sui banis,
Tant ert ou gus dont je parole chi
Qu'il ert si purs li arme et li espirs
Com dameldex en son cors l'ame mist
C'est la premiere porte de Paradis,
Mais l'autre porte est trop en grinour pris" (446).
Et li varls avalle le larris,
Vestus de fuelle cousus de jons marins;
Vers Rouge Mer acqueille son chemin.
Che jour encontre l'enfes maint porc marin.
Maint ours sauvage, lions, et cocatris.
Et grans dragons, alerions petis.
Tant a esr li freres  Chain
Qu'il treapassa .I. grant bos de bresil,
Apres le bos est monts .I. lairis,
Es purcatoire a devant lui coisi.
Lors li sembla que chieus et mers arsist:
Il chiet pasm, s'a jet .I. grant cri,
Apres dous dex a conforter se prist;
Prent s'escharboucle, sel frote au samit.
Li feus en saut  alumer l'a pris.
L'angles le voit, c'ot  non Cherubins:
En autant d'eure com .I. iex puet ouvrir
Vient a l'enfant, si l'a  raison mis:
"Diva! varles, et qui t'envoia chi?
Ains, puis celle eure c'Adans en fu partis,
Me vi jou chose qui car et sanc euist,
Qui de si pres aprocha Paradis.
Va t'ent ariere, par amours je t'en pri,
Que cis grans feus ne t'ait ja englouti"
Et dist li enfes: "Este[s] vous Cherubins,
Qui mon pere chacha de Paradis
A une espe ardant? il le m'a dit.
Par moi te mande, et je sui qui te di.
Que parler voissea au roi de Paradis,
Et li demandes, par amours je t'en pri.
Quant trespasera hors de ce siecle chi,
Et li dous oilles et quant li venra il,
Que nostres sires, ses peres, li proumist,
Pour quoi doit estre encore ses amis".
Et dist li angles: "J'ai grant merveille oi"

Et dist li angles: "Amis, or m'entendes.
Verits fu quant Adans fu fourms,
Et il peut bien et venir et aler,
Oir, sentir, et veoir, et parler.
Quanque diex ot li fu abandonns,
Fors .I. pumiers qui li fu deves,
Qu'il avoit as anemis donns
Pour .I. serviche qu'il li firent en mer,
Car il alerent le grant goufre effondrer
Par quoi li iave se prist a avaler
Tant com la terre parut aval la mer.
Il en menja, mes che pot lui peser:
Il fu tantost as anemis livrs:
Et nostres sires a'en ot duel et pit,
Pour vous ala ens en abisme entrer,
 Lucifer tout maintenant parler,
Demanda lui par fines amists
S'on vous poroit ravoir ne rachater
Pour nul avoir c'on vous seust donner.
Et Lucifers respondi par fiert:
"Oil, biau sire; se vous tant les ames
C'ous en voeilles vo cors abandonner,
Vous les aures de prison delivrs,
Et li vergies vous ert quite clams,
Ne jamais jour n'i volons retourner"
Adont se teut li rois de majest.
N'encor n'est mie li jugemens donns,
Ne il n'est angles lasus tant soit sens
Qui de dieu sache son cuer ne son penser,
S'il vous vorra perdre ne rachater;
Mes puis celle eure qu'il ot ensi parl
Je ne vi diable ens ou vergier entrer (447).
Et, s'il vous plaist, avec moi en venres;
Mousterai vous la fine verit.
De vostre pere comment il a ouvr,
Et le vergier de quoi estes tourbl".
Et respont Sept: "Je l'ai moult desir,
De l'eritaje veoir et regarder.
La devissions en glore demorer".
Et dist li angles: "Amis, voua le verres".

L'enfant embrache li sains angles honestes,
Si l'en emporte en Paradis terrestre;
De fin or pur ouvri une fenestre:
"Amis", dist il, "or boute chi ta teste;
Si verras ja le tourment et la perte
Qu'[est] pour ton pere en Paradis terrestre.
Oisiaus n'i chante, ne n'i demainne feste,
Solaus n'i luist ne au main ne au vespre,
L'iave n'i sourt, ne n'i raverdist herbe,
Ne il n'i a fors tenebre et tempeste". (448)

Li damoisiaus a regarder a pris
Par le vergier qui n'est mie floris:
L'aubre de vie a veu devant lui.
Plus grans des autres bien resambloit sapins,
Tous fu brisis et entour et emmi.
Par desus l'aubre a .I. bel nit coisi;
.I. pellicans se seoit droit enmi;
C'est li prumiers oisiaus que dex fesist;
Dex ne fist plume que cis la nen euist.
Compars fu il meismes  li,
D'estre sages et dous et bien amanevis,
Courtois et larges et destre,  point hardis.
Ne pour sa vie de noient ne mesprist.
Morte estoit sa fumelle fennis;
Rems l'en fu .III. faonniaus petis. (449)
Or a al contreval le gardin,
.III. jours et plus si com la bible dist,
Ne trueve chose dont il se puist garir.
Ne ses faons de les lui soustenir,
C'ains puis celle eure c'Adans en fu partis
Toute sustance et tous biens i failli.
Or entendes que li dous oisiaus fist.
Quand il voit bien nes puet mais soustenir.
Ancois qu'il voist autre oisel assalir,
Premierement en vorra ja morir.
Dou bech trenchant en son pis se feri,
Le cuer dou ventre a perchi tout parmi,
Li sans en saut et enprent  issir.
 cescun fan en a baillit .I. fil,
Et cil le boivent qui en out grant desir,
Batent lor elles, dou pere sont parti,
Volant en vont contreval le gardin.
Li pellicans  regarder les prist.
Grant joie en a de ou que vis les vit,
Mes tant fort sainne ne se set astenir
Ne garde l'eure qu'il se voie morir.
Et li chieus oeuvre, l'angles en descendi,
L'oisiel emporte lasus em Paradis,
Si le courronnent les chelui qui le fist.
Adont coumenche la noise en Paradis
D'angle contre autre dont i a plus de .M.:
L ont jugit le roi de Paradis.
S'il voet droiture user et maintenir.
Et voet ravoir les siens certains amis.
Que telle guise li convenra tenir.
Apres la noise qui fu em Paradis,
Une grant raie dou solaill descendi
Ens ou vergier, s'en est entr[e]s ou nit:
Or li aporte le saintisme esperit:
En guise estoit d'un enfanchon petit,
Qui d'un blanc gant le peuist on couvrir.
Adont coumenche et la joie et li ris:
Chil oisel chantent, de terre sont parti,
Les iaves sourdent, li pr sont raverdi,
Et toute riens dou mont se resjoi.
Qui que fait joie l'enfes jeta .I. cri:
Adan regraite coni ja poires oir.

"Ahi, Adan", dist il, "de vo biaut,
De vous estoit cis lieus enlumins.
Ja n'est il angles lasus tant soit sens
C' vo fachon seust rien amender.
Or vous perdrai ains qu'il soit avespr,
Qu'il vous convient ens en enfer entrer,
Dont deussies estre avoec moi couronns.
S'on vos peust de tresor rachater,
Ne de rien ne que on peuist penser,
De ma grant perte ne fusse espoents;
Meis si grant painne m'en convient endurer,
Se voel droiture maintenir ne user,
Com cil oisiaus qui s'est  mort livrs,
Qui l'essamplaire nos a lasus moustr
Com faitement je me doi demener
Se je vos voel de prison delivrer,
Et je vous voel ravoir ne rachater".
Adonques a .I. si grant cri jet
Que de .X. lieues le peust on ascouter,
Que moult redoute ce qu'il a  passer.
Quand Sept l'entent si a l'angle apell:
"Cherubin sire", dist il. "or m'entendes.
Que chou est or que jou ai ascout
Desus cel arbre ou a telle clart?"
"Amis" dist l'angles, "que vauroit li celers?
Chou est li fis de la grant majest,
Ch'est ses espir[s], ses sens et sa bonts,
Et sa grans force et sa grans dingnit[s].
Or soiies aise, vous seres rachat,
Que je sai bien son cuer et son pens.
Je ne le seuc .VII.C. ans a pass,
Ne jou me autres tant par soit ses privs;
Ne puis c'Adans fu dou vergier sevrs
Ne sot nu[s] angles son cuer ne son penser:
Mais or le sai je, si le te voel conter.
En une vierge qui moult ara bont
Prendra il vie, sanc et charnalit,
Et se fer noirir el alever
Tres qu'il sera si grans et si fourms
Comme Adans dont tu es hui sevrs.
Lors se fera et prendre et atraper
As anemis, desus .I. fust cloer,
Perchier sa char et issir le sanc cler:
Adont seres de prison delivr,
Et li fis dieu est en gage rems".

"Amis", dist l'angles. "la chose est trop amere
Par le pechiet de ton pere et ta mere;
Mes cis dous enfes et ses sans qui tout leve
Vos fera en transissant grace et saveur et seve".

"Grasse et saveur et seve vos fera en trespassant
L'enfes qui en cest nit pleure si doucement:
ou est li fis de dieu le roi dou firmament,
En une vierge pure penra aombrement,
Et se vestra de li et de char et de sanc,
Et se fera noirir a guise d'un enfant,
Et puis respandera par vostre amor son sanc,
Et chieus qui n'i querra moult l'ira mallement,
En infer les iront diable devorant.
Or tost va t'ant ariere, en Sinais le grant;
Si enterre ton pere tres au piet dou pendant.
Il li convient morir, il ne puet en avant.
En la bouche li met ces pepins, mon enfant".

"En la bouche li met, enfes, ces 3 pepins;
C'est de la pume que tes peres quoilli,
Qu'il jeta jus quant vit qu'il ot mespris.
Je les te rent, porte les avoec ti;
Que li peres voet desus son fil morir
Pour vous ravoir des morteus anemis.
Quant tu aras ton pere enfoui,
Desus la langue li met ces 3 pepins,
Et li arenge bellement, biaus amis.
Dou cors d'Adan, et de sa seve ausi.
Et de son cuer, et de ces 3 pepins,
Nestera, fiex, .I. arbrisiaus petis
Qui metera 3 M. ans au norir;
Cescun .M. ans croistra piet et demi.
Tant seres vous avoec les anemis
Ains que cis enfes que tu os en cest nit
Soit sus cel arbre atachit et assis,
Ne si dous membre clo de claus massis.
Ne ses clers sans ceure par le pais.
C'est li dous oilles que ton pere proumist
Quant il voloit ses .VII. enfans perir
En Rouge Mer et lanchier et flatir,
Parcoi est hapers des anemis".

Li enfes pleure, grant duel va demenant.
Il regarda le figier d'euriant,
Qui est mus tous en autre samblant:
Il estoit tourbles quant il li vint devant,
Or est si biaus com solaus flamboiant,
Ains li samble tont aviseement
Que li mur soient de piere d'euriant.
.I. tuel voit qui fu d'or flamboiant,
Qui vient des chieus bellement descendant;
Par ce tuiel va l'iave degoutant
En la fontainne petite de jouvent
Dont .IIII. ruiselait alient naissant:
Quant il sunt hors si se vont esperdant:
L'uns fu Inges, et Grandes li plus grans.
L'autres Gerons. et l'autres Ifratans;
De l'un des rieus va Rouge Mer naissant.
L'enfes apelle Cherubin en plorant:
"De la fontaine me donnes de jouvent,
S'en porterai  mon chier pere Adan;
S'il en a but je sai certainement
Qu'il revenra en l'age de 30 ans".
Et dist li angles: "Je ferai son coumant;
Mes il n'eat iave, ne mers, ne lavement
Qui le garisse dou dolereus tourment
Ou il ira ains le solaill couchant".
Il prent la juste et si li va puisant
En la fontainne, et puis li va ballant;
Puis a pris Sept, en air le va portant.
En autant d'eure com .I. iex va cloant
Le met en Inde, si s'en va retournant.
De si tres lonc eom le va parchevant
Encontre vienent tout si frere courant.
Tout autresi ai en vienent bruiant
C'alerion quant il vont descendant.
E vous Isaach et Jourdain et Rubant:
Leur frere voient, si le vont ravisant.
Dist Jourdains: "Frere, bien soies vous venant".
Et il a pris la juste maintenant,
En haut le drece, si le va maniant:
Elle li chiet et le va respandant;
En Rouge Mer va l'iave en batant
Comme .I. quarriaus quant de l'archon destent;
La Rouge Mer va toute trespassant.
En Paienime va l'iave espandant,
A .III. lieuetes devant Jherusalem:
Le flum Jourdain l'apellent li auquant:
Puis s'i lava li dignes rois amans
Quant il fu ns de lui em Bethleem,
S'i baptiza son ami S.t Jehan.
Et on amainne tantost le viel Adam:
 ses .II. mains va ses sourcis levant
Qui li gisoient sour le menton devant;
Son fil regarde, si le va conuisaant.
Ansi le lieve com se fust .I. enfant.
Si avoit il bien .XII. pis de grant.
"Fis" dist li peres, "vous soies bien vignant;
Aves est au vergier d'euriant?
Que dist li angles qui me par ama tant?
Aurai je ja pais ne acordement
Envers celui qui me fist doucement.
Puis me banni dou sien vilainement?
Or m'en vinc chi entre ces desrubans".
"Oil, biaus peres, au chief de .III.M. ans".
"Ne plus?" fait il; "me vas tu voir disant?"
"Oil, biaus peres, sachies le vraiement".
Adont s'en va Adans agenoullant,
Devers le chiel ala moult regardant,
Et voit les angles qui le vont asenant
Qu'il ne se voist de noient esmaiant.
De la grant joie que il va atendant
Ala sa painne del tout entroubliant.
Il n'avoit ris bien avoit .VII.c. ans:
Adonques rit li vieus si durement
Li cuers dou ventre li va parmi partant.
L'ame en ont prise li diable, li tirant,
Si l'en emportent en infer maintenant.
Sa fosse font .IIII. de ses enfans;
Leur pere enterrent et si le vont plorant:
Desus sa langue alerent arengant,
Les .III. pepins dont je vous dis avant,
C'aporta Sept del vergier d'euriant
Dont li arbres, signeur, ala naissant,
Qui mist au croistre tout  point .III.M. ans,
Ou li fis dieu tout respandi son sanc
Pour chiaus ravoir dou dolereus tourment
Ou tout estiens livr comunement.
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APPENDICE 3.
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IL PAESE DI CUCCAGNA E I PARADISI ARTIFICIALI.
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La immaginazione del Paradiso terrestre, e le altre consimili, hanno stretta relazione con quella del Paese di Cuccagna, o come altrimenti si chiami la terra beata che nelle tradizioni orali e nelle letterature di buona parte d'Europa ebbe quel nome. Tale relazione non , come fu troppo leggermente asserito, quella proprio che passa tra la parodia e la cosa parodiata; giacch se la parodia fa capolino talvolta nelle allegre descrizioni del Paese di Cuccagna, non per si pu dire sia quella che consuetamente ne suscita negli spiriti e ne promuove la immaginazione. Entrambe le immaginazioni piuttosto traggono da un principio medesimo, da uno stesso desiderio e da uno stesso sogno di felicit, i quali, se variano quanto a certe parvenze e a certi caratteri, nella sostanza rimangono pur sempre invariati. Il Paradiso terrestre e la Cuccagna sono due termini diversi, ma non contraddittorii, a cui riesce lo stesso pensiero, secondo l'affetto che lo muove, e in conformit della mente entro la quale si muove (450). Del resto, tra le due immaginazioni non c' una separazione costante e sicura, anzi si passa per gradi dall'una all'altra: il Paradiso  talvolta poco pi nobile e poco pi spirituale del Paese di Cuccagna, e talvolta il Paese di Cuccagna, idealizzandosi alquanto, diventa un Paradiso. Sarebbe forse difficile dire se l'uno o l'altro sia il luogo di beatitudine promesso da Maometto a suoi seguaci. I paradisi delle religioni inferiori sono veri Paesi di Cuccagna, e poco manc che tal Paese non diventasse talvolta anche il Paradiso cristiano, sia terrestre, sia celeste.
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I Greci, ch'ebbero la finzione dell'et dell'oro e dei campi Elisi, ebbero anche quella di una terra felice, la quale mostra con la Cuccagna grandissima somiglianza. Tale finzione sembra stata assai popolare ed ebbe talvolta, ma non sempre, carattere e intenzione di parodia. Ateneo ricorda nel sesto libro de' suoi ?e?p??s?f?sta? sette poeti comici che la introdussero in loro commedie (451). La citt degli uccelli, nella commedia di Aristofane, abbonda di ricchezze e di letizia. I racconti meravigliosi concernenti l'India e l'Etiopia indussero taluno a porre in quelle remote regioni la terra sognata (452), mentre certa comica bizzarria d'umore e certo gusto del paradossale, non disgiunti talvolta da intenzione satirica, indussero altri a fare della descrizione di quella terra un tessuto risibile d'ingegnose fanfaluche e di argute panzane. Con la lepidezza che gli si appartiene Luciano descrive nella Vera Istoria la citt dei beati, la quale  tutta d'oro, con le porte di cinnamomo, suolo d'avorio, i templi di berillo, gli altari d'ametista. Cinge la citt un fiume d'ottimo unguento, largo cento cubiti, profondo cinquanta. Le terme sono grandi palazzi di cristallo, dove, in luogo di acqua, si adopera rugiada riscaldata.
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Quivi non  mai notte, n d, ma un lume mitissimo, quale si ha il mattino, prima del levare del sole; n altra stagione vi si conosce che la primavera, n altro vento che il zeffiro. Abbondano in quella terra piante bellissime d'ogni qualit e che mai non cessano di far frutto. Le viti si coprono di grappoli dodici volte l'anno; le spiche del grano, in luogo di chicchi, recan pani. Intorno alla citt sono trecentosessantacinque fontane d'acqua, altrettante di miele, cinquecento di varii unguenti, ma pi piccole, sette fiumi di latte, otto di vino. L'Elisio  un campo bellissimo, cinto da una selva di grandi alberi vitrei, che recan per frutti coppe di varie forme e grandezze. Chi vuol bere non ha che a spiccarne una, la quale tosto si colma di vino. Dense nubi assorbono dalle fontane e dal fiume gli unguenti, e premute da lievi aure, li riversano in rugiada (453). Altrove Luciano parla di un'isola di formaggio, che sorge in un mare di latte, coperta di viti che dnno latte (454), e nei Saturnali introduce Saturno a fare una comica descrizione della felicit de' suoi tempi. In un trattatello, greco in origine, tradotto in latino nel secolo IV, e intitolato Expositio totius mundi, si descrive un paese, dove un popolo felice, ignaro dei morbi, si ciba di miele e di pani che cadono dal cielo (455).
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La finzione fu certamente nota anche ai Latini, sebbene nella loro letteratura non si trovi ricordata in modo esplicito. Il valoroso Terapontigono Platagidoro del Curculio di Plauto, conquist, fra molt'altre, anche le terre di Peredia e di Perbibesia.
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Nel medio evo la finzione riappare assai per tempo, e acquista di poi favore grandissimo. La troviamo la prima volta in quel poemetto latino di Unibos, che un chierico franco d'ignoto nome compose nel secolo decimo. Il contadino Unibos, di cui si narrano quivi li astuzie e gl'inganni, d ad intendere a tre suoi persecutori che in fondo al mare  un regno felicissimo, e cos li induce a precipitarvisi e si libera di loro (456). Qui si ha appena un cenno fuggevole del paese felice; ma si pu credere che in alcune almeno delle versioni del racconto, che gi sin da allora dovevano correre tra i volghi d'Europa, si avesse di esso una descrizione pi particolareggiata, e meglio acconcia ad accendere la fantasia e sollecitare il desiderio di coloro cui si supponeva fatto l'inganno. Tale sar stato il caso per taluno almeno dei racconti orientali da cui probabilmente traggono la prima origine i racconti largamente diffusi in Occidente (457), e tale  infatti per parecchi di questi (458). Nei romanzi persiani  spesso ricordo di un paese di Sciadukiam, che non  punto diverso dal Paese di Cuccagna (459).
Non si pu dire con sicurezza quando appaja da prima questo nome di Cuccagna (460), n molto sicura  la sua etimologia (461). A me baster qui di ricordare che un abbas Cucaniensis  gi in una poesia goliardica composta probabilmente fra il 1162 e il 1164 (462); che Cuccagna fu il nome di un castello ancora in parte esistente presso Treviso; che tal nome occorre gi in documenti del 1142; che un Warnerius de Cuccagna comparisce in una carta del 1188 (463); e che nel Pataffio si legge:

Erro, cu cu andra' tu in cuccagna
Dal pero al fico sempre perperando? (464)

Sia qual essere si voglia l'origine del nome, il componimento pi antico, fra quelli sino a noi pervenuti, ove si descriva il paese indicato per esso,  un fableau del secolo tredicesimo, intitolato Li fabliaus de Coquaigne (465). L'autore dice d'essere andato per penitenza al papa, che lo mand al paese di Cuccagna:

Li pais a  non Coquaigne,
Qui plus i dort, plus i gaaigne.

Le case vi son fatte di pesci, di salsicce e d'altre cose ghiotte. Le oche grasse si vanno avvolgendo per le vie, arrostendosi da se stesse, accompagnate dalla bianca agliata, e vi son tavole sempre imbandite d'ogni vivanda, a cui ognuno pu assidersi liberamente, e mangiare di ci che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da bere porge un fiume, il quale  mezzo di vino rosso, e mezzo di vino bianco. In quella terra il mese  di sei settimane, e vi si celebrano quattro pasque, e quadruplicate sono l'altre feste principali, mentre la quaresima viene solo una volta ogni vent'anni. I denari si trovano, come i sassi, per terra: ma non bisognano, perch nessuno compra o vende, e tutto quanto  necessario alla vita si d per nulla. Le donne che vi sono altro non chiedono che di fare altrui piacere, e ci  la fontana di giovent.

Qui fet rajovenir la gent.

Il poeta, uscitone, non trov pi la via di tornarvi.
Non giova ch'io vada ritessendo la descrizione delle delizie ond' pieno, secondo i varii racconti, il Paese di Cuccagna, giacch se mutano esse nei particolari, o nell'ordine con cui sono presentate, rimangon sempre, sostanzialmente, le stesse, e non muta lo spirito di sensualit, alle volte assai grossolano, che ne suggerisce e ne informa il concetto. E nemmeno tenter di rifare la storia della finzione nel medio evo e nel tempo di poi, o di ricordare ordinatamente i componimenti cui essa diede materia nelle varie letterature d'Europa, bastando al proposito mio ch'io noti della finzione alcun elemento principale, alcun carattere pi generale.
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Il pi delle volte non si dice, e per buone ragioni, dove sia il Paese di Cuccagna, o la situazione sua s'indica con parole scherzevoli che non danno senso, come le drey Meil hinter Weynachten, di una poesia di Hans Sachs. Talvolta invece si ha una indicazione geografica pi o meno determinata e precisa. La terra di Bengodi, della quale Maso narra le meraviglie a Calandrino, terra dove si legano le vigne con le salsicce, ed hassi un'oca a denajo e un papero giunta,  posta nel paese dei Baschi, ed  lontana da Firenze pi di millanta miglia (466). In un poemetto inglese composto, come pare, verso la fine del secolo 13esimo, o sul principiar del seguente, il paese di Cuccagna  in mezzo al mare, ad occidente della Spagna (467). In un codice del Museo Correr si ha una Descrittion del Paese di Cuccagna vicino a S. Daniel, citt nel Friuli, Stato della Repubblica veneta (468).
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Finalmente, in un dramma religioso tedesco lo Schlaraffenland  tra Vienna e Praga (469). Qui il Paese di Cuccagna s'immagina in luogo assai prossimo a chi scrive: altrove, per contro,  accennata grande distanza, senz'altre indicazioni geografiche. Nella Historia nuova della citt di Cucagna, data in luce da Alessandro da Siena e Bartolamio suo compagno (470), si dice che per andare in Cuccagna bisogna viaggiare ventotto mesi per mare e tre per terra; e in quodam terrae cantone remoto pone il felice paese Teofilo Folengo (471). Una poesia tedesca del secolo XVI lo pone a mano manca del Paradiso terrestre (472), mentre un'altra vuole si avverta che esso non  nel Paradiso, dov'era vietato di mangiare (473). A questo proposito  da notare che l'autore del poemetto inglese test ricordato giudica il Paese di Cuccagna assai miglior luogo del Paradiso, ove non c' altro da mangiare che frutta, e altro da bere che acqua (474).
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Se un desiderio, dir cos, generico di felicit e d'innocenza suscita nell'anime devote l'immagine delle delizie del Paradiso, un desiderio pi particolare di uscir di stento, di appagare gli appetiti pi animaleschi e pi imperiosi suscita l'immagine delle delizie del Paese di Cuccagna in tutti i miseri, in tutti gli affamati, in tutti coloro la cui vita  un perpetuo combattimento fatto pi aspro e doloroso dallo spettacolo degli agi e delle lautezze altrui. Per tutti costoro la Cuccagna  una vera terra promissionis, com'ebbe a dirla Geiler di Keisersberg, da far riscontro alla terra repromissionis sanctorum delle leggende ascetiche, e dove si mangia e si beve e d'ogni buona cosa si gode senza metter mai fuori un quattrino. Perci coloro che ne celebrano le meraviglie spesso si volgono ai poveretti, e li chiamano a raccolta, e annunzian loro che anche per essi  venuta finalmente l'ora di scialare; e chi li invita si trova nella stessa lor condizione. In certo Capitolo di Cuccagna esclama il poeta:

hor andiamoci tutti, o poverelli!

e in certo Trionfo de' poltroni:

Deh poveretti non stemo pi a stentar (475)

L'autore di una poesia spagnuola intitolata La isla de Jauja, detto che in quella terra chi lavora riceve dugento bastonate ed  cacciato in bando, descritte tutte le comodit di cui vi si gode, si volge ai poveri idalghi, al gran popolo dei miseri:

Animo pues, caballeros,
Animo, pobres hidalgos;
Miserables, buenas nuevas,
Albricias todo cuitado,
Que el que quisiere partirse
A ver este nuevo pasmo,
Diez navlos salen juntos
De la Corua aste ao (476).

Ma poich i pasciuti hanno sempre confuso gli affamati coi furfanti, cos vediamo il Paese di Cuccagna, sogno degli affamati, diventare talvolta una terra di riprovazione. Dallo Schlaraffenland descritto da Hans Sachs sono sbanditi gli uomini morigerati e dabbene: le bugie vi son tenute in gran conto, e chi pi le dice grosse  premiato:

fr ein gross lgn gibt man ein kron (477).

Per contro si vede la finzione del paese di Cuccagna adoperata come strumento di satira e d'invettiva contro i pasciuti e i gaudenti. Cos nel poemetto inglese citato di sopra, il quale  tutto una satira contro la grassa e dissoluta vita dei monaci. A volte poi i racconti non sembrano nascere da altro che dalla voglia di ridere e di sballarle grosse (478). Il Novati giustamente distingue dalla immaginazione del Paese di Cuccagna certe immaginazioni epicuree, quali son quelle che s'incontrano nel fableau di Belle Eyse e nella descrizione che il Rabelais fa dell'abbazia di Thlme (479).
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Se le finzioni greche, di cui s' detto di sopra, sono talvolta parodia dell'et dell'oro o dell'Elisio, la finzione del Paese di Cuccagna non , o almeno di rado , una parodia voluta del Paradiso terrestre. Le vere parodie di questo bisogna cercarle altrove, nel Paradis perdu del Parny, in un poemetto intitolato Adam et Eve e inserito nel vol. VI della raccolta L'Evangile du jour, pubblicata in Parigi dal 1769 al 1778, ecc. (480)
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Finalmente  qui da dir qualche cosa di quelli che si possono chiamare paradisi artificiali. Non  improbabile che i giardini sospesi di Babilonia volessero essere una riproduzione del paradiso assiro (481). Il pi celebre di questi paradisi artificiali fu senza dubbio quello del famoso Veglio della Montagna, di cui tanto si parl e si scrisse nel medio evo (482). Narrasi in tradizioni orientali che Ad, pronipote di No, divis un meraviglioso giardino, e quello poi disse essere il Paradiso, e che Sceddad, figliuolo di Ad, costru una citt chiamata Gennet, cio Paradiso, la quale spar dopo l'esterminio di lui e de' suoi. Di questo Paradiso molti autori musulmani fanno ricordo. Secondo Scehabeddin, nel Libro delle perle, Sceddad, avendo saputo che nel Paradiso terrestre le colonne erano d'oro e d'argento, la polvere di muschio e d'ambra, e i sassi gemme, volle rifare quelle meraviglie, e mand messi pel mondo, i quali penarono cent'anni a trovare un luogo acconcio (483). Altri soggiungono che Il citta di Sceddad era costruita nei deserti d'Aden; che le mura de' suoi edifizii erano d'oro e d'argento, le colonne di smeraldi e di rubini, e che c'erano voluti trecento anni per erigerla. Ibn Khaldun, ne' suoi Prolegomeni storici, lamenta la credulit degli scrittori che avevano divulgato quelle favole (484). Di un orto nel quale s'erano fatti seppellire Jannes e Mambres, magi di Faraone, con la speranza di risuscitarvi e vivervi come in un paradiso, si narra nelle Vite de' Santi Padri (485).
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FINE Parte 1.